C’è un gesto noto, prima ancora della scrittura, che tiene insieme la storia delle donne di cultura del Novecento: quello di chi è stata nominata soltanto per riflesso, come appendice di un uomo, e va perciò rimessa al mondo per intero, non di profilo. Bianca Garufi è stata a lungo, nell’immaginario corrente, “la musa di Pavese”: una figura di margine, buona per una nota a piè di pagina. Un fuoco grande. Bianca Garufi (Les Flâneurs, 2026), che Marialaura Simeone firma per la collana “Le Innominate” – dedicata alle donne cancellate dalla Storia con la esse maiuscola, sotto la direzione editoriale lungimirante di Annachiara Biancardino –, nasce proprio per disfare quella nota e restituire al soggetto la sua ampiezza: scrittrice, poeta, psicoanalista junghiana, partigiana, traduttrice, viaggiatrice nell’anima prima ancora che nel tempo-spazio.

Il libro non racconta Garufi dall’esterno: le lavora a fianco, appassionatamente, senza mai sostituirsi alla sua voce. È questa l’operazione più fine di Simeone, un’assenza calcolata di immedesimazione che le consente di ricomporre ogni singolo tassello – storiografico, filologico, letterario – senza mai appropriarsene. Una saggistica che apparenta (lettrici e lettori scopriranno come) ma che fa essere le due figure, di Garufi e Simeone, «acqua nell’acqua», come dice delle donne la psicologa Silvia Vegetti Finzi. Non è identificazione, è prossimità: la giusta distanza dichiarata di chi si tiene accanto senza confondersi. Ne esce una saggistica frammentaria pertinentemente rizomatica – come direbbero Deleuze e Guattari, qua l’aggettivo è femminile e dunque pertinente – che intreccia sogni, lettere, versi, e che attinge dalla poesia le proprie forme, cercando modi nuovi per farne un saggio. Rivelante e mai oracolare: senza le illuminazioni furtive, apparentemente geniali e in fondo spurie di certa critica abbagliante.
Un accenno di biografia, per chi non la conosce. Bianca Garufi nasce a Roma nel 1918 da madre siciliana, Giuseppina Melita, unica superstite della sua famiglia al terremoto di Messina del 1908; le estati dell’infanzia a Letojanni le scolpiscono nell’animo quel sostrato mitico e quasi magico dell’isola che permeerà ogni sua pagina. Comincia a scrivere versi alla fine degli anni Trenta; nell’autunno del ’43 entra nella Resistenza romana al fianco di Fabrizio Onofri; nel ’45, segretaria all’Einaudi, incontra Cesare Pavese, con cui scrive quel Fuoco grande che dà il titolo al saggio e che uscirà, postumo, solo nel 1959. L’incontro con Ernst Bernhard la porta all’analisi junghiana e a diventare lei stessa psicoanalista – sua la prima tesi italiana sull’argomento – mentre traduce De Beauvoir e Lévi-Strauss e prosegue in proprio con Il fossile. Morirà a Roma nel 2006. Una vita intera, insomma, che il “caso Pavese” aveva ridotto a un solo capitolo. E che questo libro rimette al centro.
Un primo cuore del ritratto è la madre. Melita – il cognome – è per Simeone la sacerdotessa del tempio di Afrodite, e da lì si dirama il graticolato di dee che Garufi si porta dentro: la solidità di Gea, la pienezza ansiosa di Demetra, la tenerezza mortuaria di Persefone, l’indipendenza di Artemide. In una lettera aperta a James Hillman, Bianca parlerà di un’Anima mater, genitrice arcaica e insieme Alma mater di un pensiero e di un’azione che alla donna la Storia aveva precluso. È il conflitto e l’identificazione con la figura materna a stare al centro della sua formazione e della sua opera: un ordine simbolico della madre, verrebbe da dire con Luisa Muraro, dentro cui i tratti della sua femminilità còlti da Pavese diventano una litania – «Circe, Bianca, Leucò». Qui l’«essere acqua nell’acqua delle donne» del pensiero della differenza non è cornice, ma materia.

E qui è anche il fuoco. «Lei stessa è terra, acqua, aria, fuoco», scrive Simeone: qualcosa di tranquillamente familiare e insieme mitologico. Le stagioni, le maree, l’eruzione dei vulcani della sua isola sono la stessa bilancia che regge le civiltà che decadono e quelle che nascono, la madre e il figlio, la morte di ogni creatura. Nella comune stesura di Fuoco grande – romanzo incompiuto e densissimo – sangue, sesso e alcol diventano i motivi dionisiaci che uniscono Eros e Thanatos: Pavese che cerca ordine e chiarezza, Garufi che porta dentro caos, ombra, visione; l’identità dei personaggi divisa, l’unione impossibile. Il desiderio non si pacifica mai: brucia. È fuoco grande, appunto – e da quel rogo controllato il libro trae la sua luce.
Ma la restituzione più urgente Simeone la compie sul terreno della Storia. Bianca Garufi e Fabrizio Onofri non sono soltanto due amanti: sono i poli di una coppia reale che i due riscrivono in altrettante finzioni speculari – il Libro postumo di lei, il Manoscritto di lui. Sullo sfondo Ponte Milvio, le azioni contro l’occupazione, le tane dove potersi interrare; e lui che ogni sera, al riverbero di una candela, le legge le proprie pagine «per mantenersi umano in mezzo allo sfacelo della città». È da questa cronaca minima e privatissima che Simeone allarga il campo: il contributo di Garufi alla Resistenza «è ancora tutto da scrivere», e con lei quello di tante – Luciana Viviani, Marisa Ombra e la sua nostalgia lucida per la fine della “trasgressione”. L’esperienza individuale si fa così riflessione collettiva sull’eredità psichica e civile delle donne.

C’è anche, in questo scavo, un istinto genealogico chiarissimo e dichiarato: leggere Garufi accanto ad altre dimenticate – Livia De Stefani, altra siciliana e “scrittrice della psiche” – per far affiorare una linea di donne unite dallo stesso Sud arcaico, dallo stesso femminile represso, dallo stesso nodo di colpa e desiderio. E non manca, in tutto ciò, la ferita. La maternità, in Garufi come nelle sue protagoniste, non è approdo ma soglia: se una donna rifiuta un figlio – suggerisce il libro – non è per il terrore dell’addio, «ma per il terrore dell’amore, per il dramma di amarli troppo».
Un altro particolare: è alla poesia che il saggio torna sempre, e da soglie e attese si costruisce.
E mentre uno dei quattro
parla o ascolta
(gli sguardi i gesti esprimono
fervore)
il rombo aereo intrude
sfrangiando le parole in una
dissolvenza rassegnata
che presto diventa
muta partenza per altre fantasie
o un ritorno a quelle
vecchissime
di non esserci proprio
di non esserci affatto
di essere già altrove
in un posto che ancora non
esiste.
Nelle pagine di Garufi il rombo di un aereo sfrangia le parole in una dissolvenza rassegnata e le spinge verso «un posto che ancora non esiste»: un altrove che è, insieme, fuga e origine, che Simeone non addomestica ma lascia aperto, tra movimenti in prosa, frammenti, versi, ad accompagnare e talvolta sorreggere l’architettura saggistica. Ed è forse questo il senso del titolo che le rende giustizia. Non un’agiografia ma un ritratto appassionato e mai sazio, capace di riconsegnarci una donna che ha attraversato il secolo con una luce incandescente, percorrendo una traiettoria diversa eppure comune. «Tutta luce», appunto, come diceva di lei Umberto Saba, che la conobbe bene e fu suo ospite negli anni bui del fascismo. Bianca luce sulla terra.