30.03.2026

Il cane e la bambina. Cose che nessuno vede di Lisa Bentini

Un romanzo di frammenti e di evocazioni che si rivela, nel profondo, un dittico sul lutto

Ogni morte si somiglia. E scrivere, spesso, è anche il tentativo di intessere un impossibile dialogo con i morti, è l’atto di riparazione inconscio, la ricucitura necessaria a sopravvivere, perché celebrare la vita significa, al contempo, contemplare l’infinità del non essere, le cose che nessuno vede. Il romanzo d’esordio di Lisa Bentini, docente e raffinata critica letteraria, si regge con grazia in equilibrio sulla voragine dell’assenza, trasformando il vuoto in vertigine. In copertina, su sfondo nero, ritroviamo l’immagine di una costellazione che invita chi osserva a interpretare e ricongiungere i puntini sino a ricostruire per intero una figura: “cosa vedi?” è la domanda implicita che testo e paratesto pongono al lettore. 

Cose che nessuno vede è tra le prime pubblicazioni di narrativa italiana contemporanea della collana Lapilli, diretta da Antonio Sunseri, per Edizioni Kalós. Il titolo vuole essere un omaggio alla fotografa statunitense Diane Arbus e a una sua celebre citazione: «Ci sono cose che nessuno vedrebbe se non le avessi fotografate». La fotografia, intesa come medium, ritorna varie volte nel corso del romanzo: è ciò che offre al passato la possibilità di sovrapporsi al presente senza attriti: «un giorno c’è la vita, poi, all’improvviso, una fotografia». Il procedimento stesso dello sviluppo dell’immagine, nella fotografia analogica, presenta un legame metafisico con il concetto di morte, nella camera oscura le figure prendono forma, si compongono nel buio, riaffiorano: «appariamo e scompariamo come fantasmi».

Lisa Bentini, che oggi insegna nello stesso liceo artistico in cui studiava da ragazza, si serve della tecnica dell’ecfrasi per rendere visibile ciò che all’occhio sfugge: ne risulta un libro denso di quadri, di immagini, di opere pittoriche, in cui colori, suoni e sensazioni si amalgamano in un flusso di coscienza sinestetico.

Il punto di partenza è un lutto, la perdita dell’amato cane Beverly, che si sdoppia sino a comprenderne un altro – una morte, forse mai elaborata del tutto, quella della piccola Elisabetta Bentini, zia dell’autrice, scomparsa a soli nove anni per una meningite fulminante. La zia mai conosciuta, rimasta bambina per sempre, ha inciso profondamente sul destino della stessa Lisa: «Nella sua testa il mio nome si confonde con quello della Bambina» sino a dare adito a un processo di identificazione «E se rispondo che per tutta l’infanzia ho creduto di essere mia zia, nessuno mi crede» e ancora «Sono venuta al mondo per colmare un dolore incolmabile senza che nessuno se ne sia reso conto».  

Compulsory Education, Briton Rivière (1887)

Il cane e la Bambina sono i due protagonisti della storia, in bilico tra un presente spezzato e un passato da restaurare, mentre la scrittura «indaga, ricostruisce, si avvicina alla verità, va avanti e indietro nel tempo, finge, falsa, collega, omette, aggiunge» cercando di sfidare la materia oscura, impenetrabile, che è la morte. Cose che nessuno vede può essere letto come un dittico sul lutto, alla stessa stregua de L’invenzione della solitudine di Paul Auster che pure l’autrice cita prendendo nota.  In questa galassia di costellazioni familiari perdita e memoria si confondono, mentre ritorna il numero 9, come in una cabala: «Beverly è morta a nove anni, come mia zia» e la cifra è curiosamente dantesca, simbolo della struttura cosmologica e della perfezione divina (nella Divina Commedia sono nove i cieli e nove i cerchi dell’Inferno, inoltre nove è il numero di Beatrice, l’età in cui la fanciulla ne La Vita Nova incontra Dante, per poi ritrovarlo nove anni dopo). Nove è anche il numero da sfatare e demolire, la cifra da sfidare nella lotta per la sopravvivenza: «Pensavo che sarei morta a nove anni» e poi «Mentre scrivo questo libro mio figlio è entrato nel suo nono anno di vita».

L’altro tema preponderante è la maternità: nascita e morte si legano e fondono in un unico cerchio. Il cane Beverly viene percepito come il surrogato di un figlio «a chi fa fatica ad avere figli suggeriscono di prendere un animale domestico» e diventa, suo malgrado, la cura e il rimedio per un dolore ancora recente «non è un caso che Beverly sia arrivata qualche settimana dopo il mio aborto». Ed è proprio in questo cortocircuito, tra la vita e il suo rovescio, che la figura del cane e quella della Bambina si uniscono e paiono prendersi per mano. «Cosa vuoi che sia, Lisa, la morte di un cane» dice, nel passato, la nonna alla piccola Lisa per consolarla della perdita improvvisa del cane Leo, investito da un’automobile davanti al vialetto di casa. E la frase ecco che ritorna, simile a un’eco, nel presente riaccendendo il legame tra i due lutti: la Lisa adulta comprende che la nonna intendeva porla al riparo dalle offese dell’esistenza e dai suoi stessi sentimenti, ma era anche la considerazione, disperata, di una madre che aveva patito sulla propria pelle il dolore peggiore ed eterno, la morte di un figlio. «Ma si può non soffrire?» si domanda la voce narrante, consapevole di addentrarsi in un mistero per definizione impenetrabile «È possibile indagare la morte di un corpo senza fare un torto alla sua giovane vita?».

A Secret Place, Charles Burton Barber (1892)

Anche la morte è un battesimo e, come scriveva Marguerite Duras: «La morte di chiunque è la morte intera. Chiunque significa tutti». Il cane e la Bambina risorgono da imperscrutabili lontananze: da creature fantasmatiche si fanno tangibili, presenti, attraverso il prodigio della scrittura. Ed ecco Beverly, con le sue morbide orecchie pelose e il manto bianco, che torna a scodinzolare felice, a divorare libri di Landolfi e correre giocosa per il giardino. Ritorna anche la Bambina, Elisabetta, nove anni per sempre e la sua infanzia luminosa fatta di giochi, giri in bicicletta, quaderni di scuola ordinati e pagelle, mentre chi scrive tenta di evitare il finale annunciato in un’ultima, straziante, premura: «te lo sei messo il cappellino, Elisabetta? E tu, nonno, l’hai protetta dal sole?».

La scrittura è un atto di riparazione, il tentativo di porre rimedio al nulla che rappresenta la morte. Ritroviamo Beverly nel cane ritratto da Giacometti e nel dipinto Funerale ad Ornans di Courbet; mentre la piccola Elisabetta dai capelli rossi risorge ne La bambina malata di Edvard Munch, opera ritenuta minore rispetto al celebre Urlo, in cui tuttavia l’artista raffigurava un dolore ben più straziante, la perdita della sorella Sophia, morta a quindici anni di tubercolosi. La voce dei morti è «la cosa più difficile da rievocare» e allora vengono in soccorso le immagini, statiche e durature, che li rendono vivi per sempre. Elisabetta sorride in eterno sulla spiaggia, davanti al mare: è un giorno di luglio del 1969, il mondo ha appena scoperto la Luna e lei ignora che le restino soltanto pochi giorni da vivere, «gli occhi che strizzano, la luce di luglio ti ferisce, ma tu ridi, ridi sempre». Le fotografie sostituiscono i ricordi e la narratrice vi si appella per colmare il baratro dell’assenza, un’assenza che, dopotutto, la riguarda, perché:

«Ero scampata alla morte, ma non al lutto. E neppure al senso di colpa di essere io quella viva».

Cose che nessuno vede si pone sullo stesso solco di L’altra figlia di Annie Ernaux e Il libro bianco di Han Kang nella volontà di raccontare una scomparsa che continua a riverberarsi sul presente. Le due autrici premio Nobel narrano le sorelle maggiori morte precocemente e mai conosciute, mentre Lisa Bentini rievoca la zia-bambina, ma c’è un punto di congiuntura in cui le storie si incontrano ed è che «ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione», come scrisse Pavese ne La casa in collina. Fa rabbrividire soffermarsi sul pensiero che i morti fossero vivi un tempo ed è ciò che spinge a interrogarli, a evocarli, a domandare loro la ragione inconoscibile.

La scrittura, ogni scrittura, vuole rispondere a una domanda irrisolvibile: da un lato c’è lo splendore e l’innocenza della vita e, dall’altro, l’infinità oscura della morte, eppure non è giusto morire dal momento che siamo nati. Le cose che nessuno vede ci riguardano tutti, perché è l’invisibile ciò che conta di più, in ogni esistenza. Raccontando due lutti distinti, ma uniti nel dolore provocato dalla perdita, Lisa Bentini ci immerge nel segreto di un unico mistero e ci sfida a decifrarlo, perché ogni fantasma, in fondo, si tramuta in una costellazione.  

Immagine di copertina: A Special Pleader by Charles Burton Barber (1845–1894), 1893, from Rochdale Arts & Heritage Service

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