19.05.2026

Dizionario minimo dei complottismi. Intervista a Massimo Rostagno

Sessantotto voci costituiscono una mappa per orientarsi nella vasta area delle teorie del complotto, per provare a capirne l’origine e il dilagante successo

L’intenzione è ambiziosa, quasi di impronta volterriana: analizzare, in modo accurato e dettagliato, rigorosamente in ordine alfabetico, i concetti, i personaggi, le organizzazioni che costituiscono il complesso panorama del complottismo, così come è venuto costituendosi; utilizzando un linguaggio molto accurato, ma al contempo agile e accessibile. Nel suo Dizionario minimo dei complottismi (Armando Editore, 2025), Massimo Rostagno indica come la crescente complessità della realtà contemporanea sia terreno fertile per l’affermarsi di false narrazioni, di fronte alle quali appare vano il razionale argomentare del debunking. Per facilitare l’interpretazione del fenomeno, propone una soluzione diversa, convinto che questa possa suscitare, più facilmente, nel lettore quel senso critico necessario per comprendere i meccanismi che concorrono a determinare e alimentare la mentalità complottista.

Innanzitutto, a cosa si deve l’uso dell’aggettivo “minimo” e perché esattamente sessantotto lemmi? Si va da concetti noti come bias o apofenia a quelli, meno noti, come “Cogniprole”, “Rabbit hole” o “Paranoid style”; dai Templari, agli Illuminati di Baviera; fino a personaggi come Augustin Barruel o David Icke e Andrew Wakefield. Le scelte sono guidate da una ragione di fondo?
Per quanto riguarda “minimo”, si tratta di un aggettivo che ho scelto con cura, perché ha un significato: il dizionario non ha la presunzione di essere esaustivo e non vuole essere un registro asettico di voci. A questa intenzione si ricollega il numero di 68. Esprime la mia discrezionalità; riflette il mio punto di vista; cosa io ritengo che sia davvero importante sapere o almeno più efficace, considerate le intenzioni che mi hanno indotto a scrivere. Non ho voluto fornire al lettore un mero elenco, ma piuttosto una mappa di voci scelte che lo mettano nelle condizioni di conoscere, con esattezza, ma con facilità, la storia, la natura e i presupposti, più o meno noti, sui quali si basano le narrazioni complottiste. Il tutto è preceduto da un’introduzione ragionata che fa da viatico alla lettura, aiutando il lettore a inquadrare il problema, dal punto di vista concettuale, scientifico e storico.

La lettura del libro lascia disorientati; dà immediata evidenza, anche a chi si ritiene, ingenuamente, sufficientemente preparato, che si è di fronte a una realtà davvero molto complessa, difficile da scomporre. Che cosa ti incuriosisce di queste teorie?
È da un po’ che sono affascinato dalle teorie del complotto. Le trovo molto interessanti. Mi paiono una sorta di prisma, attraverso il quale guardare la contemporaneità: una dimensione complessa, non scontata, contraddittoria. In definitiva, mi sembra una via d’accesso allo spirito dei tempi. È questo che mi ha spinto a scrivere usando intenzionalmente la forma del dizionario: mi è sembrata una modalità innovativa per portare il lettore, attraverso una serie di parole chiave, a guardare dentro questo mondo. Far sì che esso possa, se opportunamente indirizzato, incunearsi nella natura poliedrica del fenomeno; in aspetti della contemporaneità che non sono per nulla così scontati.

Quali sono gli autori che ti hanno ispirato?
Umberto Eco innanzitutto. Si tratta di un autore brillante, secondo me geniale. Due suoi romanzi sono fondamentali. Innanzitutto, Il pendolo di Foucault che, già nel 1988, metteva a nudo la struttura della mentalità che sta alla base delle teorie del complotto. E poi Il cimitero di Praga che esplorava la “paranoia” stessa del complotto: l’origine dei Protocolli dei Savi anziani di Sion, testo che riassume tutti i principi chiave del cospirazionismo e tematizzava, inoltre, la costruzione del falso nemico e delle false narrazioni, di cui le teorie del complotto sono una fattispecie molto sofisticata. Poi certamente Karl Popper che, poco dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha introdotto l’espressione “conspiracy theory of society”, ovvero la convinzione per la quale gli eventi, venuta a mancare la regia degli antichi dei, siano orchestrati, in una società laicizzata, da individui o gruppi potenti. E ancora Q di Luther Blissett, in cui si immaginava all’opera una mano invisibile che cambiava il corso della storia.

Ma le narrazioni complottiste non sono parte integrante della storia? Non sono qualcosa che è da sempre all’opera? Si pensi all’incendio di Roma attribuito a Nerone o ai citati Protocolli di Sion o alla Rivoluzione Francese che, come tu spieghi nel tuo libro, fu interpretata dall’abate Augustin Barruel già nel 1798 come una congiura ordita, con spietata lucidità, contro Dio e il Trono, da pochi scellerati.
È fondamentale chiarire una distinzione di fondo: una cosa sono i complotti; altra cosa sono le fantasie di complotto. Il complotto è un evento reale, realmente accaduto, situabile nello spazio e nel tempo, che coinvolge protagonisti riconoscibili. Effettivamente la storia ne è disseminata. La loro principale caratteristica è che, come tutte le cose che fanno parte della realtà, molto spesso partecipano della sua fallibilità. Tutt’altra cosa sono le fantasie di complotto. Hanno caratteristiche diametralmente opposte: non conoscono fallibilità alcuna; sono diacroniche; non sono ben delimitate, sono agite da protagonisti che cambiano a seconda dei casi e soprattutto, ed è questa la loro caratteristica principale, sono perfette ed infallibili. Le fantasie di complotto possono essere concepite come marchingegni senza difetti; perché appartengono alla dimensione fantastica dell’immaginario.

La mentalità complottista si configura allora come un costrutto mentale. Parlare di costrutti mentali, richiama la teoria dei bias. C’è un rapporto?
C’è ed è molto stretto. Non a caso, lo psicologo Rob Brotherton teorizza le “Suspicious Minds”. Sostiene che la mente umana sia complottista per natura. Ritiene che tale conformazione venga da lontano e che sia stata essenziale per l’evoluzione della specie; poiché avrebbe favorito la lotta dei primi uomini contro i predatori, favorendone l’affermazione. Tale fattore ereditario starebbe alla base dei cosiddetti bias cognitivi, che stanno a fondamento anche delle narrazioni complottiste. In particolare la “pareidolia”: vedere nessi che nella realtà non esistono o l’intentional bias, per i quali non esiste casualità: tutto quello che accade lo si deve alla deliberata intenzione di qualcuno. Per l’influsso dei bias tutto ha un senso; tutto rientra all’interno di un disegno deliberato.

Le narrazioni complottiste si basano allora su di qualcosa di strutturale e di umano.
Sì. In qualche modo concorrono, come i bias, a supportare la generazione di senso. Oggi, di nuovo, l’esperienza dell’uomo contemporaneo, seppur distante milioni di anni da quella dell’uomo primitivo, si misura con il disordine e con l’insensatezza. Immaginare un’intenzionalità aiuta a dare ordine al caos. Aiuta a riprendere il controllo della realtà. Fa sì che le persone si convincano di aver afferrato il bandolo della matassa e quindi di aver riportato un ordine all’interno di quello che accade.

In passato ti sei seriamente impegnato nella politica. La conosci bene. Credi che la fine della politica abbia contribuito al diffondersi del fenomeno?
Senza alcun dubbio. Già Hannah Arendt preconizzava, nel 1949, l’atomizzazione dell’individuo; tema a me molto caro. Nell’ultimo scorcio del secolo scorso ciò è avvenuto. Sono venute a mancare le grandi narrazioni; quella marxista e quella illuminista si sono esaurite. Sono venuti meno i corpi intermedi: i partiti, i sindacati, le parrocchie. In un momento in cui non c’è più la politica, nel suo significato più ampio, l’individuo si ritrova da solo, immerso nel grande mare di un’oscura complessità. Qualche ancoraggio dovrà pur trovarlo. Le narrazioni complottiste glielo offrono.

C’è un momento in cui il complottismo si è disvelato in tutta la sua potenza, acquisendo l’aspetto che ha oggi?
Sì. Nel 2016, per la prima volta si è avuta, con nettezza, l’impressione che la dimensione immaginaria delle false narrazioni fosse diventata talmente pervasiva da produrre effetti reali nelle scelte di milioni di persone. Mi riferisco sia ai due grandi avvenimenti politici di quell’anno, la Brexit e le elezioni di Donald Trump, che al caso della Cambridge Analytica che illecitamente ha usato i dati di milioni di persone per attività di profilazione psicologica del singolo individuo. Ciò ha stravolto l’uso che, fino ad allora, si era fatto dei dati, per lo più rivolto alla sola profilazione strumentale degli oggetti. Infine, e non è un caso, proprio nel 2016 l’Oxford Dictionaries individuava come parola dell’anno “post verità”. Quell’anno è stato uno spartiacque, in cui si è presa contezza del fatto che le false narrazioni, se ben orchestrate, possono intrecciare la dimensione immaginaria con quella reale.

In che misura le nuove tecnologie di comunicazione possono essere state corresponsabili della diffusione di narrazioni complottistiche?
Si tratta di una questione importante. Ci sono due scuole di pensiero. Per una, quella per la quale io propendo, le nuove tecnologie, in particolare il cosiddetto web 2.0 e le false narrazioni sono perfettamente congruenti. Entrambe favoriscono la polarizzazione, senza alcun tipo di mediazione possibile. Per la seconda invece le nuove tecnologie sono neutre: sono strumenti come la radio o la TV. Alberto Acerbi, ad esempio, sostiene nel suo recente Tecnopanico che l’essere umano sia meno manipolabile di quanto non si creda. Che, alla fine, sia in grado di filtrare le cose. Tuttavia, io penso che, quando non sia io ad usare la rete per i miei scopi, ma sia la rete ad usare me per i propri, allora il rapporto si inverta. Io non posso più essere considerato semplicemente un fruitore assoluto, come accade nel caso della TV o della radio.

Il livello di consapevolezza al quale conduce la lettura del tuo libro trascende di molto l’idea che ci si fa del fenomeno, spesso inteso come mero folklore che si nutre di assurdità e in fondo di per sé non credibili: le scie chimiche, QAnon, il terrapiattismo, ma che, in realtà, proprio per la loro paradossale insostenibilità costituiscono, come affermi: «un atto radicale di sfida simbolica». Come se ne esce?
Penso che si debba puntare su una sorta di empowerment della soggettività, una sorta di processo di crescita personale e collettiva. La ricetta, secondo me, dovrebbe essere quella di fare sì che ciascuno si attrezzi per essere capace di elaborare personali spiegazioni, in modo da potersi misurare con la complessità della realtà; senza avere bisogno di scorciatoie cognitive. Si tratta, per tutti, di acquisire la capacità di filtrare e decodificare i messaggi che veicolano le narrazioni complottiste. Magari servendosi di qualche strumento critico, capace di alimentare quel sano scetticismo che c’è in ciascuno di noi. Nel mio piccolo, il mio dizionario “minimo” vuole andare proprio in questa direzione.

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