08.01.2026

Viaggio nell’autenticità del dolore. Passaggio a Trieste di Fabrizia Ramondino

Un’immersione nel cuore oscuro e profondo dell'opera di Fabrizia Ramondino

Quando parliamo di scelta etica, in letteratura, come la volontà di non nascondersi dietro il testo e di non sublimare il dolore, ci riferiamo a libri come Passaggio a Trieste di Fabrizia Ramondino, in cui la bellezza non è più cercata, ma emerge, sommessa, come scarto e risonanza della verità. Le parole sono solite evocare lo stesso scrittore, il suo carattere, il suo aspetto. Come lo facciano nessuno lo sa, ma lo fanno spesso contro la sua stessa volontà. In questo libro accade quindi una cosa strana: Ramondino – senza eludere se stessa e dando giudizi taglienti su di sé – fa di tutto per nascondersi, tramutarsi in un essere impersonale per fare sì che emergano le voci di tutte le altre, restando in quella sola posizione che permette di raccontare una vicenda solo a patto di restarne sulla soglia, di essere un ospite, mantenendo una distanza critica – ma anche una certa freddezza – per esprimere ciò che per lei è difficilissimo esprimere: il dolore e, in particolare, il dolore delle donne. L’attesa dura a lungo, ma poi succede che le altre vite trasmigrano nella nostra, la nostra nelle altre, e infine traspare il mondo reale che non muta. Ma poiché le parole sono rivelatrici, Ramondino non solo resta un passo indietro – e “contro” la letteratura, scarnificando il testo – si sente invece che ella resta lontana per puro spirito di sopravvivenza, perché, come rivela su sua ammissione in esergo, non è mai stata vicina alle donne e, più generalmente, mai è stata davvero vicino a un essere umano. Sarà forse che ciò che le interessa principalmente non è la relazione dell’anima con le altre anime, bensì la relazione dell’anima con la salute, con la bontà?

Sente ora la necessità di illuminare, come può, il viaggio nell’oltretomba di queste compagne, in domande formulate individualmente ma che prevedono risposte collettive, domande che creano una rete luminosa che s’intesse mentre le donne parlano e che permette di trarre su ogni forma confusa o scintillante o soffocata perché si possa vedere tutto e, con questo tutto, lavorare. Che cosa bisogna fare per scendere in questo mondo sotterraneo, possiamo scegliere se andare o restare? Man mano che leggiamo questi racconti ci accorgiamo che, in qualche modo, essi si somigliano tutti tra loro, eppure l’orizzonte si allarga: l’anima acquista una sorprendente sensazione di impotenza e libertà.

C’è nel mondo un’ansia di ordine e comprensione – qualcosa di molto simile alla repressione – in cui vive, inevaso, l’enigma della follia, e vive ancora più forte la speranza delle donne di trovare un posto per sé e una parola. I muri che fece cadere Franco Basaglia nel 1978, sono caduti in nome di questa speranza. Leggendo questo libro abbiamo la percezione di aver perduto con lo spazio manicomiale qualcosa di molto sgradevole, dai caratteri dell’incubo, ma che allora si era trasformato in un sogno, il sogno della novità. L’impressione di seguire le orme dell’indicibile e dell’invisibile era palpabile, ma c’era anche la fiducia che, poiché si diventa scrittori principalmente perché si soffre, non potesse esistere psichiatria senza il linguaggio delle immagini e delle metafore. Quello che è interessante ricordare è che nella Genesi, la follia, propriamente detta, non esiste – nel senso di esclusi, derelitti o deliranti – e il peccato è considerato prettamente in senso spirituale, il cui smarrimento o perdita è legato al cuore (lev), e non alla mente in senso psichico. I pazzi, i folli, i visionari sono solamente accecati dall’invidia, dei corrotti, beceri, presuntuosi. Nonostante questo, la psicoanalisi nasce proprio come una secolarizzazione della confessione per chi è in cerca di un senso, una liberazione, una trasformazione attraverso la parola. Centrale è che il soggetto debba dire la verità su di sé, e che questa verità interiore venga legata al gesto del raccontarsi davanti a un altro. In tutto questo tempo quindi follia, peccato, bene e male si sono fusi tra loro fino a diventare indistinguibili, ma l’idea che il dialogo sia terapeutico trova origine in antichi riti, credenze. Ogni cosa si macchia dell’alone della politica, ma per Basaglia era chiaro che la distruzione di un rapporto pieno con il tempo e lo spazio, vale a dire con la propria storia e il proprio ambiente naturale, da cui nasce il sentimento di discontinuità, frammentazione, estraneità e, in definitiva, la riduzione della vita sociale a pura esteriorità – («al limite estremo della passività non sussiste infatti più nulla, se non le condizioni del tempo e dello spazio») – ossia la realtà dei manicomi, fosse determinante per la salute mentale del paziente: «La libertà è terapeutica». E gli scrittori invece amano infinitamente tessere tutti questi fili intimi o relazionali cogliendo i quali si collega la realtà all’irrealtà, l’individuo con l’indiviso.

Inserendoci tra le impressioni di Ramondino sappiamo di ascoltare chi nasconde in sé il provenire da un altro luogo. Si ha la sensazione di vivere in un mondo di sole donne – e ne percepiamo tutto l’incanto e la sofferenza. Soprattutto ne sentiamo la lacerazione e la grazia di gesti spesso arrestati a mezz’aria. C’è il dolore straziante e castigato di ogni voce, isolata e pure fluente nelle altre; un palcoscenico fisso che consente alle donne del dramma i movimenti più puri. In qualche momento si sente forse la pesantezza di sostenere quel ruolo così a lungo, l’impressione di essere quasi bambolotti privi di anima, ma subito quest’impressione viene sconvolta dalla successiva, per mezzo di una frase secca e funerea. Le donne non provano reverenza tra loro. Fabrizia Ramondino abita in due mondi, l’uno morente e l’altro che vorrebbe nascere. È giunta a Trieste su consiglio dell’amica Assunta che dirige il Centro Donna, per riprendersi dall’abuso di alcool, e per lei Trieste vuol dire tante cose: l’assassinio di Winckelmann, la scoperta di Rilke, di Svevo, dello stilnovo di Saba, il misterioso giovane amore di sua madre, Elio Gianturco. Le frullano in mente svariati aneddoti, tutti al maschile, e non è preparata a quel che la aspetta. La muove forse il desiderio di essere completa, di essere sana e, forse, il desiderio di essere felice.

Questo spiega lo strano e ibrido linguaggio in cui gran parte di questa opera è scritta. Lo stile non è più ricco e aulico come le appartiene, ma diretto, colorito, nel tentativo di avvicinarsi al linguaggio delle sue compagne, di condividerne le emozioni, così che queste donne non si sentano più monadi isolate dentro le torri in cui si sono recluse. La solitudine sembra più pervasiva e difficile da debellare della malattia mentale; la maggior parte delle malate sono donne selvagge, figlie della natura. Alcune sono educate, altre hanno vissuto ogni sorta d’esperienza. Molte non hanno avuto alcun privilegio, la maggioranza appartiene al mondo metropolitano, e non suburbano. I loro sensi sono acuti, potenti. La follia femminile così spesso si declina in dolcezza, e vive in luoghi divorati da fiamme di tenerezza e nostalgia. In Passaggio a Trieste ci sono mille voci levate a esprimere la loro disperazione. Voci che sembrano incompatibili, eppure hanno una misteriosa affinità, e che Fabrizia assorbe, in ogni esperienza, senza paura. Ho cercato a lungo anche io di decifrare la malattia mentale, per quanto inquietante e al contempo irresistibile appaia, pensando a come essa trasformi la vita in un’angoscia e un teatro, come un incantesimo ricevuto che non si riesce a spezzare. Cos’è la malattia mentale? Oltre a essere caratterizzata dalla sofferenza, anzi, ad essere quasi la sofferenza stessa, – forse il dolore più puro che si possa provare -, mi sembra che la malattia mentale sia ciò che davanti a una persona ci trasmette l’idea di pericolo. Quando si parla con una persona sana, sentiamo che nulla di pericoloso può avvenire, e nel caso in cui a parlare sia una persona saggia sentiamo anche un istinto ad affidarci e una sorta di protezione. Ma quando parliamo con un malato di mente, qualcosa non ci torna, qualcosa manca o è presente in troppa quantità, e ci spaventiamo, perché non riusciamo ad afferrare bene cosa sia. Sentiamo di non essere al sicuro, e una temibile idea di fatale si impadronisce di noi. Eppure, leggendo Passaggio a Trieste, non si sente paura, forse perché Fabrizia non ne prova, o forse perché a volte la vita è un anestetico talmente potente da non riuscire più a poterla nemmeno percepire, questa paura. Si avverte piuttosto un terrore paralizzante, una stasi esistenziale che la blocca dinnanzi al dolore. Ma nelle sue infinite possibilità dimostra, a tutti noi, che c’è qualcosa da imparare anche in questa lezione.

L’esito complessivo è una scena corale di donne riunitesi a parlare della propria fatica di vivere, dignitose in quel dolore luttuoso, come risvegliate in un mondo di tolleranza – ma talora fittizia, giacché la tolleranza è tale solo tra tolleranti. Ma il ritratto è di rara potenza visiva e ricorda l’eterno pianto di molte donne della letteratura: come nelle Troiane di Euripide, anche qui le donne non piangono in solitudine, ogni voce entra nella corrente profonda dell’altra, difficile è discernerle. I nomi sono solo storie, e il dolore è una eco continua, risonanza, contraccolpo. Fabrizia si sottrae alla scena, come Euripide ritraeva Ecuba senza mai darle pieno centro. E il pianto sembra essere in letteratura – e probabilmente nella vita – una prerogativa squisitamente femminile. Solo le donne sono capaci di piangere in successione, non per sé sole. Ma poiché gran parte di queste storie sono state scritte dagli uomini, questo è il modo in cui gli uomini vedono le donne: le sole a riuscire a farsi carico del lutto, della verità e della malattia. Forse non è altro che lo spettro del desiderio maschile di una donna nata per salvarli. Simone Weil osserva che le donne piangono più facilmente degli uomini perché non sono mai state addestrate al dolore, e perciò la loro compassione è più pura. Secondo Weil il pianto è di chi resta umano, e nel pianto femminile c’è una resistenza spirituale alla disumanizzazione. Persino nel lamento di Cassandra si compiva le verità, e per Rilke: perché trattenere il pianto? «Non è il tuo, è il pianto delle cose». Dunque questo eterno dolore femmineo cicatrizza più efficacemente dell’onore maschile le ferite del mondo, la fragilissima trama della vita collettiva. In esso c’è più catarsi, più lucidità del dolore. Le donne piangono in cerchio, come se il lutto fosse un sapere condiviso. Hanno la speranza che condividere il proprio dolore possa concorrere a lenirlo. Ramondino si avvia a sanare l’apparente vuoto di parola femminile sul dolore, e in questo tentativo profondamente simbolico ma anche filosofico e politico, riconsegna alle donne il loro diritto a essere anche cittadine, oltre che malate.

Ramondino dice che per uscire dal labirinto del Minotauro, Teseo può farsi aiutare solo da un fragile legame d’amore – il filo di Arianna. Ma l’amore che conduce fuori dalla confusione mentale, fa anche sì che il mostro interiore nascosto nella psiche imprima su di noi un nuovo segno, impercettibile fino al giorno in cui, sciolti dagli obblighi, dovremo contare su di noi le cicatrici lasciate dalle nostre battaglie. La forza di Fabrizia Ramondino sembra talvolta calare e completa la sua sfiducia nello scarto ineludibile tra parola e sofferenza. Non riusciamo veramente a piangere con queste donne, perché avvertiamo che Ramondino è lì per la loro vita, non per le loro anime. Possiamo limitarci a piangere per loro. Così qualcosa di essenziale va perduto. Nella commedia attica si chiamava parekbasis (lett. uscita accanto) il momento in cui, dopo che gli attori erano usciti di scena, i coreuti si spostavano verso il proscenio e, togliendosi la maschera, parlavano direttamente agli spettatori: un discorso che alla fine dell’azione, veniva rivolto al popolo dal coro in nome del poeta. Era una completa interruzione e un’abolizione del dramma. Attraverso la parekbasis, il poeta esce dalla dialettica di tesi e antitesi che deve essere alla fine ricomposta in una sintesi riflessiva, e mostra ironicamente i due momenti nella loro inconciliabile separazione: per Fabrizia Ramondino, che alla fine del libro si rivolge direttamente a noi, si tratta dello scrivere e del leggere, ovvero il dolore e la narrazione. La scrittrice è ancora in quel piccolo punto dello spazio favorito in cui può decidere se andare o tornare indietro – è questo il limine, la posizione da cui puoi guidare e al contempo impedire l’accesso. Sente però il bisogno di giustificare questa incursione nella malattia mentale, forse il bisogno, alla fine, di sgravarsene. Ci dice allora che:

«(questa distanza) diventa invece incolmabile quando si scrive di sofferenze. Perché tutti hanno sperimentato la gioia, seppure fugacemente, e nelle sue lunghe assenze, la desiderano mentre nessuno desidera la sofferenza, anche se tutti l’hanno sperimentata. Tanto la gioia che la sofferenza sono iscritte nei corpi. Ma un corpo desiderante può incontrarsi, anche se a distanza, con un altro corpo desiderante. Mentre i corpi non riescono a incontrarsi nella sofferenza. E non ci sono parole per dirla».

La cura, per chi scrive, non è altro che la restituzione del pensiero al malato, fatto che riapre la speranza nel futuro, che sola può fare rinascere la sorgente senza fine dei ricordi. Ma, se parliamo di anime, avrei desiderato chiedere a Fabrizia: pare che nella vita vada ricercato, con tanta tenacia, solo il piacere. Ma che accade allora a un corpo desiderante la sofferenza – a chi sa che nel dolore si cela una forma di autenticità che la gioia spesso dissimula? Come negare il desiderio di chi ricerca il suo dolore o il dolore dell’altro in un’opera d’arte? Come recidere quel legame di chi si ama proprio in virtù del trasmettersi quella sofferenza, in modo forse morboso ma fondativo, il legame di chi riesce a provare vera gioia nello stare vicini alla pena? Al solito, viene rimosso l’umano più umano, la perversione più dolorosa, ciò che di più misterioso e violento – sacro e segreto – irriducibile alla ragione – può provare il desiderio. La sofferenza può non essere un linguaggio unico, ma nell’intimità diventa una parola compresa, a fondo, da due. Due corpi da lontano desideranti l’uno il dolore dell’altro, per poterne vivere assieme la sola estasi. Questo mi sembra il più forte – e vero – legame d’amore.



In copertina: illustrazione di Alessandra Usala (@wild_matafalua)

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