19.05.2026

Barbara Comyns. Una fiabesca inquietudine

La vita e le opere di una scrittrice inquieta, finalmente ritrovata

Twickenham, Londra, 1980. Una mattina, nel piccolo negozio d’antiquariato di Miss Mary Meadows, fa il suo ingresso Bella Winter, una ragazza della campagna inglese appassionata di antichità e assunta come nuova responsabile alle vendite. Mentre la figlia nera «illegittima» si attorciglia sul suo giovane corpo di madre, la donna sorride e porta meccanicamente una mano sul viso, a nascondere la guancia sinistra su cui si snoda il profilo ossidato di una cicatrice. Lasciatasi alle spalle il passato – il padre esule, l’ex fidanzato spilorcio e la madre severa – Bella Winter comincia una nuova vita nella borgata di Twickenham, inaugurando la sua amicizia con i coniugi Forbes, proprietari di una grande villa a Richmond. Nella parte più appartata del loro giardino, si staglia l’albero di ginepro le cui bacche «dal colore blu intenso, dall’aspetto velenoso e dall’odore strano» sono destinate a modificare e rivoluzionare l’itinerario esistenziale della protagonista. I frutti velenosi, il dito ferito che sgocciola sul bianco della neve, il desiderio di un bambino «rosso come il sangue e bianco come la neve» richiamano una delle fiabe più spietate dei fratelli Grimm a cui la scrittrice inglese Barbara Comyns attinge nella stesura di uno dei suoi ultimi romanzi. A più di quarant’anni dalla prima pubblicazione in Inghilterra nel 1985, Juniper Tree approda finalmente nelle librerie italiane con il titolo L’albero di ginepro, nella traduzione di Cristina Pascotto, grazie al lavoro di riscoperta dell’autrice da parte dell’editore Safarà.

Accostato a Shirley Jackson per i suoi toni horror, e a Charles Dickens per le sue atmosfere crudeli, il mondo letterario di Barbara Comyns mette in scena fiabe della tradizione, risignificandole a partire dalle protagoniste femminili: donne indifese, ipersensibili, che, all’interno di una società patriarcale che le priva di ogni potere, si abbandonano alle trame di un pensiero magico e straniante.

Nei romanzi di Comyns, la società è rispecchiata nel tessuto gerarchico della famiglia con padri violenti e autoritari e madri fredde e invidiose delle figlie. Nell’introduzione a The Vet’s Daughter, pubblicato in Inghilterra nel 1959 e tradotto in Italia con il titolo La ragazza che levita (Safarà, 2019), Barbara Comyns scrive che suo padre era un uomo impaziente, violento e dall’umore altalenante, mentre la madre, una straordinaria mangiatrice di ciliegie, viveva, per la maggior parte del tempo, «la vita di un’invalida». Distesa su un’amaca all’ombra o inginocchiata davanti al camino in compagnia della sua scimmietta domestica, all’età di venticinque anni, Margaret Eva Mary divenne completamente sorda e dialogava con i figli attraverso il linguaggio dei segni.

Nata il 27 dicembre 1907 a Bidford-on-Avon, nella contea del Warwickshire, Barbara Irene Veronica Comyns era la quarta di sei figli educati da giovani istitutrici con poche qualifiche all’insegnamento e cresciuti dalla nonna, descritta come una donna «formidabile». La tenuta dove Comyns visse fino ai quindici anni si trovava sulle rive del fiume Avon e, la maggior parte del tempo, la famiglia lo passava in barca, a giocare o pescare. «È straordinario che nessuno sia affogato perché solo due di noi sapevano nuotare» continua la scrittrice, gettando luce su un’infanzia eccentrica trascorsa lontana dalla città.

Nel 1922, alla morte del padre, la casa di famiglia fu venduta e Barbara Comyns si trasferì prima a Stratford-upon-Avon, il luogo di nascita del più noto drammaturgo e poeta inglese, poi a Londra per frequentare la Heatherley School of Fine Art. Quando i soldi finirono, la ragazza fu costretta ad abbandonare gli studi e trovò lavoro in una piccola agenzia pubblicitaria che la pagava un misero stipendio per disegnare, battere a macchina e visitare clienti. Con undici scellini alla settimana affittava una stanzetta vicino alla stazione di Mornington Crescent, girovagando tra le strade di quel quartiere fatiscente dove aveva abitato lo scrittore Charles Dickens e dove fece per la prima volta il suo ingresso in quei luoghi magici che sono le biblioteche pubbliche. Abituata fin dai dieci anni d’età a scrivere e illustrare storie, Barbara Comyns prese a rifugiarsi tra le pagine, a leggere «finché non ero ubriaca di libri.» Tuttavia, come noterà la scrittrice più che settantenne, la sua giovane scrittura risentì di quegli attacchi bulimici, perché perse la sua ingenuità e si fece «imitativa».

Più tardi, quando ancora ventenne abbandonò l’agenzia pubblicitaria e la sua umida stanzetta e si sposò con John Pemberton, un artista amico d’infanzia, Comyns distrusse tutti i racconti scritti fino a quel momento, e si dedicò alla cura dei due figli, Julian e Caroline, con cui spesso posava come modella per artisti. Nel 1935, quando si separò dal primo marito, divenne una «business woman», impiegandosi nelle più svariate mansioni: allevatrice di barboncini, restauratrice di pianoforti e commerciante in mobili antichi e auto d’epoca. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, la famiglia lasciò Londra e si trasferì nell’Hertfordshire dove Barbara lavorava come cuoca e i suoi bambini giocavano felici lontani dal caos cittadino. Qui, in campagna, la futura scrittrice vinse solitudine e frustrazione prendendo in prestito una macchina da scrivere e ricominciando l’unica cosa che la faceva sentire nel suo mondo: scrivere.

Nella stesura del suo primo romanzo, Comyns attinge al vissuto autobiografico, raccontando l’infanzia selvaggia di cinque sorelle sul fiume Avon e affidando la narrazione a una voce infantile che prende coscienza dell’assurda crudeltà del mondo adulto. «Ogni tanto provava senza successo a sparare alla mamma e, poiché lei era completamente sorda, non se ne accorgeva» così sul padre, eccentrico e feroce amante della caccia. E ancora: «La mamma litigava sempre con lui, erano le due persone più brave a litigare che abbia mai incontrato».

Un ritratto di Barbara Comyns

Con l’aiuto di un vecchio amico, Sister by the River uscì dapprima a puntate sulla rivista Lilliput con il titolo The Novel Nobody Will Publish finché, nel 1947, fu pubblicato da Eyre & Spottiswoode che non solo non revisionò gli errori di ortografia e punteggiatura presenti, ma finì per aggiungerne altri con il fine di rimarcare e giocare sull’innocenza dell’artista outsider. Seguirono i romanzi Our Spoons Came from Woolworths (1950), Who Was Changed and Who Was Dead (1954, Chi è partito e chi è rimasto, Safarà, 2018) fino al suo lavoro più celebre, The Vet’s Daughter (1959, La ragazza che levita, Safarà 2019), da cui vennero tratti uno sceneggiato per la BBC, un’opera teatrale e un musical sotto la direzione di Sandy Wilson.

Protagonista della storia è Alice Rowlands, la figlia di un dispotico veterinario londinese nell’epoca edoardiana che, alla sua esistenza asfittica e al clima di violenza domestica, reagisce sviluppando un potere straordinario e occulto. La violenza inizia tra le mura della propria casa e, nell’abitazione che puzza di animali e cavolo, l’unica libertà di Alice è la capacità di immaginare un altro mondo. «Talvolta la vita che conducevo mi sembrava talmente inutile e triste che immaginavo di vivere in un altro mondo. Allora tutti i tetri utensili marroni della cucina si trasformavano in grandiosi fiori esotici e mi ritrovavo in una sorta di giungla e, quando il pappagallo chiamava dalla sua prigione-gabinetto, non era più il pappagallo, ma un grande pavone bianco che gridava forte» scrive Comyns. Negli anni Sessanta, Comyns faticò a trovare un editore per il suo nuovo manoscritto, The House of Dolls, che troverà una casa solo nel 1989, quattro anni dopo la pubblicazione di The Juniper Tree. In seguito, a partire dagli anni Ottanta, mentre la scrittrice faceva ritorno dalla Spagna con il marito Richard Strettel Carr e si stabiliva nella campagna inglese, Carmen Callil si adoperò per la ripubblicazione dei suoi romanzi come classici moderni presso l’editore femminista Virago.

In tempi più recenti, a rinnovare l’interesse verso l’autrice inglese, è stata la biografia scritta dall’accademica inglese Avril Horner Barbara Comyns. A Savage Innocence (Manchester University Press, 2024). Da sempre interessata ai temi della scrittura femminile e della narrativa gotica, Horner s’imbatté per la prima volta nell’opera di Comyns grazie a una collega universitaria che le consigliò di dedicarle un contributo per una rivista sul gotico femminile. Nel 2015, dopo il suo pensionamento dalla Kingston University, Horner contattò il figlio, Julian Pemberton e la nipote, Nuria Leighton, che la accolsero nelle loro case di campagna, mostrandole le lettere, alcune risalenti agli anni Trenta, e i diari custoditi in sacchetti, scatole, buste, infilate sotto il letto. Nonostante il materiale fosse conservato in disordine, tesori inattesi, come un’ampia corrispondenza letteraria con Graham Greene. Lo scrittore inglese fu un ammiratore, nonché promotore, di Comyns di cui sottolineò la maniera impressionante di esercitare uno «sguardo innocente che osserva con semplicità infantile il più bello o il più minaccioso degli eventi».

«Come scrittrice lei ha la straordinaria capacità di spiazzarti» scrive su di lei Avril Horner, soffermandosi sulla sua abilità narrativa di passare continuamente da un tono malinconico a uno più ironico e spontaneo.

Nel 2013, su The Spectator, uscì un saggio della scrittrice inglese Jane Gardam (i cui numerosi romanzi sono pubblicati in Italia dall’editore Sellerio), che racconta di quando la proprietaria di una piccola biblioteca di Wimbledon – «noi eravamo solite chiamarla Dong dal naso brillante» – le consigliò la lettura di The Vet’s Daughter, definendolo uno dei più originali romanzi della letteratura inglese scritti fino a quel momento. Non solo: la bibliotecaria riferì a Gardam che l’autrice del libro viveva vicino a lei e le diede il suo numero di telefono. Quel pomeriggio stesso, Barbara Comyns ricevette una chiamata e invitò Jane a prendere un tè nella sua casetta a Twickenham. L’abitazione, ricorda Gardam, era allegra e accogliente, con il sole che entrava dalle finestre e illuminava il lungo corridoio su cui erano appesi i suoi dipinti dai colori vivaci. Comyns, allora una signora di settant’anni dai capelli corti, indossava un abito chiaro e teneva stretta al petto una scopa. Più tardi, mentre Gardam si accomiatava, le raccontò del suo secondo e ultimo marito, che era un collega e amico di Kim Philply, l’agente segreto doppiogiochista, da lei stessa frequentato e descritto come «un uomo delizioso».

Alla sua morte, nel 1992, Ursula Holden scrisse il necrologio di Barbara Comyns su Independent, ricordando i suoi sempre buoni consigli su «piante, case, gatti – ne aveva sempre almeno uno – e, ovviamente, la scrittura».

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