Cosa compone un io? I luoghi da cui è attraversato, le angosce che lo abitano, gli impulsi più difficili da confessare, quanto lo sguardo sul mondo e la postura con cui lo si legge. In un momento storico in cui si riflette molto sull’autofiction e il suo proliferare, Violetta Bellocchio piega i confini del genere con Studio Privato, pubblicato da 66thand2nd. Lo fa di nuovo, dopo Electra (Il Saggiatore), che questa nuova uscita anticipa temporalmente e tematicamente, offrendo una chiave d’accesso al senso della scelta che ha prodotto molti presupposti del lavoro precedente. Lo fa però, soprattutto, utilizzando il memoir come veicolo di — lucida, quanto più il flusso di pensiero della voce narrante pare sfarinarsi – sperimentazione linguistica e di architettura del testo. Quello che prende vita sulla pagina è infatti un flusso di coscienza frammentato, libero nella forma quanto costretto nelle ansie dell’esistenza, privo di filtri e di abbellimenti senza perdere in coscienza letteraria: un diario – privato, come lo studio da cui costruirsi una parodia di stabilità grazie a un preteso professionista di salute mentale che affida fragilità o presunte tali a chi già sta battagliando con le proprie, con la stessa scioltezza con cui prescrivono psicofarmaci a una donna vista una volta sola, che mentre si impone di prendere tempo prima di cedere agli istinti suicidi ascolta senza voglia le ossessioni altrui. Il racconto di un mondo che a qualcuno potrebbe — colpevolmente – sembrare alieno, ma è il ritratto della città – pretesa vincente – che ci cammina accanto, dei suoi manager, delle sue donne danarose e delle sue feste eleganti. Una città di squali sorridenti in tacchi a spillo dentro le redazioni delle riviste femminili, in cui non è concesso essere troppo deboli per non resistere al vuoto e alla paura. In cui essere preparati al nemico nel vicino di scrivania o di casa.

Il libro traccia la fotografia spietata di una precarietà tanto economica quanto esistenziale, ma a tal punto consustanziale da non spingere neanche più, quando la si intravvede, a chiedere all’altro cosa gli stia accadendo. Una città corpo che ai suoi corpi somiglia, abitata di dipendenze e patologie psichiatriche socialmente perfettamente accettate, come «il desiderio di tirare gli altri in basso, ridurli a bambini sovraeccitati, per incastrarli dentro una reticella tiepida di consumi e simboli». La vera protagonista di questo memoir è questa Milano forse perduta, forse sempre simile a se stessa e a certe grandi città da cui fuggire mentre se ne viene attratti come una dolce, inevitabile trappola. Scapparne, infatti, significa incontrare altra follia, più vicina, ugualmente sottaciuta e forse ancor più spaventosa. Meglio allora, a conti fatti, tornare a una da riconoscere come propria, da rivendicare di fronte a chi non ha mai imparato a leggerla. Per Bellocchio infatti Milano è stata, prima, la città dei ragazzi che vivevano di notte fiutandosi tra loro, perché nessuna linea davvero profonda, in quelle ore, separava il miliardario e il proletario, riconoscendo i posti in cui scappare e lasciarsi perdere. Una sorta di mondo sotterraneo alla luce del sole, che non ti sfiora solo finché non impari a riconoscerla. È fatta, in effetti, di una grammatica e di una lingua limpida per chi l’ha fatta sua, su cui le parole di Violetta Bellocchio gettano lo sguardo di chi l’ha imparato, di chi sa notare tutto per acume e sopravvivenza a un tempo.
Lo sguardo affilato e schietto di Violetta Bellocchio indaga le ferite senza morbosità ma con una fame spasmodica di verità che riesce però a tenersi sulla misura compassata dell’analisi quasi clinica. La stessa con cui osserva e viviseziona anche se stessa, rileggendo i traumi – dalla solitudine all’abuso – come componenti di un’identità che non può, inevitabilmente, che camminare accanto al suicidio, più che flirtarci assumerlo come parte di sé. Un alter ego cui la pagina affida una componente finzionale e un altro nome, una bambina per cui «non ne valeva la pena», per autorizzare finalmente a esistere le ferite di un «codice verde cresciuto in una casa di codici rossi», dove il supporto è componente essenziale ma solo a patto che sia fuori di sé, che sussista solo nella dialettica dell’emergenza. Questa bambina rotta non può che finire ad essere «la schiava bambina» del genio che certe città attirano come carta moschicida. Il fatto che se ne racconti però come dei vincitori anziché delle vittime diventa così una dinamica facile da decodificare, ben nota a chi si sia trovato a riconoscere propria in questa vulnerabilità la soglia di accesso tra mondo “di sopra” e di sotto.

Nelle pagine di Bellocchio c’è violenza e angoscia, ma anche anestesia e una certa, paradossale, tragicomica leggerezza. C’è, insomma, la verità nelle sue anse, ambiguità e chiaroscuri. C’è la capacità di osservare la pazzia – quella clinica e quella autentica – da cui non c’è nessun interesse a far guarire perché conviene decisamente cronicizzarla, ma a fronte della quale chi la attraversa sarebbe pronto a dare qualsiasi cosa a chiunque prometta una soluzione purchessia. Le pagine di Bellocchio immergono in una follia da cui scoprirsi terrorizzati e affascinati al tempo stesso, perché anche il crollo psichico ha una sua estetica, che si modella sul luogo da cui è contenuta. Non resta allora che trovare una via per sopravvivere, fosse anche sparire, fisicamente o dentro un ottundimento chimico fatto di mezze o quarti di pasticche. Ripetere di stare bene mentre tutto viene meno. Non dirselo, confondendosi in una tinta uniforme, nella melassa del quotidiano di un tempo in cui – anche e soprattutto chi vive di parole – può essere sbranato dal mostro informe della pubblica opinione per un articolo, un video, o solo per la noia cinica e crudele con cui certi bambini torturano gli altri come certi insetti. E una volta attraversato, questo romanzo potente nella sua assenza di consolazione, come riemergere dall’abisso? Senza banalizzare né farne un orpello retorico: forse solo cercando, osservandola per quel che è, un ritmo che potesse andare bene per «questo tempo di vita comune». Fare proprio, cioè, il compito che spetta a chi dovrebbe occupare, dietro lauto compenso, gli “studi privati” che proliferano in queste città. Rendere le persone – ha scritto Monica Dolan – «quantomeno funzionanti, nella giungla».