19.12.2025

Camminando per le calli con nuova leggerezza. Una conversazione con Mario Andreose

“Un’educazione veneziana” è la memoria di un ragazzo che scopre la letteratura, tra le vie di una città che si fa prefigurazione del suo futuro lavoro editoriale

«Nel colmo dell’estate un comune giovanotto partito da Amburgo, sua città natale, se ne andava a Davos-Platz, nei Grigioni, per un soggiorno di tre settimane»: nell’elegante silhouette di Hans Castorp, catturata dalla penna di Thomas Mann nel fulminante incipit di La montagna magica, pare di intravedere il giovane Mario Andreose lasciare la sua Venezia per intraprendere, quasi ventenne, il suo cammino nel mondo dell’editoria. Un fugace sguardo dietro di sé, e un destino pare già tracciarsi tra le calli e per i campi negli anni della sua infanzia e dell’adolescenza, che scorrono come linfa narrativa tra le pagine del volume autobiografico Un’educazione veneziana, edito da La nave di Teseo, corredato di 49 fotografie che si possono scorrere come un percorso nella memoria personale e collettiva di un intero Paese negli anni del Dopoguerra.

Andreose, oggi presidente del marchio fondato nel 2015 accanto a Elisabetta Sgarbi e Umberto Eco, ha attraversato il mondo dell’editoria degli ultimi decenni dapprima partecipando all’avventura del Saggiatore di Alberto Mondadori per poi passare alla Mondadori, prima di diventare direttore editoriale del Gruppo Fabbri e di essere direttore letterario per RCS Libri. Dopo il successo dei volumi Uomini e libri (Bompiani, 2015) e Voglia di libri (La nave di Teseo, 2020), le pagine raffinate e prive di nostalgismi di Un’educazione veneziana proiettano il lettore nel mondo tutto in divenire di un’infanzia e poi di un’adolescenza che vedrà la calma lagunare delle Zattere aprirsi verso il mondo dei libri – dalla letteratura nordamericana a quella francese e russa –, le prime proiezioni cinematografiche e la scoperta della passione per la musica, in un viaggio sul filo della memoria privata che si fa raffinato canto polifonico di un’Italia alle prese con la ricostruzione, mentre sullo sfondo l’orizzonte della scrittura di un ragazzino sognante farà lentamente spazio a un nuovo destino, quello del lavoro editoriale lontano dalla sua Venezia.

Ne abbiamo parlato con l’autore.

mario andreose

Andreose, possiamo leggere Un’educazione veneziana come un memoir sulla sua giovinezza nella sua città, e al tempo stesso come un appassionante romanzo di formazione di un ragazzino che attraverso la letteratura diventa uomo.
Effettivamente il libro si apre con una citazione di William Faulkner: «Il passato non è mai morto. Non è nemmeno passato». Prova ne è che uso nel volume il tempo presente, non intendo legare le mie memorie al sentimento della nostalgia. Vivo il racconto della mia giovinezza con un’immediatezza che dà la misura di quanto quegli anni siano stati per me vitali, vivi, e di quanto continuino ad essere presenti nella mia vita di oggi.

La sua voce inizia a narrare dal 10 giugno del 1940, il giorno in cui l’Italia fa il suo ingresso nella Seconda Guerra Mondiale. Che influenza hanno avuto quegli anni per lei, un ragazzino che, come tutti quelli della sua generazione, era stato costretto ad essere un “figlio della lupa”?
Di quegli anni ricordo soprattutto una grande retorica nazionale, perlopiù auto-consolatoria. Ci dicevano che avremmo finalmente potuto riscattare le umiliazioni che il nemico ci aveva inflitto: erano stati anni di sanzioni e di restrizioni, da bambino ricordo che ci mancava tutto, non c’era la cioccolata, dovevo indossare un maglione di lana di vetro, lo ricordo particolarmente pungente. C’era un’aria di vendetta soprattutto verso gli odiati inglesi, che erano spesso bersagliati dalle scritte sui muri. Io con orgoglio mi facevo vestire da una zia benestante che spesso mi portava in una boutique in zona San Marco che si chiamava “Il bimbo elegante”: camminando in giro per la città ricevevo complimenti per la mia eleganza, e la zia preferiva sottolineare: “Stoffa inglese”.

Sono gli anni, quelli della sua infanzia, nei quali riceve un’educazione di forte impronta cattolica. Col tempo, scopriremo nel libro, si allontanerà dalla fede. Cosa le ha lasciato quel tipo di educazione?
Mi ha lasciato il senso della solidarietà e della giustizia. Racconto che la mia partecipazione a quel mondo si svolgeva da un punto di vista culturale, diffondendo le pubblicazioni del gruppo editoriale Il Vittorioso dell’Azione Cattolica che si voleva opporre all’invadenza di fumetti americani come Mandrake o Cino e Franco, un’esperienza che mi ha fatto conoscere un grande disegnatore come Jacovitti. Poi, grazie a un professore che era anche un funzionario cattolico che mi faceva portare pacchi alimentari e vestiti usati nelle prigioni o in certi agglomerati popolari, ho scoperto un’umanità al limite della sopravvivenza, che viveva in totale povertà negli scantinati privi di luce e di ogni dignità sanitaria, sommersa spesso dall’acqua alta: entravo in quegli antri oscuri un po’ tremebondo, sconvolto nello scoprire donne e uomini ridotti in miseria. È stata una grande lezione di umanità che non mi sono più scordato.

mario andreose
Mario Andreose al Lido

Sono anche gli anni delle prime letture, come i grandi romanzi per ragazzi come Pel di carota e Senza famiglia. Quasi un portale che si apre sul mondo dei libri.
Ripensandoci ora a distanza di tempo, sia il romanzo di Jules Renard che quello di Hector Malot raccontano storie di bambini che diventano grandi senza il supporto di una famiglia. Certo, io una famiglia l’avevo, ma l’economia di sopravvivenza familiare non poteva spingermi a sorti progressive, e forse per questo sentivo che in quei romanzi si raccontava anche qualcosa di me. Poi ho scoperto la biblioteca di mio zio ricco, e lì avviene un giorno il magico incontro con il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes, una folgorazione. Ad oggi, è tra i personaggi letterari che metterei su un podio ideale. Chisciotte è un personaggio che, pur non essendo particolarmente fortunato, continua a perseguire i propri ideali: si scaglia contro i mulini a vento, vive una serie di disavventure, eppure conserva sempre una propria eleganza, intavola un discorso con l’assistente Sancho Panza che oggi definiremmo interclassista, ha un’infatuazione immaginaria con la bella Dulcinea. Ma, soprattutto, non rinuncia mai a inseguire i propri ideali, nonostante tutto. In lui c’è tutta la forza della letteratura.

Ha accennato a un ideale podio letterario. Chi occupa le altre due posizioni, se posso chiederglielo?
Penso senza esitazioni a Hans Castorp, il giovane protagonista di La montagna magica di Thomas Mann, col quale ho sentito molte cose in comune. Anzitutto l’ambientazione del sanatorio, perché a Venezia conoscevo il sanatorio di Sacca Sessola. E poi perché attorno a questo giovane, come mi capiterà negli anni a venire, si muovono una serie di interlocutori che, attraverso il loro pensiero, diventano per lui dei maestri oscillando tra l’idealismo borghese di Settembrini da una parte e l’ideologia trotskista di Naphta dall’altra, oltre alla presenza di Madame Chauchat che gli rivela tutta un’educazione sentimentale. Saranno loro a dare ad Hans la consapevolezza di ciò che è, e a portarlo a una crescita interiore. E poi su questo podio c’è anche Ivan Karamazov, che diventa per me importante più avanti, nell’età della ragione, e che coincide con la mia perdita della fede. In quel momento di disorientamento, compensato da una suggestione politica alla quale aderivo come “compagno di strada” senza aver mai preso una tessera di partito, mi sentivo vicino al personaggio ideato da Fëdor Dostoevskij perché è un uomo che rivendica ostinatamente la propria libertà di pensiero, mostrando tutto l’orgoglio di chi non si lascia piegare dalle ideologie o dalle fedi. Ecco, in quella libertà posso dire di essermi riconosciuto.

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Sullo sfondo di questa sua crescita, allo stesso tempo umana e letteraria, descrive una Venezia che appare lontana da quella che conosciamo oggi. Soprattutto, irradia le sue memorie di luoghi veneziani, a partire dalle sue Zattere. In questo senso possiamo leggere la sua “educazione veneziana” come una mappa sentimentale.
È un libro cosparso di luoghi della memoria, perché a Venezia potevo vivere momenti anche molto diversi tra di loro. Sono stato sin da ragazzo un frequentatore precoce di vari caffè tra i quali il celebre Caffè alle Zattere, che era a cinque passi dall’uscio di casa mia, uscendo dal sottoportico: erano luoghi vivaci, frequentati da diverse aggregazioni di artisti, e non a caso le mura delle abitazioni tutto intorno recano i nomi di diverse personalità, come la targa dedicata a John Ruskin che, catturato dalla luce della Laguna, proprio lì scrive il bellissimo Le pietre di Venezia. Era una fondamenta, un luogo lontano dal traffico con i tavolini a pochi metri dal canale, ai quali stavano seduti pittori, musicisti, letterati e architetti: io vagabondavo tra i tavoli, osservavo, e soprattutto ascoltavo. Una vera scuola.

Sono luoghi, quelli che lei rievoca in questi capitoli attraversati da aneddoti, umori e guizzi, animati da uomini e donne che sembrano catturati in un moto perenne. Che ricordi ha, di tutto quel fermento culturale?
Era una Venezia abitata da figure indimenticabili. Il primo  personaggio che ricordo, per vicinanza anagrafica, è Tancredi Parmeggiani. Quando mi vedeva seduto a leggere al tavolino del caffè, mi si avvicinava e cercava di parlarmi in un veneziano improbabile perché lui era veneto pedemontano, mi raccontava della grandezza di artisti come Jackson Pollock e Mark Rothko; un giorno mi portò addirittura a casa di Peggy Guggenheim, alla quale era molto legato, ma l’ingresso mi fu vietato perché avevo dimostrato un certo timore al cospetto dei celebri cinque cani di Peggy, che sentenziò: «Chi ha paura dei cani, non può entrare in questa casa!». E poi ricordo il carisma di Emilio Vedova, che ho conosciuto perché acquistava il pane nella bottega di mio padre: era a capo di una congrega di artisti come Armando Pizzinato, Giuseppe Santomaso, Edmondo Bacci e tanti altri, che si opponevano strenuamente alla pittura di Giorgio de Chirico, definito “piazzista di colorifici”. Era divertente assistere a quella controversia degli astrattisti contro i figurativi, e oggi ci ricorda quanto fosse vitale il dibattito attorno al mondo dell’arte.

Nel 1948, a quattordici anni, si intrufola senza biglietto alla Mostra del Cinema al Lido, che dopo gli anni bellici ha ripreso la sua attività. È l’inizio della sua passione per l’arte cinematografica, e non a caso il volume è cosparso di tanti frame che dalle pellicole italiane ci portano fino a Hollywood a partire dal leggendario Amleto di Laurence Olivier.
Deve sapere che all’epoca non c’erano divieti per i minori. Io mi intrufolavo dappertutto, ovviamente senza pagare, e riuscivo ad entrare anche al festival. Tra le prime pellicole ammirate, ricordo Ossessione, che Luchino Visconti aveva liberamente tratto dal romanzo Il postino suona sempre due volte di James M. Cain, che poi avrei ammirato anche nella versione americana diretta da Tay Garnett con Lana Turner e John Garfield. Non a caso quel capitolo ha per titolo “La scoperta dell’America”: il cinema mi ha formato ancor prima della letteratura perché, dopo l’uscita dalla sala, potevo cercare il romanzo dal quale l’opera era tratta. Gli americani avevano da poco inaugurato l’USIS, United States Information Service, all’interno del quale potevamo accedere alla letteratura nord-americana, fino ad allora introvabile: in quelle giornate di lettura ho scoperto molti autori che, anni dopo, avrei ritrovato sul mio cammino: Cain, Fitzgerald, Hemingway, Steinbeck, Faulkner. Ad ogni modo, cinema e letteratura mi sono sempre sembrati due poli in dialogo continuo.

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A tal proposito, nel volume racconta che la sua scoperta della letteratura nordamericana è passata soprattutto attraverso Furore di Steinbeck e Santuario di Faulkner.
Due autentiche infatuazioni. Furore è stato il libro che mi ha dato maggiore consapevolezza politica. Una vicenda durissima ambientata tra i contadini dell’Oklahoma, scacciati dall’aridità della terra e dall’avidità delle banche, costretti ad abbandonare la propria casa e a viaggiare verso Ovest a bordo di un furgone malandato per cercare fortuna. La loro è la storia di una grande ingiustizia, e una lotta per la sopravvivenza. Anni dopo, alla Bompiani, con Elisabetta Sgarbi ci siamo accorti che la traduzione italiana era stata mutilata dalla censura fascista: così, nel 2013 abbiamo pubblicato una versione completa, con una bellissima traduzione di Sergio Claudio Perroni e la mia postfazione, un’edizione della quale vado particolarmente orgoglioso. E poi c’è stato il colpo di fulmine per Santuario, ricordo la copertina firmata da Renato Guttuso per la collana Il Ponte di Mondadori: ricordo di averlo letto tutto d’un fiato, e che a colpirmi fu soprattutto la scrittura complessa di Faulkner, i suoi periodi interminabili, la punteggiatura che ti toglie il fiato, le allitterazioni, il flusso di coscienza, i salti temporali… una lettura che era anche una sfida.

È in quegli anni che lei scopre anche la letteratura francese che poi la accompagnerà nei decenni a seguire nel suo lavoro editoriale. Erano gli anni della contrapposizione tra Sartre e Camus…
Ci schieravamo per l’uno o per l’altro, in base ai loro romanzi ma anche al loro posizionamento ideologico, che era distante. In quegli anni hanno scritto romanzi fondamentali come Lo straniero e La nausea, e subivamo il fascino intellettuale di entrambi, tanto che sentivamo che il Caffè alle Zattere era un po’ il nostro Cafè De Flore. In quei momenti, Sartre aveva dichiarato una radicale adesione al marxismo, mentre Camus faceva trapelare qualche riserva e propendeva per una posizione social-democratica, che da molta sinistra era vista di cattivo occhio, un pregiudizio che ricadde anche su Ignazio Silone. Va detto che, dopo decenni, l’opera di Albert Camus sembra parlarci più da vicino.

Tra i due litiganti, c’era un’autrice enorme come Simone de Beauvoir.
Che io amavo molto. Nel 1961 al Saggiatore pubblicammo la prima edizione italiana del suo Il secondo sesso, con la mia traduzione. Un libro che era attuale all’epoca e che continua ad esserlo anche oggi, e non a caso è appena stato ripubblicato, mantenendo la mia traduzione condivisa con Roberto Cantini. Pensi che all’epoca quel lavoro editoriale non me lo sono neppure fatto pagare perché l’ho fatto nelle ore d’ufficio e lo sentivo come parte delle mie mansioni. È stato un onore per me poter entrare nel mondo di un’autrice così importante.

mario andreose
Albert Camus, Simone De Beauvoir, Jean-Paul Sartre

La Francia di quegli anni è anche la chanson di Saint-Germain-des-Prés e dei suoi interpreti, da Juliette Gréco, che lei rievoca attraverso un bellissimo scatto di Doisneau, a Boris Vian e Yves Montand. A ben vedere, le sue pagine sono permeate di musica: che ruolo ha avuto nella sua formazione?
Quella con la musica è una lunga relazione. Da ragazzo, mi intrufolavo nella claque della Fenice per assistere ad alcune prime esecuzioni memorabili come le prime mondiali di Giro di vite di Benjamin Britten e di La carriera di un libertino di Igor Stravinskij, che dirigeva con i pugni… Poi arriverà anche la fascinazione per Wagner, che mi ha trasmesso un professore di liceo che mi dava ripetizioni in quarta ginnasio: abitava in una bella casa borghese, mi offriva la merenda o la cena e poi mi faceva ascoltare l’edizione integrale della tetralogia wagneriana con il libretto del testo in italiano da seguire su un leggio. Lo confesso, a volte mi sono addormentato… ma lui con grande educazione non mi svegliava. Negli anni, porterò con me la passione per Wagner.

Così come si accompagnerà sempre dei suoi amati scrittori russi. Di Dostoevskij abbiamo già detto, ci potrebbe completare questa sua costellazione letteraria?
Come per altri casi, il cinema è stato un propellente verso la letteratura e la nomenclatura russa, un mondo molto diverso da quello che conoscevo, e la chiave sono state inizialmente le pellicole di Sergej Ėjzenštejn, accanto alla lettura di Guerra e pace di Lev Tolstoj. Poi è arrivata la scoperta de I fratelli Karamazov e di quel grande romanzo che è Il demone meschino nel quale Fëdor Sologub narra l’abiezione e la bruttura di una società senza rinunciare a slanci altissimi, come nella scena d’amore tutta allusiva costruita sull’immanenza di una seduzione di un adolescente che però rimane confinata nel non detto. E poi ci sono molti autori che, seppur in modi diversi, si sono intrecciati alla mia vita. Le racconto un piccolo esempio: quando Iosif Brodskij arriva a Venezia scrive Fondamenta degli incurabili, vale a dire il luogo in cui sorgeva la piscina nella quale passavo le estati. E lo stesso Brodskij sarà poi sepolto al cimitero di San Michele, che frequentavo da ragazzino quando facevo il chierichetto per i funerali, accanto a Igor Stravinskij e Sergej Djagilev, un altro russo d’eccellenza. A San Michele c’è un lembo di terra intriso di grande Russia.

Infine, le ultime pagine del volume la portano ad affacciarsi sul mondo adulto, colto dall’esigenza di evadere dal guscio protettivo della sua città e di cercare la propria strada personale.
Le condizioni di salute della mia famiglia erano peggiorate, e avevo la necessità di lavorare per me stesso e per loro. Dopo tante letture, sentivo che la mia vocazione era quella della scrittura e ho intravisto nel giornalismo la via da seguire: così ho fatto un tentativo ingenuo, non dico goffo, di individuare nel Giorno di firme come Arbasino, Bocca, Brera, Citati e Clerici una mia famiglia potenziale. Ho fatto la valigia e sono andato a Milano, in attesa di una chiamata dalla redazione che non arriverà mai. In compenso, però, quella Milano sin dall’inizio mi ha dato l’opportunità di piccole collaborazioni editoriali, che trovavo seduto ai tavolini dei caffè di Brera: «Andreose, aiutami a correggere una bozza», oppure «Mi serve un indice analitico» o «Dammi una mano a tradurre  un paio di capitoli». La svolta è arrivata quando ho vinto un concorso per correttore di bozze del Saggiatore, la nuova casa editrice fondata da Alberto Mondadori, che mi porterà al mio primo contratto editoriale, e a lavorare accanto a tanti maestri come Giacomo Debenedetti, Enzo Paci, Remo Cantoni, Dino Formaggio, Luigi Rognoni, Bruno Maffi, Giulio Carlo Argan, Fedele D’Amico, Ernesto De Martino, Ranuccio Bianchi Bandinelli, Guido Aristarco… Accanto a loro ho avuto l’opportunità di crescere, di imparare. Sarà l’inizio di un lungo cammino che mi ha portato a lasciarmi alle spalle il sogno di essere uno scrittore, almeno sino a questi ultimi anni.

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Mario Andreose con Elisabetta Sgarbi, estate 1988

Un cammino, il suo, che dopo Il Saggiatore la porterà al gruppo Fabbri, al quale seguirà l’esperienza con Bompiani e infine con La nave di Teseo accanto a Elisabetta Sgarbi. Una carriera professionale che intreccerà spesso gli autori e i romanzi amati dal ragazzino che fu, quasi come una premonizione. Tra gli autori che hanno attraversato la sua formazione, quali è più orgoglioso di aver pubblicato negli anni a venire?
Sono molti. Ad esempio, quando alla Bompiani abbiamo rilanciato la collana dei Classici voluta da Valentino Bompiani, ho lottato per Alberto Moravia che era corteggiatissimo dai Meridiani mondadoriani. Sono molti gli autori amati che, negli anni, ho pubblicato: ad esempio, da Gallimard sono riuscito ad ottenere le opere di Camus e due preziosi volumi di Marguerite Yourcenar. A volte bisogna rinunciare ad alcuni autori per scommettere su altri: ricordo che lo stesso Valentino Bompiani aveva pubblicato Steinbeck per compensare la frustrazione causatagli dall’impossibilità di avere Faulkner… un aneddoto piuttosto curioso, se pensiamo che oggi romanzi come Furore e Uomini e topi sono tra i classici del Novecento più venduti e più amati. Ad ogni modo, il mio amore per Faulkner persiste, e con La nave di Teseo stiamo pubblicando alcune sue opere trascurate in Italia, come I saccheggiatori, Bandiere nella polvere e, in pubblicazione a breve, Requiem per una monaca.

E un rammarico, invece?
Avevo appena portato l’opera di Leonardo Sciascia nella collana, e avevo il sogno di poter pubblicare anche le opere di Italo Calvino. Ma mi arrivò la bizzarra risposta della sua vedova: «Non potrò mai concedere i diritti di mio marito ad un editore che ha nel suo catalogo Moravia». Una presunta incompatibilità che ancora oggi mi rimane misteriosa.

Un’educazione veneziana si conclude con il tema del ritorno nella sua città. Oggi che Venezia è così cambiata, cosa prova quando la guarda?
Negli anni, ho avuto la fortuna di lavorare per ventidue mostre a Palazzo Grassi, per le quali curavo i cataloghi: sono stati vent’anni intensi, ho avuto la possibilità di lavorare accanto ai curatori e agli artisti, e di farlo nella mia città. E poi torno per la Mostra del Cinema e per la Biennale Arte, appuntamenti immancabili. Certo, tornare è sempre un’esperienza singolare. Per ragioni anagrafiche e di vocazione, la mia generazione non esiste più: si è perso il gusto della chiacchierata, della condivisione di un tavolino o del rivangare la memoria. A rimanere è la bellezza dei luoghi, e mi piace portarci amici e affetti per renderli partecipi di quella magia. Un po’ come cerco di fare tra le pagine di questo libro.

Se il Mario Andreose di oggi potesse parlare anche solo per un istante al Mario ragazzino di allora, cosa gli direbbe
Gli direi che è stato bravo. Forse con qualche piccolo correttivo, qua e là.




In copertina:
Mario Andreose nel giorno della sua prima comunione e cresima esibisce il neonato fratello Vittorio secondo

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