Un salotto ben arredato, dove una giovanissima ragazza siede ancora come fosse una bambina, senza pensare al decoro; un camerino, con uno specchio in cui una donna rimanda il momento in cui il suo sguardo incrocerà se stessa. Iniziano così i due romanzi protagonisti di «Chantier Colette», il cantiere editoriale curato da L’Orma editore dedicato a una delle icone della letteratura del secolo scorso, Colette. Sidonie-Gabrielle Colette all’anagrafe, la scrittrice ha consegnato ai posteri un’idea di letteratura ispiratrice, avanguardista, eccentrica. Con questo progetto, inaugurato dalla pubblicazione, rispettivamente, di Gigi e La vagabonda, Colette rivive attraverso nuove traduzioni, introduzioni a cura di grandi intellettuali e un lavoro grafico ispirato al maestro della Belle Époque George Barbier.
La Gigi di questo racconto lungo, tradotto da Ornella Tajani, è la quindicenne Gilberte Alvarez: per tratteggiarla, Colette si era ispirata ad alcuni fatti, di cui venne a conoscenza, risalenti a vent’anni prima, in particolare alla storia di Yola Henriquet, che nel 1926 aveva solo diciassette anni ed entrò nelle grazie del magnate Henri Letellier, di 36 anni più grande di lei. Gli accadimenti reali, però, andavano contestualizzati e ricalibrati in un altro periodo, quello delle «carrozze, delle prime auto e delle grandi mantenute». La storia si svolge infatti a cavallo tra Ottocento e Novecento ed è, senza dubbio, sostenuta da «una robusta impalcatura di realtà» cui la scrittrice si è sempre dedicata con grande novizia di dettagli.

Dell’educazione di Gigi, di cui non può occuparsi sua madre, impegnata a calcare con scarsi risultati il palcoscenico, ha preso le redini la nonna, che per quanto affetto provi nei suoi confronti la tratta e considera alla stregua di «una bambina di dieci anni». Gigi, in effetti, non sembra curarsi del proprio aspetto – quei riccioli color biondo cenere, che di lì a poco saranno notati da qualcuno – e delle convenzioni sociali, si interessa di cose semplici, come giocare a picchetto e andare a trovare la zia Alicia. Ma, nel piccolo mondo borghese e ormai decaduto in cui è cresciuta, Gigi non può semplicemente accomodarsi su una sedia come le pare, deve avvicinare e chiudere le ginocchia, inclinandole verso destra o verso sinistra, perché altrimenti non sta bene. Gigi è preziosa, e in quanto tale va preparata all’imminenza del suo futuro. Secondo un’educazione i cui unici ostacoli sarebbero «l’astice all’americana, l’uovo alla coque e gli asparagi», impartita a suon di riviste di gossip e voci di corridoio origliate, l’obiettivo della ragazza non può che essere uno: prepararsi ad accogliere, il prima possibile, un uomo rigorosamente ricco che la mantenga. E un uomo che risponde a simili caratteristiche ci sarebbe: è un assiduo frequentatore del salotto Alvarez, uno scapolo d’oro che con puntualità abbandona i fasti della Parigi di inizio secolo per rifugiarsi in questo non-luogo, dove vive e (si accorgerà) cresce Gigi.
Assecondando un ritmo che, come si legge nella postfazione di Daria Galateria, «resuscita Jane Austen e Cenerentola», Colette dà a quello che finora è stato un ottimo racconto di costume lo slancio necessario a rendere indimenticabile il suo personaggio. Muovere con coraggio i primi, decisivi passi verso l’età adulta vorrà dire, per Gilberte, abbracciare la sincerità dei propri sentimenti, sfidando le ipocrisie sovraimposte.
Il libro, che fu scritto nel 1942 e pubblicato, per la prima volta, nel 1944 a puntate e in Svizzera, a pochi giorni dallo sbarco in Normandia, ebbe un insperato successo solo dopo, stupendo Colette («Devo aver toccato un nervo») e consacrandola in via definitiva alla fama, dopo la ripubblicazione come singolo racconto, a New York, su «Harper’s Bazaar».
Renée Néré è la più matura protagonista del romanzo La vagabonda, pubblicato per la prima volta in Francia nel 1910, adesso nella traduzione di Camilla Diez. È, innanzitutto, un inno di rinascita in tre atti, raccontato attraverso una prima persona che, è chiaro da subito, non scende a patti con se stessa.
«Il caso, mio amico e padrone, acconsentirà ancora una volta a inviarmi i geni del suo regno disordinato. Ormai ho fede soltanto in lui – e in me. Ma soprattutto in lui, che mi ripesca quando mi inabisso, mi afferra e mi scrolla come un cane da salvataggio il cui morso, ogni volta, mi lacera un po’ la pelle… Al punto che, nei momenti di disperazione, non mi aspetto più la fine, ma l’avventura, il piccolo miracolo banale che, anello scintillante, riallacci la collana dei miei giorni.»

A quasi trentaquattro anni, i suoi giorni sono scanditi dalla consapevolezza di essersi lasciata alle spalle una fase decisiva della propria esistenza, rinunciando agli agi, sì, ma anche a un matrimonio infelice, fatto di tradimenti e folli gelosie e manipolazioni continue, in favore di una vita più modesta e riparata. Si esibisce come attrice a teatro, tra saltimbanchi, cantanti, attori e un circo di umanità spesso bizzarra che la consola e la dispera al contempo. Sarà durante una delle tournée che si imbatterà in un «tordone», come lo definisce lei stessa subito, Maxime Dufferein-Chautel, suo coetaneo, abbiente ma nullafacente (ha, dalla sua, una rendita non indifferente che sposterebbe gli equilibri della sua vita). Con lo zampino di un amico comune, quest’uomo si insinua nella quotidianità di Renée, che dal suo canto si fa sempre più respingente come forma di autotutela, ma anche curiosa. Lei è pur sempre colei che ha posato la piuma nel calamaio in via definitiva: alla scrittura, con la quale si dilettava in passato da donna sposata, ha sostituito la scena; alle feste, è subentrato il calore del suo salotto, in compagnia di un animale domestico e di un caro compagno con cui rimpiangere, a cena, i bei tempi andati…
Se ha imparato a trattenere le lacrime «scurendo le ciglia con il mascara», non ha fatto altrettanto con i propri sentimenti, sopiti ma ancora vivi e pulsanti.
In questo continuo monologo interiore, Renée dà uno sguardo alla donna che è diventata, un altro al suo travestimento costante, oscillando continuamente tra il desiderio di una felicità illusoria e l’attaccamento a un’indipendenza voluta, certo, ma che le è costata moltissimo. Nell’onestà intellettuale di osservarsi allo specchio e di intravedere, dietro quel trucco e quegli abiti, ogni piega di dolore che il suo corpo ha conservato come simulacri del passato, Renée si fa simbolo della donna moderna, anticipando all’inizio del secolo scorso alcuni temi fondamentali che la letteratura e la società sperimenteranno più avanti: il desiderio carnale, la repulsione verso la contrattualizzazione dell’amore, la maternità rifuggita, la consapevolezza della vecchiaia.
«Credete sia la stessa cosa? Per voi, forse, e per molti uomini. Non per me! Ricordatevi, Hamond, cosa fu per me il matrimonio… No, non si tratta del tradimento, non fraintendete! Si tratta della domesticità coniugale, che fa di tante mogli una sorta di bambinaie per adulti… Essere sposata è… come dire? Temere che la costoletta del signore sia troppo cotta, che l’acqua Vittel non sia abbastanza fredda, la camicia inamidata male, il colletto floscio, il bagno bollente. Significa assumersi il ruolo sfiancante di intermediaria-tampone tra il malumore del signore, l’avarizia, la ghiottoneria, la pigrizia… […] Il ruolo di mediatrice, vi dico, tra il signore e il resto dell’umanità. Voi non potete sapere, Hamond, siete stato sposato troppo poco! Il matrimonio è… è “Annodami la cravatta! Sbatti fuori la serva! Tagliami le unghie dei piedi… Alzati per farmi una camomilla… Preparami un clistere…”. È “Passami il completo nuovo e fammi la valigia, perché io possa correre da lei…” Intendente, infermiera, bambinaia – basta, basta, basta!
[…] Non sono più sufficientemente giovane, né entusiasta né generosa per ricominciare con il matrimonio – o con la vita a due, se preferite.»
Così Colette educa all’arte di sottrarsi all’educazione sociale, descrivendo quella «stanza chiusa» in cui una donna può restare a oziare, lontana dagli occhi indiscreti.