È una città? Sì, però non molto grande, in Europa, per essere più precisi al Sud, nel nord della Spagna. Qui nessuno, o davvero pochi, hanno letto Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki (Adelphi). Tutto sommato il fatto non sorprende più di tanto visto che il geniale romanziere polacco, francofono, nella capitale dell’Aragona non ci aveva mai messo piede.
Ho un appuntamento con uno scrittore nato qui, a Saragozza, ma da tempo residente a Barcellona. Bolaño, quanto a lui, aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita in Catalogna e Ignacio Martínez de Pisón lo aveva per un po’ frequentato. È lui che sto per incontrare, grazie alla mia amica Pilar, in Plaza San Pedro Nolasco, per bere un vermouth – il solo aperitivo degno dei Detective selvaggi mode caffè Centrico, e parlare di uno dei suoi romanzi, Dientes de leche, pubblicato in Italia da Guanda con il titolo Il fascista.

Una storia di una famiglia italiana in cui il personaggio principale, un ex fascista e falangista, rimane nella terra di Franco dopo la caduta di Mussolini. Si inventa una nuova vita, gravida delle stesse contraddizioni che attraversano la costruzione della Torre degli italiani a Saragozza, unico santuario militare al mondo dove riposano i corpi degli ex brigatisti accanto a quelli dei fascisti. Con questo siamo già nell’universo di Bolaño.
Non meno significativo si aggiunge un altro dettaglio al nostro incontro: in un piccolo mercatino vicino alla piazza, m’imbatto in una piccola libreria in legno, in stile modernista che compro seduta stante per dieci euro. Ignacio è a un tavolo all’aperto, accanto a suo fratello José, filosofo, marito di Pilar, l’amica a cui devo l’incontro. Sistemo il mio nuovo acquisto, un po’ ingombrante proprio dietro di me, per riporvi subito dopo i tre romanzi che Ignacio ha avuto la generosità di regalarmi.
A qualche tavolo di distanza un uomo e una donna discutono animosamente in francese – il tono eccitato della conversazione permette di rilevarne l’idioma. Oggetto della disputa è Roberto Bolaño. L’uomo gesticola, si agita e punteggia il discorso con esclamazioni del tipo ça alors! La postura, nonostante tutto, è da conferenziere a una lezione inaugurale al Collège de France.
Nell’aria aragonese volano parole come stracci: “nichilismo”, “genio”, “visionarietà”. Paroloni molto francesi. Sarebbe meglio dire concetti che cercano di agguantare realtà sottili e sfuggenti alla presa dei grossi artigli teorici. Nonostante tutto, il suo discorso si accompagnava a un certo entusiasmo. Da com’è vestito, gli occhiali e la maglietta di Twin Peaks sotto la giacca in tweed, s’indovina bene l’universitario che tenta invano di dissimulare la propria appartenenza corporativa. La mano sinistra appoggiata su una copia tascabile sgualcita di 2666 rimaneva l’unico segno di stabilità in quel bailamme travolgente.

Questo mi aveva fatto sorridere anche perché proprio mentre mi agganciavo alla loro conversazione, la sua interlocutrice gli chiedeva se avesse letto il romanzo nella lingua originale. La risposta era stata sorprendente ma non priva d’interesse. Intanto il cameriere, molto gentile e affezionato ai miei amici, ci aveva servito la giusta dose di alcol per la nostra conversazione.
***
(al tavolo accanto)
Avevo appena finito la mia birra e notavo che la mia mano era rimasta immobile sulla copertina di 2666, come su una Bibbia prima di un giuramento. L’apologia che ne avevo appena fatto mi aveva lasciato la gola secca.
Lo stesso bisogno di bere come ogni volta alla fine di un intervento nei lunghi convegni universitari di cui comincio ad avere le tasche piene. Se solo ci pagassero bene! Sarà l’età. Eppure, non mi sento così vecchio. Povera lei costretta a sorbirsi le mie elucubrazioni. Siamo in vacanza, qui a Saragozza, ma nonostante tutto rimango professore.
A leggere Bolaño si prova sempre un leggero senso di mediocrità tornando a sé stessi. Che intensità nella sua prosa. «Avremmo meritato mille vite», diceva Rimbaud. Bolaño, nella sua vita e nelle sue opere, forse le ha sfiorate tutte.
Lei mi aveva ascoltato con attenzione. Non potevo fermarmi lì. Dovevo ripartire all’attacco, cacciare l’asso nella manica per comunicarle tutta la potenza della scrittura di Bolaño:
«Sfortunatamente no, devo ammetterlo, non leggo lo spagnolo, ma non cambia nulla. Non ho il tuo talento per la letteratura o per le lingue: capisco benissimo la necessità di leggere Nabokov in inglese e in russo, Philip K Dick in americano e Dante in italiano. Ma vedi, con Bolaño è diverso, quel che mi appassiona di più è quello che dice a noi contemporanei. 2666 si rivolge ai fantasmi: quelli di ieri, di oggi e di domani. Ai dimenticati del passato che ci ossessionano. Agli invisibili e agli oppressi di questo mondo crudele e ingiusto e a quelli che non avranno posterità. Siamo noi i fantasmi del futuro: 2666 è un cimitero, un abisso verso cui scivoliamo. E non ci sono paradisi ad attenderci. La città dove si svolge il romanzo, Ciudad Juárez, è uno dei luoghi del Male, come lo era stata la Polonia degli anni ’40. Il romanzo nelle sue cinque sezioni è una mappa e insieme genealogia ininterrotta del Male. Siamo noi gli investigatori di una realtà alla ricerca di una verità che non troveremo mai. Bolaño questo lo aveva capito. Siamo alla ricerca di capri espiatori, di responsabili in carne e ossa, incarnazioni della peggio umanità. Però la parte essenziale della risposta è proprio davanti a noi, nello specchio che ci sta a fissare.
Partecipiamo tutti a questo mondo, “oasi di orrore in un deserto di tedio”. Consumatori, turisti, egoisti, impelagati nelle narrazioni, la banalità del male siamo noi. Chiaro che ci sono degli assassini, ma in scala mondiale, di quell’orrore ne siamo parte. In queste grandi inchieste sul senso del mondo e delle nostre vite, facciamo i conti con la delusione: nessuna risposta, in senso stretto, ci aspetta. Eppure, degli innocenti muoiono. Bolaño ci riporta agli Achab che siamo: tutti noi inseguiamo un capodoglio bianco e il suo incontro potrebbe essere davvero terribile. Vedi, mi sono sempre chiesto se il piccolo schema della barca che ondeggia lungo le onde in I detective selvaggi non fosse proprio la barca di Achab. Comunque sia, Bolaño ci racconta la deriva di ciascuno di noi e del mondo che si è ristretto, perfino le distanze, e tuttavia l’uomo non ha mai provato come ora il sentimento di starsene da solo in un deserto dominato dall’assurdo. L’esistenza è una promessa di naufragio.»
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Le piazze in Spagna sono calde come la sabbia delle arene e le fontane al centro fanno da toreri. Parliamo di libri e di fratelli; rivelo ai miei commensali che anche mio fratello, come quello d’Ignacio, José, si chiama Giuseppe.
Nella nostra mitologia familiare mio fratello è Théo Van Gogh sempre accanto a Vincent, a salvargli la pelle. Ignacio sorride e indica suo fratello José: «Lui è il mio Théo».
Penso a Bolaño e al ruolo dell’amicizia, alla fratellanza nella sua opera. Torna sempre ai suoi amici, spesso scrittori, autori dimenticati o mai presi in considerazione dalla critica, nemmeno sfiorati dal successo come il poeta minore e amico maggiore Mario Santiago, messicano. Ulises Lima, detective ormai tra i più famosi al mondo, aveva i suoi tratti. Roberto Bolaño racconta in un’intervista rilasciata alla televisione cilena che per anni non riusciva a capire perché i libri che gli aveva prestato glieli restituiva sempre deformati, umidi nonostante le giornate assolate e secche. Fino a quando non scoprì che era un lettore talmente ossessivo che un giorno entrando in casa sua se lo trovò in piedi sotto la doccia che reggeva il libro in una mano con il braccio teso per non interromperne la lettura. Lo stesso episodio che racconta in detective selvaggi, con tre piccole ma significative variazioni: la prima che a Ulises Lima i libri non glieli prestava mai per via della pessima abitudine che aveva di sottolineare le frasi o scriverci delle note a penna, la seconda che si trattava solo di libri di poesia e la terza che tutto accadeva a Parigi dove la pioggia ti può fare brutti scherzi. Veri amici, di certo non quelli che spuntano come funghi dopo la morte dello scrittore, con il pretesto di averlo incrociato a un festival o per caso in un caffè senza peraltro nemmeno avere condiviso un tè al limone ad uno dei tavolini. E così penso a Sergio Atzeni, sardo, stessa generazione di Bolaño, poeti perduti nella prosa di tempi molto difficili. La migliore poesia del Novecento, come ci dice Bolaño nella stessa intervista, è probabilmente in prosa.
«Ci sono pagine dell’Ulisse di Joyce, di Proust, Faulkner, che in questo secolo hanno teso la corda dell’arco come alla poesia non era mai riuscito di fare».
Il vermouth ha una tempistica limitata. Al massimo tre bicchieri, altrimenti l’effetto della dolce giovialità si trasforma in riso amaro. Il secondo giro è offerto da Pilar. Prendo uno dei libri dalla mia biblioteca portatile e lo porgo a Ignacio perché me lo dedichi. A proposito di librerie, ricordo quella che mio fratello mi aveva lasciato in eredità quando partì per Torino. Condividevamo la cameretta con il letto a castelletto e proprio di fronte se ne stavano i libri. Io avevo cominciato a riempirla con libri scolastici, in mezzo a opere molto in voga degli anni ’70.
– “Ignacio, tra te e Bolaño ci sono sette anni di differenza, più o meno gli stessi che tra noi due. Non so se quanto sto per dirti possa valere anche per la Spagna, ma in Italia questa differenza corrisponde a due generazioni molto diverse, una del ’68 e l’altra del ’77. Beat e Autonomia Operaia. La mia ipotesi è che il romanzo abbia avuto un blackout dalla fine degli anni ’60 fino agli inizi degli ’80. Furono in questi anni, prima il realismo magico sudamericano di Marquez, Scorza, Amado, insieme al catalogo Adelphi della Mitteleuropa e dei romanzi di Milan Kundera e poi Il nome della rosa di Umberto Eco a rompere il silenzio della voce “romanesque”. Nelle librerie di un giovane di quegli anni ci trovavi saggi marxisti, scuola di Francoforte, rivoluzione cubana, poesia Beat ma soprattutto una marea di vinili di musica Rock, psichedelico o progressivo. Una generazione che aveva trovato la propria voce in Woodstock, nel cinema, nelle arti visive, nel teatro. Il romanzo rimaneva un’espressione borghese. Bolaño, come molti della sua generazione, era stato dapprima poeta, legato a collettivi e riviste. Il romanzo arrivò tardi. Per questo le sue opere sono imperfette, barocche – ma proprio per questo rivoluzionarie. Com’era Roberto Bolaño quando lo hai incontrato?”
– “L’ho conosciuto poco prima che pubblicasse il suo primo romanzo con la casa editrice Anagrama. All’epoca, Paula Massot, (alias Paula de Parma, sposa e musa di Enrique Vila-Matas) lavorava a Blanes e sono divenuti amici ed è così che lo abbiamo conosciuto anche noi, Enrique ed io, che all’epoca pubblicavamo per Anagrama. Ho anche presentato uno dei suoi libri e scritto varie recensioni alle sue opere. Una di queste però lo aveva contrariato e se n’era lamentato con Jorge Herralde, l’editore. La nostra amicizia si interruppe in seguito a questo episodio. Non ci siamo mai più rivisti. Bolaño si era già ammalato ed era impaziente di avere successo come scrittore: era consapevole di non avere tanto tempo davanti a sé. Il che fa capire meglio perché alcuni suoi libri siano rimasti incompiuti. Ha scritto tanto, molto in fretta, e pubblicato tutto. Per tornare alla tua tesi, su questa lacuna nella tradizione letteraria di questa generazione, ecco mi sembra molto ragionevole.”

Nel libro Tra parentesi (Adelphi), una raccolta di cronache e articoli per la stampa spagnola Bolaño scrive:
«La letteratura sta dalla parte dell’informe, dell’incompiuto come Gombrowicz ha sempre detto e fatto. Scrivere è un divenire sempre incompiuto, sempre sul punto di farsi e che trabocca da qualsiasi materia vivibile o vissuta.»

Sono sempre più convinto che i grandi scrittori post-’68 restino poeti anche quando si confrontano con la prosa. Il ritmo controllato della frase, la composizione che prevale sull’intreccio, la lotta corpo a corpo con la vita, il tentativo di coglierla nell’aneddoto, nell’episodio, nel fatto di cronaca, soprattutto quando regna la carneficina, come nel caso del romanzo Notturno cileno (Adelphi). Quando viene invitato a parlare della sua opera su Playboy, Bolaño dirà della sua matrice letteraria:
«Sì, ma ho letto abbastanza narrativa, anche se la mia era in realtà una lettura da poeta, e in un certo senso è un peccato. Se la mia lettura fosse stata quella di un narratore, probabilmente avrei imparato di più. Forse ho delle lacune nel modo in cui guardo alle strutture interne di un romanzo. Queste cose le avrei imparate prima, se avessi avuto uno sguardo diverso.»
Buttiamo via i libri, film generazionale di Shūji Terayama, ha preso atto della rottura tra i giovani del suo tempo e il mondo del romanzo, come se quest’ultimo non potesse più incarnare i desideri, le passioni, la crisi e soprattutto la rivoluzione, o il suo simulacro, allora in atto nella realtà. Certo, c’erano grandi romanzi scritti in tempo reale: Le cose di Georges Perec o Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez, nel 1965, oppure Lo scherzo di Milan Kundera nel 1967. Questi romanzi, in particolare gli ultimi due, esplosero letteralmente negli anni Ottanta, cioè alla fine dell’embargo della forma romanzesca.
Scrivendo poesia nel paese degli imbecilli.
Scrivendo con mio figlio sulle ginocchia.
Scrivendo finché cala la notte con un fragore di mille demoni.
I demoni che devono portarmi all’inferno, ma scrivendo.

Roberto Bolaño è un enigma, un labirinto cannibale. In Un romanzetto lumpen (Adelphi), il suo ultimo, la storia si svolge a Roma. È un romanzo a metà strada tra Pier Paolo Pasolini, quello di Ragazzi di vita, e Profumo di donna di Dino Risi. È una storia di casseforti. Reali o immaginarie? Poco importa, tanto quei tesori rimarranno inaccessibili.
***
(di nuovo al tavolo accanto)
Forse stavo esagerando. Forse lei aveva percepito la mia apologia di Bolaño come un delirio da accademico logorroico. Forse mi vedeva come un imbonitore, fin troppo felice di liberarsi dai vincoli dell’esercizio accademico al quale sapevo comunque sottopormi con un certo aplomb quando necessario. Ma con Bolaño mi ritrovavo davanti alla sua opera come l’universitario smarrito della prima parte di 2666. Come se Bolaño avesse messo i professionisti della mia specie davanti a un avvertimento: cercatemi, non mi troverete mai. Nessuno entri qui se non è poeta.
Tentai comunque il mio coup de théâtre: «È certo che 2666, nella sua ampiezza e nella sua profusione, è uno specchio incredibile. Sai quanto, all’università, amiamo ricamare e dissertare sulla polifonia o sulla molteplicità delle soggettività. Ci vuole pur qualcuno che capisca un po’ tutta questa meccanica complicata. In ogni caso, è assodato: la letteratura è uno degli ultimi spazi in cui possiamo pensarci nella sottigliezza, nella complessità, nell’errore e nel dubbio. È un’esperienza. E, francamente, Bolaño è tonificante. Nonostante gli orrori descritti, la disperazione che soffia nelle esistenze, sa ancora essere divertente, molto divertente. Come Robinson che, naufragato nella sua solitudine, tenta di ritrovare il sorriso in un frammento di specchio salvato dal disastro. I frammenti di specchio di Bolaño erano quelle citazioni, quei versi, quei brandelli di discorso che afferrava e di cui sembrava voler esaurire l’enigma. Descrive sogni e incubi, vagabondaggi ma anche mondi di scrittori. Come se facessero esplodere delle monadi la cui sostanza si mescola sotto la sua penna. Melville, Twain, Kafka: li convoca tutti a modo suo. Ma non per piacere o per filisteismo: per sopravvivere o vivere intensamente, finalmente, prima di morire. A un certo punto Bolaño ha definito la letteratura come un sortilegio. Un sortilegio che vivifica, ma nel senso proprio: che attraversa il corpo, il sangue. In fondo, sono questi i sortilegi di cui abbiamo bisogno per resistere ai malefici di questi terribili secoli che sono i nostri. È questo che mi appassiona in Bolaño e nei suoi romanzi: tutto questo pensiero che mi attira nella sua opera Come un sortilegio. Un sortilegio che vivifica, ma nel senso proprio: che attraversa il corpo, il sangue. In fondo, sono di questi sortilegi che abbiamo bisogno per resistere ai malefici di questi terribili secoli che sono i nostri. È questo che mi appassiona in Bolaño e nei suoi romanzi: tutto questo pensiero che mi attira nella sua opera. D’altronde, mi guarderei bene dal proporne un’analisi o dal farne l’oggetto di una conferenza. Del resto, all’università sono in molti a lavorare su Bolaño. Ha tutto dalla sua: poeta, scrittore, una vita incredibile e una radicalità a prova di tutto. È per questo che le mie letture di Bolaño sono il mio segreto. Ed è per questo che mi fa piacere condividerle con te, su questa terrazza a Saragozza. Qui la gente conserva ancora qualcosa di quella poesia: guarda, laggiù, al tavolo vicino alla fontana, c’è un tipo che ha persino portato una libreria accanto al tavolo e ci ha appoggiato dei libri…
In ogni caso, spero che un giorno leggerai questo romanzo o I detective selvaggi. Vorrei conoscere il tuo punto di vista. Ma se vuoi leggere 2666, immaginati l’Inferno della Divina Commedia, ma senza Virgilio, oppure con un Virgilio ovunque e in nessun luogo allo stesso tempo. E l’Inferno è qui, sulla terra. È curioso, ma a pensarci bene, in 2666 c’è anche qualcosa di Ubik. L’altro giorno ho trovato su internet una citazione di Bolaño che definisce Philip K. Dick uno dei più grandi autori americani. Lo vede come un «Kafka sotto LSD». E mette in comunicazione tutti i generi tra loro: noir, fantascienza, epica… Capisco il suo amore per Dick perché, tornando a ciò che dicevo prima, nei racconti di Bolaño c’è anche il motivo della fuga, dell’evasione. Ma è sempre impedita, a volte vana, o sempre più illusoria. E agli occhi di Bolaño siamo tutti esiliati. Esiliati da tutto: dalle nostre origini, dal mondo, dalla nostra esistenza. Questo lo si ritrova in Ubik o in Tempo fuori sesto di Dick. I personaggi sono smarriti, in fuga, crollano e si frammentano mentre inseguono una risposta.
Soprattutto, ciò che resiste mentre tutto si frantuma o crolla nei racconti di Dick come in quelli di Bolaño è la letteratura, il libro. C’è sempre un libro, una poesia, un riferimento che, nel cuore del vortice, rimane come una luce tremolante. Può sembrare banale, ma entrambi, ciascuno a suo modo, avevano compreso l’onda di fondo del capitalismo e delle tecnologie. Ne avevano colto la componente nichilista. ChatGPT, l’IA: penso che li avrebbe terrorizzati e allo stesso tempo fatti scoppiare in una risata infinita. In gioco, in queste storie, ci sono i nostri corpi, il nostro linguaggio, in breve la nostra umanità. E entrambi hanno cercato forme romanzesche, narrazioni sempre singolari, come macchine artigianali costruite per un’urgenza impellente, per sfuggire ai modelli che finiscono per «non voler più dire nulla», senza voler fare giochi di parole. È questo, a quanto pare,
Quello che ammirava Bolaño in Dick: la sua capacità di creare forme narrative sempre rinnovate, per esprimere una metafisica del frammento e del crollo. Sono artigiani e maghi allo stesso tempo, e i romanzi sono insieme officine e laboratori. Si ritorna sempre lì: è il pensiero a essere all’opera nei loro racconti. E tutto questo combinando, assemblando generi, idioletti, scrittori in modo singolare, sfidando divieti e convenzioni.
Guarda, ho appena ritrovato su internet questo estratto di un’intervista di Bolaño a Playboy: può rispondere alla tua domanda sulla mia palese incapacità di leggerlo in lingua originale e sul perché amo così tanto questo scrittore:
Playboy. – È frustrante pensare che abbiamo letto molti dei nostri idoli (James, Stendhal, Proust) in traduzione, in versioni di seconda mano. È questo la letteratura? Se ci riflettiamo, potremmo perfino arrivare alla conclusione che le parole non hanno equivalenti.
Roberto Bolaño. – Penso di sì. Dopotutto, la letteratura non si limita alle parole. Borges dice che esistono autori intraducibili. Credo faccia l’esempio di Quevedo. Si potrebbe forse aggiungere García Lorca, e altri ancora. Eppure, un’opera come Don Chisciotte potrebbe tener testa al traduttore più terribile. Anzi, potrebbe sopportare la mutilazione, la perdita di un gran numero di pagine e persino una tempesta di merda. Nonostante tutto, mal tradotta, incompleta e rovinata, questa versione del Don Chisciotte avrebbe ancora molto da dire a un cinese o a un africano. Questa è la letteratura, senza alcun dubbio. Forse molte cose si perdono lungo il cammino, è vero, ma potrebbe essere il destino. Quel che succede, succede.»
***
Il crepuscolo cala sulla piazza. I tavoli sono sempre più animati, se possibile ancora più di prima, complice l’alcol. Domani, alcuni di loro non ricorderanno più le conversazioni, svanite nelle nebbie della confusione e della birra, dei molti vermouth: blackout. Dalle periferie, i venditori ambulanti percorrono i viali e passano di tavolo in tavolo per vendere un accendino, un pacchetto di fazzoletti. Uno di loro pensa ai figli lasciati nel suo paese. Un altro ai figli che avrà in futuro, con – ne è convinto – la donna più bella del mondo. Un coniglio bianco balza sul bordo della fontana a cui è appoggiato. È un buon segno.
Intervento tradotto dal francese, pubblicato nel numero 13 de L’Atelier du roman
Immagine copertina: Archivio Bolaño