08.01.2026

Cerchi infiniti. Un geopoeta nelle terre della percezione

Tra pensieri e paesaggio, il volume di Davide S. Sapienza è un perpetuo viaggio dentro e fuori di noi

Conobbi Davide S. Sapienza camminando. Correva l’anno 2014 e ci trovavamo nella Val d’Ultimo nei pressi di Merano, nell’Ultratempo, come lo chiamava Davide, quella dimensione temporale nella quale le esperienze si espandono fino a diventare verità universali. Era appena uscito Camminando (Lubrina Bramani Editore), libro il cui titolo è un tributo al pensiero di Henry David Thoreau, uno dei padri spirituali del nature writing di stampa nordamericana. E poi Scrivere la natura, anche questo titolo di un saggio uscito per Zanichelli e scritto a quattro mani con Franco Michieli, un “libro guida” che mi aveva inviato via corriere nei mesi precedenti. In quegli anni, il trentenne che fui era un campo nudo, pronto ad accogliere il seme giusto che potesse dare inizio a nuova vita. Quel seme fu la geopoetica nell’interpretazione che gli diede Davide, una pratica piuttosto che una teoria (intellettuale): «Non può esistere un corso di pratica geopoetica, né deve», sostiene giustamente. Questa pratica si materializzò in lunghissimi scambi di messaggi e camminate, nelle Alpi Orobie oppure nelle foreste lussemburghesi, e diede luogo ad un’amicizia che si è fatta man mano più profonda, fino a sbocciare, fra le altre cose, in un libro che abbiamo scritto a quattro mani (Rocklines, Editions Phi).
Sono passati gli anni, e i libri. Ma (mi) ricordo benissimo quando, appena arrivato a Bergamo, una fredda mattinata del marzo 2019, Davide mi accolse all’aeroporto con un libro in mano, un’opera che avrebbe segnato una tappa importante nel suo cammino letterario: Il Geopoeta. Avventure nelle terre della percezione (Bolis Edizioni). In questo testo aveva racchiuso tutta l’esperienza, ormai pluridecennale, dell’esperienza “sul campo”, fra cammini geopoetici nell’arco alpino alle spedizioni nell’Artico, nordamericano, scandinavo e islandese, senza dimenticare la sua “prima” vita, quella dedicata alla musica. Presto però, con la consapevolezza che a quel testo mancava quella scintilla – appunto, la conclusione del lavoro nel Nordland per il National Park Center prima e Bodø Capitale Europea della cultura, con il progetto per Nordland Teater dal titolo “In The Garden Of Arctic”, Davide mi confidò la sua intenzione di rimettere mano al testo, modificando alcuni capitoli e scrivendone tre nuovi.

Eccoci dunque, diversi anni dopo, con in mano questo “Geopoeta versione 2025”, che è a tutti gli effetti un nuovo volume, pubblicato a settembre da Meltemi Editore nella collana Atlantide. Cambia anche il titolo, che si fa più essenziale: Geopoeta, nelle terre della percezione (con una prefazione a firma di Luca Rota). Si amplificano inoltre i mezzi espressivi: parte integrante del progetto sono infatti una video-opera di Marco Mensa (“Contrafforte Pliocenico”) e le illustrazioni dell’agrotecnico e artista milanese Vittorio Peretto, a prova del fatto che l’espressione geopoetica non si limita alla sola scrittura. A detta dello stesso autore, si tratta del libro «più rappresentativo» del suo percorso, un autentico «viaggio nuovo». Per chi ha avuto modo di leggere la prima versione, la sensazione alla lettura di questo nuovo libro è simile a quando si incontra un vecchio amico perso di vista, che nel frattempo ha visto innescarsi il processo di individuazione junghiano della conoscenza di se stesso. Geopoeta, nelle terre della percezione è quindi un libro-specchio, un’opera definitiva, profonda, ma anche orizzontale; come in quella metafora della montagna, orizzontale per l’appunto, quando l’autore scrive: «La visione dall’alto al basso è colonialista: si va in vetta per dominare. Non a caso l’alpinismo è stato alimentato dalla visione maschile, che non è orizzontale, ma verticale e verticistica. Mentre una comprensione più completa, inclusiva (sì, femminile) rivela le interconnessioni tra ogni elemento».

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Le connessioni sono alla base del mondo così come lo percepiamo, e sono legate a concetti come la temporalità (includendo il deep time delle ere geologiche), la memoria umana (anche qui l’ombra di Jung con i suoi archetipi) e non è un caso che appaiono quindi lungo le pagine i pensieri di alcuni spiriti guida del geopoeta: da William Butler Yeats a Alexander von Humboldt, da Henry David Thoreau a Barry Lopez, Jack London e Werner Herzog, Giovanni Segantini e Brian Eno. Nella prefazione di Luca Rota, Sapienza diventa l’uomo-mappa che tessa una rete di connessioni fra pensieri e paesaggio, che sono, in fine, della stessa materia. Isola di Skye, Adamello, Val d’Ultimo, Saltdalen/Nordland, il Contrafforte Pliocenico alle porte di Bologna, la valle dell’Occhio: quest’ultimo, luogo della mente per eccellenza, rappresenta la quintessenza del pensiero geopoetico, un’immagine interiore che si può caratterizzare nelle parole del pittore surrealista René Magritte: «Noi la vediamo come se fosse fuori da noi anche se in realtà è solo una rappresentazione mentale di quello che sperimentiamo dentro di noi».

La pratica geopoetica non si limita però alla contemplazione, anzi. L’azione è tanto fondamentale quanto semplice: basta mettersi in cammino perché «camminare e riflettere sono due azioni che formano un sistema binario naturale». Un atto talmente naturale come il camminare si rivela così per quel che è: un’attività poetica, necessaria per decifrare i misteri del mondo che ci circonda, alla ricerca di un significato più profondo. Questa visione, solo in apparenza semplice, si incontra in tutte le pratiche spirituali nel mondo: io personalmente mi ricordo dell’incontro con un maestro Yamabushi, gli asceti di montagna giapponesi, che mi disse: «Gli uomini non insegnano niente. È la natura ad insegnarci le cose. Prima devi sentire. Poi riflettere su quello che hai provato». Ecco l’essenza della spiritualità, laica, se vogliamo proprio definirla così, del geopoeta: è la connessione con qualcosa che supera la propria esistenza, un mistero che si rivela soltanto attraverso la poesia intesa come via verso una nuova realtà. Una geografia intima che non mente e perciò diventa un atto sovversivo: «La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla scoperta, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi».

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Helgeland, Nordland, Circolo Polare Artico norvegese (c)Davide S. Sapienza

Nei sessant’anni del suo autore, Geopoeta spalanca in modo definitivo le porte sul vasto terreno della percezione e della libertà interiore. Un punto di arrivo e allo stesso tempo un punto di partenza: verso quelle terre ignote all’Orizzonte, sempre seguendo la luce, della quale Davide ha scritto nel suo saggio poetico Il Durante eterno delle cose (Michikusa Publishing, 2024):

«In lontananza una luce forte
muoveva le fronde
Sono uscito e ho costeggiato la foresta
Per attraversare la terra.»

Un percorso compiuto con lo zaino rigorosamente vuoto, leggero come la sottile luce del Nordland che illumina le rovine di un mondo in continua ri-creazione, un viaggio che non finisce mai perché, per dirlo con le parole di Alce Nero, uomo di medicina Lakota, «tutte le grandi forze del mondo operano in cerchio».
Tutto torna, è solo la nostra percezione che cambia.



In copertina: Helgeland, Nordland, Circolo Polare Artico norvegese (c)Davide S. Sapienza

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