E se fosse stato Lucrezio l’involontario precursore di quel capolavoro di retrotecnica che sono le cartoline?
Suave, mari magno turbantibus aequora ventis / e terra magnum alterius spectare laborem, ovvero «Dolce, mentre i venti sconvolgono il mare, guardare da terra l’affanno altrui». Non tanto per l’affanno in questione, che è comunque insito nelle cose, nei paesaggi, in sintesi nella nostalgia che presiede il ricordo/souvenir di un viaggio; quanto invece per il punto di vista che la carta postale attiva: da lontano, da una riva ideale, asciutti, ben saldi. Hans Blumenberg ne ha fatto addirittura una metafora del conoscere, coniando un titolo, Naufragio con spettatore, che è il calco di una condizione epocale. C’è sempre qualcuno che dalla spiaggia guarda gli altri annegare – leggi ‘vivere’ – e ne ricava una teoria.
E quando la cartolina (cioè il correlativo di una pseudo-scoperta) si allarga e diventa mappa, e poi atlante, fino a coincidere con il mondo intero, ecco allora che la distanza tra la riva di chi guarda e l’orizzonte diventa incolmabile, ideale, un alibi perfetto per tirare i remi in barca. Ne Il rigore della scienza Jorge Luis Borges ‘citava’ un passo ripreso dai Viaggi di uomini prudenti di Suarez Miranda. L’apocrifo è noto: i cartografi dell’Impero disegnano una mappa così perfetta da coincidere, punto per punto, con il territorio che rappresenta; le generazioni seguenti la giudicano inutile e l’abbandonano alle intemperie. Di quell’immensità non restano che pochi brandelli, reliquie nel deserto, abitati da «Animali e Mendichi».

Per rovescio, è un’immagine molto simile a quella che attraversa l’ultimo lavoro di Paolo Bosca, Fare utopia (nottetempo): là dove la Mappa pretende di esaurire il mondo in un’unica destinazione d’uso, gli anfratti in cui l’utopia torna a mettere radici sono appunto le falle del tessuto urbano, gli edifici che nessuno reclama, le distese che dal satellite si appiattiscono in macchie verdi e senza nome.
Per i tempi in cui viviamo, Bosca suggerisce un modo nuovo di intendere l’utopia come prassi. A differenza dello spettatore di Blumenberg, non osserva mai da fermo, sale invece su treni notturni, imbarcazioni, si bagna i piedi e soprattutto esplora. Lo si trova a Castiglione d’Otranto, nel Salento, dove il collettivo Casa delle Agriculture prova a rimettere a coltura olivete che la Xylella, e prima ancora un secolo di monocoltura, ha ridotto a quelle che Bosca chiama «distese di fantasmi». Lo si ritrova a percorrere i margini vegetali di Torino con il collettivo Spazio Vacante dove ai partecipanti, durante l’esplorazione, viene consegnata una «busta contenente dieci trasferelli che raffiguravano altrettante specie vegetali che avrebbero individuato dal vivo lungo il percorso, in modo da integrare al racconto itinerante la rappresentazione grafica che, in ogni momento, potevano trasferire sulla pelle. Alla fine, i corpi erano pieni di piante: la pelle teneva traccia di un percorso altrettanto variegato, capace di far sperimentare un modo diverso di abitare lo spazio urbano».

Non è più la Mappa a dirgli dove si trova, ma metro dopo metro è Bosca stesso a ‘scrivere’ il territorio, come i passanti di Michel de Certeau che redigono ogni giorno una città dispari rispetto alla pianta urbanistica che ne riflette l’astratta funzione. In tal senso, per Bosca l’utopia non è un tempo verbale (il futuro, il “non ancora”, la promessa che si rimanda di stagione in stagione) ma un luogo, un’isola che è «fatta della stessa pasta della realtà», e che proprio per questo dura solo il tempo che la si abita, dissolvendosi nell’istante in cui ci si ferma, come la carrozza che a mezzanotte ritorna zucca. «Come si fa, si disfa»: formula che enuncia uno dei limiti sostanziali dell’utopia, e di cui siamo chiamati a prendere piena coscienza.
Ultimi ma non ultimi, restiamo noi, collezionisti contemporanei di cartoline. Se l’utopia ci sembra impossibile, forse è per quella che Yona Friedman, in Utopie realizzabili, chiamava «la rassegnazione preliminare del signor X». Dichiariamo irraggiungibile l’isola prima ancora di prendere il mare, alibi perfetto per non muoverci dalla riva.
È la resa anticipata dello spettatore a rendere deserto l’orizzonte, non l’orizzonte a essere deserto a prescindere. Resta quindi da assumere la parola ‘utopia’ fino in fondo. Thomas More l’aveva ricavata fondendo ou-topos, il non-luogo, ed eu-topos, il luogo buono, due quasi omofoni che si tengono per mano. Per cinque secoli abbiamo udito solo la prima sillaba, quel “non” che fa da cesura. Bosca invece scommette sulla seconda. Non più un tempo nuovo da aspettare, ma una terra antica da ritrovare e riabitare, qui, adesso, a patto di smarrire la rotta. Perché il reale, come il possibile, somiglia più a un arcipelago che a un recinto. Vivere in tale discontinuità è, forse, l’unica salvezza che si possa raggiungere ‘a piedi’. Rigorosamente bagnati.
In copertina: Ambrosius Holbein, incisione per l’edizione di “Utopia” di Thomas More del 1518