Ciò che viene sbrigativamente etichettato come laterale è spesso il punto d’osservazione privilegiato di un processo in corso. Un processo che, nel suo inesorabile manifestarsi, rimane però di complessa decifrazione, talmente invasivo da arrivare a rendersi invisibile. Presente, eppure silenzioso. Ecco allora che la vita al margine offre una visuale preziosa, una parola di verità su quanto accade là fuori, che dalla minuzia del dettaglio sembra allargarsi fino ad innalzarsi su un campo largo e finalmente cristallino, rivelatorio, come accade solo in certe pellicole capaci di instaurare un dialogo non dicibile col proprio tempo.
Quello stesso dialogo che abita le pagine del romanzo Il cielo su via Padova (Sperling & Kupfer), nel quale Daria Colombo tratteggia un ritratto della nostra epoca erigendo a punto d’osservazione la celebre via Padova, quartiere periferico di Milano da molti e troppi considerato degradato soprattutto per la forte varietà di culture e tradizioni dal mondo, cartina tornasole delle stratificazioni migratorie della capitale lombarda e delle sue contraddizioni sociali, economiche e soprattutto umane, nel crocevia delle esistenze spezzate e dei sogni da ricostruire e da annaffiare come le piccole piante che prendono il sole sui ballatoi, spettatrici silenti delle complicate teorie di destini di chi si trova a vivere, magari anche per poco tempo, in un quartiere lontano dai grossi centri.
Complicata è anche la fase che sta attraversando Letizia, la protagonista del romanzo, un’insegnante di mezza età e di elevato privilegio borghese, che in pochi istanti ha visto sbriciolarsi il proprio matrimonio e le proprie certezze; una donna che deve reinventarsi e che per sfuggire al caro affitti di Milano si trasferisce in via Padova, superando i pregiudizi verso una via ritenuta pericolosa e che invece rappresenta tutta la varietà e le contraddizioni della società odierna; una via frequentata dagli ultimi ma anche da chi ce l’ha fatta, attraversata dalla delinquenza ma anche da persone perbene che ogni giorno lottano per costruirsi una vita, pozzo di disperazioni di ogni sorta ma allo stesso tempo popolato di tante anime capaci di darsi una mano l’un l’altra in una lenta tessitura comunitaria. Guardando in faccia le proprie ferite, Letizia imparerà nuovamente a vivere, in una scoperta di sé stessa che si specchierà simmetricamente con quella di un’intera comunità che nei cortili, nei sottoscala, nei seminterrati e sui marciapiedi si incrocia e si riconosce, oltre le proprie differenze (e diffidenze), in una lenta tessitura possibile del concetto di famiglia umana.
Così, nel territorio di confine tra il personale e il politico, Daria Colombo costruisce una narrazione che orbita la storia di una donna verso quella di un intero quartiere, organismi viventi che entrano in simbiosi e che sembrano incarnare lo spirito stesso dell’epoca contemporanea, attraversata da trasformazioni, conflitti e da un’urgente, impellente, necessità di ripensare la centralità del vivere sul piano collettivo, ognuno respirando, agendo e lottando nel proprio mondo, in connessione con tutti gli altri mondi.
Ne abbiamo parlato con l’autrice, ospite della seconda edizione di Carta Carbonia Festival.

Il cielo su via Padova localizza sin dal titolo l’epicentro del suo romanzo. Quale innesco l’ha portata in un quartiere così lontano dai simboli più visibili di una città come Milano?
Quando ho iniziato a scrivere il romanzo mi capitava di leggere o di ascoltare, sui giornali o in televisione, di storie di donne e uomini migrati da noi. E quasi sempre la conclusione era che tutti i problemi del nostro Paese sono causati dall’immigrazione. Ho avuto la sensazione che si trattasse di un’azione programmata, una vera e propria distrazione di massa, e ho provato una forte rabbia. Sono una convinta sostenitrice dell’importanza dell’integrazione, per anni ho lavorato su questi temi nelle periferie di Milano, ho visto con i miei occhi quanto sia importante far incontrare persone che hanno culture e tradizioni diverse, in un processo di arricchimento reciproco. Certo, è un processo faticoso: io non sono una Biancaneve che ritiene che tutto sia semplice, credo che ci vogliano delle regole per far sì che l’integrazione possa funzionare per il bene di tutti. L’immigrazione fa bene all’economia, all’età media della nostra popolazione, ma soprattutto abbiamo il dovere etico di accogliere persone che ripongono le poche cose che hanno in un sacchetto e rischiano la vita in mare per arrivare fin qui. È soprattutto una questione di umanità: volevo scrivere un romanzo che parlasse di questo, e via Padova era il luogo perfetto per ambientare la storia che stava nascendo.
La forma romanzesca, e dunque finzionale, le permette di esplorare il presente sociale del nostro Paese?
La mia idea ruota attorno alla convinzione che la migrazione sia una ricchezza. Io non scrivo saggi o trattati, so solo scrivere romanzi e dunque ho scelto una storia. In tutti i miei libri ho cercato di coniugare i sentimenti umani e il piano sociale, che a mio avviso sono le coordinate che definiscono l’umanità: in poche parole, l’amore e la politica. E in questo romanzo l’ho fatto attraverso la storia di Letizia, costretta per le sue vicende personali ad andare a vivere in questa zona così temuta, considerata dominio degli immigrati… ogni grande città ha una sua via Padova, un quartiere ritenuto pericoloso, lontano dal rassicurante centro. È attraverso la sua storia, accanto a quella di tante persone che incontra in questa nuova esperienza, che viene raccontata anche la storia di via Padova, da quando era completa campagna fino all’arrivo della prima ondata migratoria, quella interna dei braccianti provenienti dal Veneto e dall’Emilia che si rompevano la schiena per un piatto di minestra, seguita dalla seconda ondata, quella dei cosiddetti “terroni” che erano mal visti perché si diceva che rubassero il lavoro, una migrazione che ha portato alla nascita delle case di ringhiera, quelle con i ballatoi, del bagno in comune per tutti, di una sola piccola fontana per lavarsi. E poi la nascita delle grosse fabbriche come la Pirelli e la Magneti Marelli, la crescita del Paese e del boom economico. E infine quest’ultima migrazione dai paesi arabi e africani, altre culture, altre tradizioni, altri sospetti e paure… una storia che si ripete senza sosta.

In questa catena, lei riesce a vedere un raggio di luce, il seme di qualcosa che è sul punto di germogliare.
Sì, perché via Padova ha fatto una sorta di magia. Vede, io cerco di insegnare letteratura in un centro per le donne in un municipio di Milano. Proprio qualche giorno fa, una donna egiziana mi ha raccontato dei suoi primi tempi qui da noi: ogni sera tutte queste donne si sedevano sulle loro sedie, nei cortili, senza capire una sola parola della lingua parlata dall’altra: un’egiziana, una siciliana, una marocchina, una calabrese… si guardavano negli occhi, si facevano comprendere a gesti, imparavano un po’ di parole fino a quel momento sconosciute, e passavano intere serate così, senza capirsi ma restando insieme, una accanto all’altra. Non è forse una magia, questa?
Una magia che è allo stesso tempo un grande contenitore di storie?
In un luogo come questo, le storie sono ovunque. Certo, c’è anche la criminalità, e io non volevo che questo romanzo fosse una sorta di santìno, perché una volta c’erano la ligera, la malavita milanese, Jess il bandito, e oggi ci sono molti altri problemi. Ma mi piace guardare alle tante storie incredibili che in questo luogo si sono intrecciate negli anni, come quella del partigiano Albino Nicoli che viveva al civico 85, che per anni visse tra il carcere e il confino perché oppositore del fascismo, e il giorno della Liberazione una folla si radunò sotto casa sua per invitarlo ad andare in piazzale Loreto ma lui rimase dietro la finestra a piangere per l’emozione, da solo. Tutte queste storie continuano a vivere, lungo questa via, tra passato e presente.
E sembrano vivere e risuonare anche in quella di Letizia, la protagonista del suo romanzo, come se la storia di tutta questa gente fosse anche la sua, in un qualche modo misterioso e commovente.
Tutte queste storie si incrociano con la sua. Quando si trasferisce in via Padova incontra molte persone, anche molto diverse da lei, con le quali deve imparare a costruire un dialogo. C’è l’Alda, la portinaia della palazzina, c’è Kledi con la sua solitudine, c’è il fioraio Priyantha, c’è l’anziano Luciano, c’è il ragazzino Nicola che ha bisogno di lezioni e la sua amata Amina, due novelli Romeo e Giulietta divisi dai pregiudizi razziali delle famiglie di appartenenza… Letizia è una donna dal carattere chiuso, nella sua esistenza ha dovuto passare momenti difficili, fatica ad aprirsi agli altri. Ma, lentamente, gli incontri che farà in questo luogo la cambieranno, e la Letizia che incontriamo nelle prime pagine non è quella che conosceremo alla fine del libro. Il mio editor mi obbiettava che è una donna che, all’inizio, può provocare una certa antipatia, ma io ho insistito e ho difeso questa scelta, perché volevo che si percepisse la sua trasformazione, come donna e come cittadina, il crescendo della sua umanità a contatto con quella comunità.

È un processo di maturazione che riguarda anche il suo ruolo di insegnante?
Questo aspetto è centrale, ho voluto che Letizia fosse un’insegnante proprio perché credo che sia un mestiere che si può fare in tanti modi. Lo si può certamente fare come lo fa lei all’inizio del romanzo, con molta professionalità e dedizione, certo, restando anche delle ore in più per aiutare gli studenti più bisognosi… Ma ad un certo punto dentro di lei sorge una domanda: è proprio questo che devo insegnare a questi ragazzi? Devo fissarmi sulla perfezione delle traduzioni di greco e latino oppure dovrei insegnare loro come entrare nella vita? Offre ai ragazzi i versi meravigliosi di Gianni Rodari: «Qualcuno che la sa lunga/mi spieghi questo mistero:/il cielo è di tutti gli occhi/in ogni occhio è il cielo intero». C’è uno scatto importante in lei, capisce che insegnare non riguarda strettamente i programmi scolastici, che insegnare è qualcosa di più, è indicare come si diventa donne e uomini. E questa rivelazione è parte integrante del cambiamento che questa donna dovrà affrontare.
Un cambiamento che mi pare parli direttamente alla capacità femminile di reinventare l’esistenza, nonostante una società ancora molto mascolina, piena di ostacoli per una donna che sta ricercando la propria indipendenza, lontana dal matrimonio e dalla stabilità economica, e dunque un nuovo equilibrio possibile.
In questi giorni sul web ho trovato una vignetta illuminante dei Peanuts di Schulz, con protagonista Lucy van Pelt che, a chi le chiede dove abbia trovato la forza, risponde che siamo donne e dunque è la forza a trovare noi. È davvero così, le donne hanno una forza straordinaria: forse è un mio difetto di fabbrica ma nei miei libri cerco sempre di dare un grande spazio alle donne perché sono intimamente convinta di questa capacità che ci appartiene. E questo vale doppiamente oggi, mentre ogni giorno assistiamo a questo dilagare di violenza di genere e femminicidi. E perché accade, tutto ciò? Certamente non perché le donne sono deboli, ma esattamente per il contrario. Le donne si stanno emancipando, non accettano più determinati soprusi, e in questo percorso di indipendenza spesso non sono seguite dagli uomini. Non a caso queste violenze avvengono all’interno delle famiglie, delle coppie e delle case, perché questi uomini non riescono ad accettare l’autonomia femminile, il loro dire un semplice no. Le leggi non bastano, perché gli stereotipi di genere sono più forti di ogni legislazione. La chiave sta nell’insegnare agli uomini a rispettare la libertà di chi sta loro accanto, un’educazione che deve partire dall’infanzia. Un’educazione all’ascolto, al rispetto.

Una sensibilità che ha infuso nei suoi anni da delegata alle pari opportunità di genere del Comune di Milano. Una città che, a sua volta, è in trasformazione e che da anni ha instaurato una dialettica tra il centro e le periferie, ma anche una città che, proprio in questi giorni, è al centro di polemiche per la gestione del bene pubblico. «Milano, io ti adoro, penso, ma in centro sta la tua mente, il cuore è altrove», scrive nel libro. Che sentimenti prova oggi verso Milano?
Io credo che ci sia davvero molto cuore nelle periferie di questa città. Al netto delle polemiche, la verità è che Milano ha il cuore in mano, sono sorte miriadi di associazioni, gruppi e volontariato che lavorano nei diversi quartieri. Per questo mi sento di spezzare una lancia per l’attuale amministrazione: non conosco nello specifico le contestazioni e dunque non posso esprimermi, ma posso dire che in questi anni è stata evidente la volontà di trasformare Milano in una città europea, moderna, lavorando per migliorare anche i quartieri che erano considerati poco importanti, basti pensare a Isola. Quartieri che sono diventati abitabili, attivi, attrattivi. E allo stesso tempo ci si è molto occupati di welfare e di terzo settore, che in questa città è centrale. Certo, Milano vive i problemi di tutte le grandi città, e sono molti: la gentrificazione, l’emergenza casa per tutti, le nuove forme di povertà, le disuguaglianze crescenti e gravissime. Ma vedo anche la volontà di costruire spazi e occasioni: ricordo per esempio che mi è stata data la possibilità di costituire in ogni municipio un Centro Milano Donna, dove ogni donna può rivolgersi per quasi tipo di problema o di assistenza, per poter individuare una soluzione, un percorso da seguire, un’idea di futuro. Mi auguro che la città possa proseguire in questa direzione, continuando ad accogliere tutte e tutti.
Ed ecco che, al termine del discorso, torna ad affacciarsi il concetto di collettività. Che, come nel suo romanzo, sembra richiederci di passare da un piano di trasformazione individuale ad uno più ampio. Dobbiamo tornare al concetto di comunità, come fa Letizia?
Comunità è una parola che è andata man mano scemando durante quest’ultimo secolo, nel Novecento è stata un motore ma oggi sembra aver perso importanza. Eppure continua ad essere fondamentale, perché è ciò che dona un senso alla vita di un essere umano. La solitudine non porta mai a niente, e sono gli incontri a cambiarci, proprio come accade a Letizia. È attraverso questi legami che abbiamo la possibilità di evolvere. Se si è comunità si può condividere la felicità o sopportare l’infelicità accanto agli altri. In fondo, a cosa serve essere felici da soli? Il mio augurio è che in futuro si possa tornare dunque al concetto di comunità, di quartieri concentrici che abbiano una vita, un cuore, che possano unirsi. Credo che sentirsi insieme dia più senso alla nostra vita, e questo vale particolarmente oggi, mentre ogni giorno ascoltando le notizie ci sentiamo disperati, incapaci di agire di fronte alle immagini dei bambini che a Gaza stanno morendo di fame. Accade tutto sotto i nostri occhi, e ci sentiamo piccoli, inutili. Un primo passo è quello di tornare a pensarci non più soli ma come una comunità, una comunità che pensa e che agisce. Stringendoci tutti insieme possiamo tornare ad essere umani.