Sull’erezione estatica dell’homme-oiseau di Lascaux troverebbe il baricentro, nella svettanza del Löwenmensch, l’alterezza. John Lane – docente di Studi Ambientali in South Carolina, autore prolifico e premiato – è il guardiano pànico delle ultime distese verdicanti, delle embolie forestali e dei fondali tettonici. All’ombra bianca delle Great Falls, sotto le anse del fiume Chattooga, dentro l’alito agro del Wyoming: il Blues dell’Antropocene (Lamantica Edizioni) geyserizza là, più o meno.
Lirica geologica, erosa. Lane – «un poeta che fa snorkeling, un lamantino, un punto in/ movimento/ tra fluenti schiere di ventagli marini che si cibano di/ zooplancton» – mastica scisto mentre digerisce versi vulcanici e rimuginii ecologisti. «Tutti stanno scrivendo elegie,/ perché non dovrei io», palesa, anche se «nessuno/ specialmente gli uccelli/ vuol sentire/ il lamento di un poeta», oggi, nell’èra intitolata ai Sapiens, distruttori dell’ecosistema ma ideatori di nuove cultivar per ristorazioni globalizzate de luxe.
La raccolta è bagnata («dove c’è acqua c’è magia. Dove c’è magia ci sono sempre le rane»), inzuppata da un senso di nostalgia struggente («il mio cuore è più grande qui, pompa un po’ più vero, come se ricordassi un passato in cui il mondo era così») e ansiosa, nell’immagine insistita dell’«orologio» che più va avanti più rivela il finito («mi meraviglio dei coralli che ancora resistono come soldati/ nella grande campagna della vita»). Lane ricalca un viaggio continuo, tra il noto e la scoperta, tenendo un calepino per ogni panorama; il dato naturalistico ne è l’essenza: appuntare il codrione di un cenerino o il vello d’una bestia ferma il tempo nella consolazione, misera – pur sempre «una tregua in un’epoca/ di perdita».

Vediamo l’America selvaggia ma non selvatica nei suoi francobolli wild-and-free, affrancati accanto a bus di villeggianti e alle superstrade; vediamo lui in pedule e camel-bag immemore dei lavacri e delle tosature civilizzate («dimenticherò la mia faccia, qui con la barba, quando mi raderò»). Annusiamo la saggezza antica di uno sciamano con smartphone e magone per i Maya, mentre si fa largo a tentoni «nella scazzottata che chiamiamo cultura digitale», sorridendo, nonostante tutto. Ricordiamo un istinto imbavagliato, ingrassato da deviazioni stature che ci hanno portato benessere lontano dal ben-essere, e la pigrizia colesterolica dei mac-and-cheese sull’adirondack chair vista piscina.
S’è capito, oramai, come «la finestra che si apre/ soltanto per noi dall’interno» porti gli uccelli a schiantarsi sulle nostre franche prigioni. «Se rallentassimo forse/ l’intero ecosistema selvatico/ sarebbe invaso dai porcospini. Noi siamo/ il predatore più affamato in natura. Ci stiamo/ scrollando di dosso l’amicizia e la parentela», ecco tutto.
La scrittura è dolce e secca come il midollo degli ontani morenti. Il contenuto vince sulla metrica, ovunque, anche se la musicalità batte un ritmo ingegnoso che alle volte scarta, lì e lì, lasciando dispersi. Allora è il momento di voltarsi, quasi sempre, per raccapezzarsi:
«I falchi pellegrini chiudono le ali/ e come ponderati insulti scendono/ in picchiata sui turisti che arrancano/ salendo dal parcheggio – cani al guinzaglio,/ bambini mascherati per Halloween/ e le brusche indicazioni di un padre/ stressato verso la sommità/ irrisoria». Non ci siamo smarriti, dopotutto, è solo il poeta che ha cambiato l’umore uguale alla muta dell’alce e del bisonte – «camminando sul pontile/ ho messo al bando il mio ottimismo, pensando/ alle estinzioni che si prospettano».

La sofferente credenza di Lane in «un calendario che procede per spirali e non per scatti, in uno spazio quadridimensionale, e non piatto e sconnesso come le antiche mappe del mondo, un mese dopo l’altro, un orizzonte nitido dopo l’altro», lo rende esausto e affamato di ricordi-compendio sulla bontà, in nuce, del genere umano. Rievoca così la gioventù che incosciente «si aggrappa alle vette», contro alla vecchiaia (quella «si rannicchia in basso e guarda in su»); rammenta persone che salvarono boschi come fossero loro fratelli incendiati:
«Aldo andava a bagnare l’erba dinanzi al fronte del fuoco, si accasciò, si stese, posò la testa su un ciuffo d’erba non bruciata e incrociò le sue mani sul petto. Il fuoco passò con un tocco lieve sul suo corpo e si spense».
Questo riscatto, sebbene alle spalle, gli fa sopportare appena la crudezza della «veglia animale», tiepidamente indifesa e votivamente inevitabile, e l’insensatezza della «vita digitale» coi suoi dati-simulacro (questi sì) inestinguibili. Nel mare poco profondo, offeso da miniaturizzati dardi in polistirene, dove né Melville né Coleridge intingerebbero più l’alluce, l’autore fa isola; inspira diesel e annota – mentre i granchi retrocedono, insieme ai salmoni, incontro alla promessa di un «fiore di luce».