25.02.2026

Dare inchiostro alla speranza. Intervista a Kristine Maria Rapino

Kristine Maria Rapino in Scialacca tratteggia un ritorno, il racconto delle ferite e il compito dello scrivere. L'autrice ne parla con Giorgia Tribuiani

A tre anni dall’uscita del romanzo di esordio Fichi di marzo, Kristine Maria Rapino, editor e docente di scrittura creativa, torna in libreria per i tipi di Sperling&Kupfer con Scialacca, un libro sul perdono e sulla cura che, per il radicamento sul territorio, le scelte linguistiche e soprattutto l’attenzione agli ultimi, conferma la solidità di Rapino come autrice dotata di una voce personale e di uno sguardo capace di mostrarci un mondo che a volte non siamo in grado di vedere.

Il romanzo si presenta con un ricco paratesto: i “dintorni del testo”, o le sue “soglie” per dirla con Genette, hanno in Scialacca un carattere fortemente simbolico (i nomi di due dei personaggi, Francesco e Celeste, compaiono rispettivamente nella dedica e nell’epigrafe) e narrativo (nei ringraziamenti compare una breve ma potente storia, forse la genesi del romanzo). Pensi che scrivere possa essere un modo per ri-scrivere la realtà?
Scrivere è un modo per concedersi possibilità. Vedere le proprie inquietudini declinate nella vita di altri aiuta, prima di tutto, a sentirsi meno soli. Si legge per riconoscersi, per ritrovare un frammento di sé. Quando il dolore esce dalla sua dimensione privata e torna a essere esperienza condivisa fa meno paura. Scrivere, secondo me, serve anche a immaginare traiettorie diverse. In questo romanzo in particolare ho voluto credere in un destino alternativo per Francesco, che sperimenta un deragliamento inatteso e cerca, con fiducia, di ritrovare la strada di casa.  Volevo dare inchiostro alla speranza.

A proposito del Francesco cui è dedicato il libro hai raccontato che «aspettava di entrare in comunità, ma tre giorni prima del suo ingresso si è tolto la vita. Con la scrittura ho tentato un’altra strada: immaginare il suo ritorno a casa dopo quattro anni d’assenza». Oltre all’opportunità di creare un finale alternativo, la scrittura è per te anche la possibilità di una restituzione?
Scrivere può – anzi deve – restituire dignità. E carne, soprattutto, a quelle categorie cui spesso attribuiamo etichette elusive e onnicomprensive. Non esistono “senza fissa dimora” né “tossicodipendenti”, così come non esistono i personaggi: esistono le persone. Ognuno ha una propria storia di incomprensioni, fallimenti, allontanamenti – non sempre volontari – e, a volte, resurrezioni. Chi scrive ha il dovere della specificità. È un impegno etico necessario, perché la lettura possa diventare un modo per tornare a guardare. Ad accorgersi.

Già dal tuo primo libro, Fichi di marzo, avevi mostrato una grande attenzione per gli invisibili. Francesco diventa in Scialacca un simbolo, così come la protagonista femminile Aria, che è albina e che lo accompagna dalla sua famiglia per supportarlo nel difficile processo di riabilitazione. So che sei documentata moltissimo anche grazie all’associazione Albinit. Puoi raccontarci qualcosa di più?
Sono entrata in questa realtà in punta di piedi, anche con un certo timore. Non la conoscevo e avevo bisogno di documentarmi a fondo – come faccio sempre quando preparo un romanzo – per poter trattare Aria con rispetto, evitando cliché e approssimazioni. Volevo che la mia idea si incarnasse, diventasse concreta, quotidiana. Da qui l’incontro con Albinit. La loro disponibilità è stata preziosa, soprattutto per comprendere un aspetto spesso trascurato quando si parla di albinismo: l’ipovisione. Ci si ferma alle caratteristiche estetiche, cromatiche, senza considerare quanto la vista ridotta influenzi ogni azione.
Raccontare Aria mi ha costretta a ricalibrare la percezione, a immaginare un mondo meno ancorato allo sguardo e più affidato agli altri sensi. Per lei, per esempio, l’udito è centrale: registra i suoni per fare memoria del mondo. È il suo modo di riconoscerlo.
Questo contatto ha arricchito prima di tutto me. E ha permesso ad Aria di acquisire quell’autenticità che desideravo, perché le persone con albinismo potessero sentirsi rappresentate. Il mio desiderio è che la narrativa generi anche consapevolezza. E, attraverso la consapevolezza, inclusione.

A proposito di Aria, so che i suoni che lei registra sono disponibili – ascoltabili – sul sito della casa editrice. Puoi raccontarci come è nata questa idea e come hai raccolto questo “mondo sonoro”?
È una storia che mi appartiene. Da anni registro suoni nei luoghi più impensabili: riascoltarli riattiva subito la mia memoria, soprattutto quella emotiva. È un modo per soffermarmi sul presente, per non lasciare che nulla vada perduto, e per custodire il piccolo, l’invisibile.
Ho pensato che Aria potesse condividere questa stessa sensibilità all’ascolto, da cui però nasce anche una comprensione peculiare della realtà. Attraverso i suoni, la vita può immaginarsela come vuole: colmano i limiti dell’ipovisione e le donano libertà espressiva e immaginativa.

In una precedente intervista hai citato una frase molto bella di Flannery O’Connor, «chi scrive ha il dovere di impolverarsi». Leggendo Scialacca è impossibile non rendersi conto di quanto tu abbia appunto studiato, di quanto ti sia documentata: in Fichi di marzo avevi visitato un pastificio e intervistato molti professionisti; qui, oltre al già citato lavoro con Albinit, ti sei inoltrata nel mondo dei fuochi d’artificio, quelli che vediamo anche in copertina e che riguardano la famiglia Lomonaco, la famiglia di Francesco. Cosa ti ha affascinata di questo mondo?
L’idea nasce da un incontro casuale: una donna, su un traghetto di ritorno da Spalato, che piangeva perché aveva perso prima il marito, poi il figlio, a seguito di due incidenti avvenuti nell’azienda pirotecnica di famiglia. Eppure continuavano a lavorare. «Perché è un mestiere che rende felici le persone», mi disse. Quella frase mi è rimasta addosso per anni, ha sedimentato. È diventata un imperativo: sapere di più.
Mi affascina e mi destabilizza l’idea di professioni che contemplano la morte non per salvare qualcun altro – come accade ai sanitari, alle Forze dell’Ordine, ai Vigili del Fuoco – ma per salvaguardare il diritto allo stupore. Alla meraviglia. I fuochi d’artificio li amiamo tutti, a qualunque età: celebrano gli eventi, legittimano la nostra voglia di felicità. E chi li crea accetta un rischio altissimo, perché gli incidenti sono frequenti. Ma continua a farlo per passione, per la gioia degli altri, persino di sconosciuti. C’è un senso di missione che sfugge a qualunque razionalità.

Trovo questa idea potentissima: scegliere il rischio, anche enorme, per la felicità degli altri. Tutto, in Scialacca, sembra invitare le persone a donarsi, a superare le proprie paure, per poter vivere una vita più piena.
«La paura mi salva», mi ha detto un fuochista. Perché tiene i sensi all’erta. La paura si impara, e crea memoria. L’amigdala attiva il meccanismo del “combatti o fuggi” davanti a uno stimolo che riconosciamo. Ma quando è giusto ascoltare questo istinto, e quando invece conviene spingersi in territori mai esplorati?
Aria teme di uscire da una quotidianità rassicurante, costruita per aggirare le sue limitazioni visive. Francesco ha paura di restare: fuggire, al contrario, non lo ha mai spaventato. Gillo invece, fratello di Francesco, teme la propria fragilità: non può permettersi cedimenti emotivi.
Per tutti, uscire da sé – come spazio psichico e geografico – costringe a entrare nell’imprevedibile. È lì che si scopre di essere qualcos’altro. Qualcosa di più. Spesso l’unico modo per evolvere è costringerci a fare ciò che ci spaventa.

E siamo al titolo, Scialacca. Puoi dirci qualcosa di più su questa parola e sul perché l’hai scelta?
La scialacca è una resina naturale che a volte viene usata nelle composizioni pirotecniche per creare il colore rosso. La chimica dei fuochi d’artificio mi affascina: richiede grande perizia. Ma nel romanzo la scialacca assume anche un significato simbolico. È ciò che unisce. Che sigilla. L’urgenza di tornare in contatto.

Sono tanti i temi che compaiono in Scialacca – la mancanza di comunicazione nella famiglia che è chiamata a riaccogliere Francesco; quel coraggio che è provare a restare; il perdono da offrire e da offrirsi – e tante sono le vicende che costellano il tuo romanzo. Una linea che ho amato tanto è quella di Aria, che pur non appartenendo al nucleo familiare dei Lomonaco ne scardina le dinamiche e rivoluziona gli equilibri. Forse proprio perché è un elemento esterno. È una più realistica e più contemporanea, ma magica a suo modo, Mary Poppins: che ne pensi?
Mi piace molto questo parallelismo. A volte serve un elemento esterno per interrompere i meccanismi viziosi in cui siamo immersi e che non riconosciamo più. L’estraneo ci fa da specchio, senza sporcarsi con la nostra storia.Nella pirotecnica, il combustibile è ciò che brucia; il comburente, l’elemento esterno, è l’ossigeno che permette la combustione. In assenza di ossigeno non può verificarsi. Aria, dunque, rende possibile la reazione. Solo così si sprigionano luce e calore.

Il tuo romanzo è strutturato secondo i passaggi di uno spettacolo pirotecnico, tanto da concludersi anche con i “colpi scuri”. Hai affermato che si tratta di un “mettere il punto” quando ormai lo spettacolo è finito, la luce è arrivata, la meraviglia è stata donata. Ci racconti qualcosa di più?
Si dice che le vacanze siano belle perché sai che finiscono. Se durassero per sempre, forse non le apprezzeremmo. La loro fine ci aiuta a godere di ogni momento e a ritornare alla vita ordinaria con nuovo slancio.
Allo stesso modo, dopo uno spettacolo pirotecnico, al termine della “stretta finale”, tutti attendiamo i tre colpi scuri, forti, senza colore. E infine un quarto, il più potente di tutti. Servono a razionalizzare. A comprendere che la meraviglia va custodita, messa a dimora, così da poter tornare ad apprezzare anche un cielo privo di slanci. Quando la pupilla si dilata, l’occhio si riadatta al buio e può di nuovo prepararsi ad accogliere la luce delle stelle. Poche o tante che siano.

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