Ci sono libri che vengono pubblicati in un preciso momento, ma continuano a restare estranei alla storia. Ci sono libri che parlano di qualcosa che accade nel presente, eppure sono sempre futuri, ancora da venire. Ci sono libri che, a volte, non possono essere del tutto compresi, addomesticati, perché non fanno parte di una mappa. La creano. Ci sono libri che caricano frontalmente, pronti alla possibilità di essere chiusi dopo tre pagine. Ci sono libri che tracciano una via impercorribile, disegnano una vertigine, fanno tremare le mani, e quando vengono terminati aprono una ferita che resta per sempre, impossibile da richiudere. Ci sono libri che sopperiscono ad un bisogno collettivo epocale. Tra questi c’è La morte di Virgilio di Hermann Broch.

1. Temete la morte per acqua
Nono giorno prima delle calende di ottobre dell’anno 737 dopo la fondazione della città romana. Publio Virgilio Marone sta rientrando da Atene sul corteo di navi dell’Imperatore Augusto. È profondamente malato, ma soprattutto è insoddisfatto dell’Eneide, il grande poema epico destinato ad onorare le imprese di Ottaviano e che gli garantirà fama imperitura fino ai giorni nostri. Vorrebbe avere più tempo per lavorarci, ma non è solo questo; amplificata dall’imminente morte, sente l’insoddisfazione di non aver davvero realizzato qualcosa attraverso la sua opera. Di più: Virgilio, dopo una vita dedicata all’ars poetica, è convinto dell’impotenza della poesia tutta di testimoniare davvero la realtà, di accedere alla sua parte più profonda.
La prima manifestazione della genialità di Broch sta proprio nella scelta del momento esistenziale in cui dare voce a Virgilio. Chi sta per morire abita sempre un confine, un passaggio esistenziale tra due stati, e decisivo è scegliere di analizzare e allargare questo momento, diluendo sulla pagina un’esperienza inevitabile e spesso relegata al silenzio perché terribile, forse ben più della stessa morte. Fin dall’inizio, Virgilio si tormenta dunque sull’ineliminabile frustrazione che accompagna ogni ambizione artistica: inadeguato ad «afferrare la soglia del sapere» tra la vita e l’Indicibile, sente l’inevitabile aspirazione tradita «di chi è sempre solo un ospite» nel dispiegarsi dell’esistenza (pochi anni prima, deve aver provato qualcosa di simile anche l’amico Rainer Maria Rilke durante la scrittura delle Elegie duinesi, e d’altronde, l’influsso della poesia di Rilke si proietta costantemente come un’ombra dietro l’intero romanzo).
Attende dunque di sbarcare al porto di Brindisi, dove la delegazione di Augusto farà tappa per la notte prima di procedere verso Roma. Il poeta è consapevole però che il suo tempo sta per scadere. Alle prime luci del porto, il ruggito della massa pronta ad accogliere l’imperatore raggiunge il ponte della nave. Virgilio avverte il destino di morte che aleggia su tutte le cose, e sa che «la massa adorante sé stessa nella persona dell’uno» ne è una delle vittime principali. Non è stato in grado di aiutarla perché con la sua poesia si è accontentato di celebrare i fasti dello Stato, mentre la Verità e la Conoscenza non hanno nemmeno sfiorato il suo poema, ignorando la responsabilità che ogni poeta o artista ha verso di esse nel compito di rivelarle.
Una volta attraccati al porto, l’imperatore non si vede, subito inghiottito dalla folla; a far da guida a Virgilio appare dal nulla un ragazzo di nome Lisania (in greco “colui che scaccia il dolore”), poco più che un bambino, il quale senza rivolgergli la parola inizia a condurre gli schiavi che portano la sua lettiga. La sua presenza è sin da subito qualcosa di anomalo: «Ti cercavo da tempo», dice a Virgilio, ma il poeta si difende, deciso ad osteggiare anche quel nome che ormai già gli ha conferito la gloria letteraria ma in cui ormai non si riconosce più:
«Il nome è come un abito che non ci appartiene; (…) Il nome che portiamo è preso in prestito, è un prestito il pane che mangiamo, un prestito noi stessi, immersi nudi nell’ignoto, e solo chi ha liquidato da sé tutto ciò che è cianfrusaglia in prestito, può vedere l’obiettivo, così da potersi unire definitivamente al proprio nome.»
Ben presto, a notte ormai inoltrata, Virgilio è travolto dalla stanchezza e dal sonno, mentre il ragazzo scompare.
2. Cattedrali dell’inesprimibilità
C’è un fiore che cresce in mezzo alla dura parete di granito di questo romanzo. Il testo respinge i continui tentativi di Virgilio (e del lettore) di superare il linguaggio verso ciò che vi è sommerso. Lasciandosi affogare però, stando a fianco di Virgilio nel suo travaglio, confusamente qualcosa inizia a farsi strada per dischiudersi.
Durante la seconda parte della notte Virgilio entra infatti nel pieno del suo tormento, una personale saison en enfer in cui il ricordo della madre, nell’infanzia contadina trascorsa ad Andes, emerge come un riparo possibile per la tempesta. Ma perché queste scene emergono proprio ora? Per Heidegger, il quale sosteneva che ogni “poetare è rammemorare”, il luogo del ricordo è cruciale nella poesia perché è sempre una meditazione sull’origine, sull’inizio.
Il poeta si sente molto lontano da casa, e ne ha nostalgia. Ma che cos’è “casa” quando siamo vicini alla fine? Virgilio «ascolta il morire» e sente che «solo chi assume su di sé la morte è in grado di chiudere l’anello in ciò che è terreno». Nell’ascolto di questo margine, si rivela una soglia; forse un finire, o un iniziare, ma certamente in questo l’anima dell’uomo è «simile a Giano bifronte», costantemente trascinata nelle due direzioni che caratterizzano la sua esistenza: la consapevolezza della morte, quell’essere-nel-mondo così terreno (Dasein, per Heidegger), e il desiderio di pace primigenio, di ritorno a casa, all’indicibile origine del suo essere. Eppure «irraggiungibile è la sorgente delle voci dell’inizio dei tempi», perché ciò che è stato fatto non basta.
Virgilio coglie l’insufficienza della poesia vissuta come “letteratura” («davvero serviva necessariamente una nuova, non ancora trovata lingua ultraterrena per compiere l’opera») e presagisce che una poesia che non cambi drasticamente la forma esistenziale di chi la incontra, rivelandogli la conoscenza del suo essere, è tempo perso, come lui ormai reputa l’Eneide. Il salto è certamente mortale:
«La sua poesia, (…) non era stata altro che impudica produzione di bellezza senza creazione di realtà (…) sarebbe stato condannato al fallimento fin dall’inizio (…) lontano dalla salvezza.»
È in questo scarto che si rivela il rapporto più profondo tra uomo, anima e coscienza. L’essere umano ha dentro di sé la luce per una consapevolezza più alta, quella di far parte di un Essere che è la chiave per la sua più completa realizzazione. «La necessità terrena più intima» dell’anima è «il suo sguardo interrogante», ma è come se la più recondita essenza di questo domandare non sia la comprensione di qualcosa da fuori, ma l’ascolto di una voce da dentro. Così la forma poetica affiora dal testo quasi spontaneamente, priva di una voce personale definita ed espressione naturale per quell’ascolto che è la forma di una nuova dimensione esistenziale:
«Non esiste (…) alcun compito che sia radicato nel terrestre senza che vi siano possibilità per la sua risoluzione (…) Solo dall’essere umano giungerà l’impulso alla violazione dei confini; per volere divino l’essere umano è predestinato a questo (…) in attesa dell’istante della rivelazione.»
Tra l’umano e il divino (dimensione che inizia con sempre più convinzione a risalire la corrente interiore di Virgilio), c’è un patto, un «ordinamento che crea la realtà» e che li lega per l’eternità. La missione poetica, strettamente legata a questo, è dunque la rivelazione della salvezza nella condizione terrena, e il ruolo del poeta quello dell’aiuto: «il dovere di risvegliare; non esiste altro dovere, e lo stesso obbligo dell’uomo verso la divinità e l’obbligo della divinità verso l’umanità è l’aiuto». Così dunque, anche l’arte «esiste (…) fintantoché si rinnova nell’irrisolto (…) obbliga l’anima a scoprire uno dopo l’altro gli strati della sua realtà».
A questo punto è pronta per fare il suo ingresso la figura di Plozia, colei che la tradizione riporta come l’unica donna mai amata da Virgilio. Il ritorno a casa da una condizione di esilio, per colui che «non ha più bisogno di essere ospite», è ciò che caratterizza l’umano. E “casa”, inevitabilmente, è anche Plozia. L’amore è l’energia motrice, che tutto precede e tutto spinge; nell’accettazione del proprio destino come una sorta di nietzschiano amor fati, assunto su di sé, è possibile scegliere consapevolmente di compiere il proprio “io fatale”, come avrebbe detto Clarice Lispector, realizzando la propria salvezza.
Disperso in visioni che affiorano come una vasta marea di immagini slegate dal tempo, inizia poi a comparire con sempre maggior chiarezza anche la prefigurazione di Cristo. Malgrado Broch fosse di origine ebraica, nel 1909 si era infatti convertito al cattolicesimo. Se fin dalle prime pagine il testo era cosparso di un lessico familiarmente cristiano, a questo si aggiungono riferimenti sempre più chiari: «Quando nella catena degli dei appare colui che la vergine ha generato: egli è il primo che non si ribella; entra nel padre e il padre entra in lui; sono uniti nello spirito, eternamente tre in uno».
All’improvviso però una voce attraversa Virgilio come una crepa. Il poeta riceve dall’invisibile un ordine sinistro, ambiguo, tremendo, che comporta l’atto estremo di abbandonare tutto ciò a cui è legato verso un sacrificio necessario: «Bruciare l’Eneide!». Ma, come si sa, l’invisibile è talvolta abitato anche da forze terribili, falsamente benevole. Lisania ricompare al termine delle visioni, e parla spesso come uno spirito di salvezza: «Ero la tua via, sono la tua via» (“Io sono la via, la Verità e la vita”, Giovanni 14,6). Cerca di convincerlo a non bruciare l’Eneide ma Virgilio è ormai convinto che la sua opera appartenga ad un’intera modalità d’esistenza destinata al tramonto: l’unica poesia autentica sarà solamente quella in grado di testimoniare nell’attimo, ora, «non ancora e tuttavia già», la profonda Verità dell’Essere, in cui ogni cosa respira nell’amore.

3. Cercando, hai trovato chi cercava te
Il regno del visibile e dell’invisibile sono presenti per Virgilio e sulla pagina per tutto il romanzo; l’invisibile supera il tempo, lo fa collassare, appartiene ad un’altra categoria di realtà. Questa sovrapposizione aumenta decisamente verso la fine, creando un’alternanza costante tra ciò che si vede e ciò che gli altri, tranne Virgilio, non possono percepire. Lisania infatti, si rivela sempre più come una manifestazione dello spirito del Cristo (ma così anche Plozia che ne incarna l’amore, e uno schiavo, che apparirà a breve nella stanza di Virgilio come la morte che incombe): «Hai sempre cercato te stesso per trovare me e, trovando te stesso, hai cercato me».
Dopo un breve incontro con gli amici Plozio Tucca e Lucio Vario, è l’Imperatore Augusto in persona a raggiungere il poeta nella sua stanza. Malgrado tra i due ci sia un forte sentimento di amicizia, non possono fare altro che discutere senza capirsi. Troppo distante è l’imperatore Augusto, ordinamento supremo di un mondo che sta per essere demolito dalle fondamenta, e l’Eneide resta senza verità, perché Virgilio non è stato in grado di mostrare il nuovo grande annuncio dell’amore come unica fonte di conoscenza autentica.
Un’intera modalità del pensiero occidentale volge dunque al termine. Se la Verità è un continuo processo di incarnazione da realizzare, il suo principio non è statico ma un evento che emerge ogni volta nuovamente nella potenzialità umana come “custode dell’Essere” (Heidegger), il quale permette il manifestarsi continuo della realtà. Così gli strumenti del mondo, scienza e tecnica comprese, per quanto utili non potranno mai andare oltre l’ente, donando la «duratura unità del significato» che invece risiede soltanto nell’amore, nella Verità dell’Essere nell’Uno, a patto che ci si lasci incarnare da essa. Diversamente, la realtà del divino non viene continuamente rivelata in noi, e “l’evento della Verità” non accade. Per questo Virgilio è deciso a non desistere: «No, aveva preso una decisione, ed era la decisione che si chiama amore, più grande dell’essere amato, perché in esso abbraccia e comprende non solo il visibile, ma a che l’invisibile».
Secondo il poeta, il valore della poesia e dell’arte è definito poi dal compito di conoscenza che deve svolgere rispetto al suo tempo; come può Virgilio, che intravede l’evento imminente di una svolta, continuare a procedere su sentieri ormai obsoleti come quello dell’Eneide? E come si può, sembra dire Broch, continuare a fare letteratura attraverso la ricerca di una verità ormai superata da tutto ciò che il Novecento ha comportato (le avanguardie artistiche, la tragedia delle guerre mondiali, ma anche le scoperte della relatività e poi della fisica quantistica più recenti, per fare alcuni esempi), così come ignorare la progressiva comprensione della rivelazione storica della salvezza cristiana?
«Il tempo è implacabile, Augusto; il pensiero ha raggiunto il proprio limite». Questo l’imperatore non può più comprenderlo, e toccati gli estremi della loro discussione, inizia ad arrabbiarsi. All’annuncio della venuta di un regno, quello che Virgilio chiama «l’impero della conoscenza» dove «la spada diventerà superflua», oppone la grandezza dello Stato romano. A tratti è lo schiavo a rispondere per Virgilio, senza che l’imperatore possa sentirlo: «Eterno sarà il regno, senza morte». E poi ancora Virgilio:
«Terreno e mortale è il salvatore, sempre, e dev’esserlo sempre. Solo la sua voce proviene dal soprannaturale (…) per amore dell’umanità, il salvatore offrirà sé stesso in sacrificio; con la sua morte farà di sé un atto di conoscenza, (…) così che da una tale, suprema immagine di realtà dell’aiuto che serve si dispieghi nuovamente la creazione.»
Malgrado al poeta sia concesso presagire l’annuncio, l’evento storico del Cristo che spacca la storia in un prima e un dopo non è però ancora giunto: «Anche il salvatore e la sua verità, anche lui è vincolato al tessuto cognitivo del tempo; quanto il tempo sarà maturo, verrà». Augusto, che a questo punto sfodera l’ultima arma a sua disposizione, accusa Virgilio di non averlo mai amato, addirittura di invidiare il suo potere: «Tu vuoi mettermi al collo un salvatore che non esiste ne esisterà mai, ma che dovrebbe sconfiggere me al posto tuo». Di fronte all’accusa di tradimento, Virgilio improvvisamente cede, e acconsente affinché l’Eneide venga salvata dalle fiamme.
Al termine della discussione, l’invisibile schiavo è deciso a portarlo via («ho ricevuto l’ordine di non lasciarti più», gli dice) ma Virgilio riesce ad ottenere ancora un po’ di tempo. Sebbene infatti un’opera possa avere valore solo in quanto salva o sia preparatoria alla salvezza, Virgilio tiene a dire che ha rinunciato personalmente a bruciare l’Eneide perché nell’impossibilità umana di nominare la Verità risiede anche il sigillo della grazia concessa all’uomo. In questa «discrepanza» risiede non soltanto la sua cecità, ma anche la concessione divina; in ogni opera «è insito tale germe», e dunque anche nell’Eneide, infine, proprio in virtù del suo fallimento, Virgilio riconosce il grande tentativo umano di accedere all’Indicibile.
Dopo aver disposto che gli schiavi nelle sue proprietà vengano liberati, sconcertando i presenti, Virgilio si sta finalmente avvicinando al momento della morte, ed ha paura. Sente di aver bisogno di un aiuto, come il Cristo sulla croce non riesce più a trovare quella promessa che lo aveva accompagnato fino a poco prima, e curiosamente è proprio lo schiavo ad indicargli la via: «Solo chi invoca l’aiuto per nome ne partecipa (…) Chiama». E d’un tratto qualcosa si incrina in lui definitivamente. Finalmente Virgilio lo chiama. Il suo grido si erge sopra «“i soffocamenti, attraverso tutte le paralisi (…) la chiamata doveva essere ripetuta; Oh voce che chiamavi la voce!” “Chiama!”. “Padre”».
L’argine cede, e definitivo è il sacrificio di Virgilio. Il suo affidarsi senza riserve nel momento della morte è compiuto.
4. La Cecità veggente
“In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Giovanni 1-14). La chiave per il capitolo finale, su cui quasi nulla si può dire a livello di trama, è forse racchiusa in uno degli incipit più celebri della tradizione occidentale.
Il quarto capitolo potrebbe essere definito come la resa linguistica di un’esperienza mistica, oltre la morte, di una ritrovata unità con il tutto. Virgilio si trova in mezzo ad un corteo di barche che semplicemente procede, navigando senza una direzione. È in compagnia di Plozia, ed entrambi si scoprono d’un tratto nudi come ad indicare una ritrovata purezza primigenia, quella «seconda infanzia» necessaria per entrare «nel secondo infinito» che tutto avvolge (“Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli”, Matteo, 18,3). È difficile seguire uno svolgimento preciso; tutto è come un grande processo verso l’Unità. La voce narrante diventa nulla più che «un occhio sulla fronte» rivolto verso il Senso, incastonato come un sorriso nel volto della Parola.
Missione dell’uomo è dare senso al tutto tramite la Parola, per quanto il suo accesso ad essa sia parzialmente imperfetto. La Parola, smuove, spacca, crea. S’incarna. Rompe il silenzio dell’universo. La Parola è dove fine ed inizio convergono, il principio di senso a cui noi prendiamo parte tramite la lingua e il pensiero, che ci viene donato e che ci consente di innestare il Senso nel mondo terreno che diversamente ne è privo. Potenzialità di ogni senso, respiro cosciente, al di fuori della Parola non c’è senso né realtà. E Dio è presso la Parola. È la luce che si proietta dall’uomo, faro del mondo, custode della grazia del Logos che tutto avvolge, guarda ed esprime. Più oltre, al centro di questa Parola incomprensibile, c’è solamente la «Cecità veggente». Ed ecco che allora il linguaggio si rompe, e dove la parola non arriva, termina il romanzo:
«Svanito l’universo al cospetto della parola (…) eppure contenuto e preservato nella parola (…) quanto più quella l’avvolgeva (…) tanto più la parola diventava irraggiungibile (…) lui non poteva trattenerla, e non gli era permesso trattenerla; era per lui incomprensibilmente inesprimibile, perché era al di là della lingua.»
Virgilio infine muore, per noi nella data del 21 settembre, diciannove anni prima della nascita di un uomo che dirà di essere il messia e che segnerà una svolta così determinante nella storia del mondo che la tradizione occidentale troverà necessario fissare quella data come un nuovo e decisivo inizio.
Di La morte di Virgilio oggi, resta soprattutto la direzione di una svolta: mai come adesso, bisognerebbe tornare a credere nella possibilità di quel contatto che Hermann Broch cercava varcando le soglie del linguaggio, pure al prezzo di una prosa talvolta oscura e ridondante. «Oh, ciascuno è circondato da un groviglio di voci, dentro il quale ciascuno vaga per tutta la vita, (…) eppure nell’impenetrabilità della selva di voci resta fisso sul posto». Le parole necessitano di essere rifondate; nel Novecento tanti hanno cercato di percorrere il margine di questa ferita, ma l’obiettivo resta ancora valido.
È necessario superare il linguaggio per indicare, in modo nuovo, una diversa esperienza dell’Essere che continua a rimanere aperta. L’unico tentativo davvero moderno, forse, è quello di uscire dalla letteratura, con tutto ciò che comporta, per dare Parola a questa rinnovata esperienza interiore.
Immagine di copertina: “Cristo mostra le sue ferite” (1630), Spadarino, Museo e Galleria d’Arte di Perth