06.07.2026

Bambini sovversivi. L’infanzia nera (di fuliggine e cattiveria) secondo Ana María Matute

Dalla Spagna franchista al regno oscuro della fiaba, Ana María Matute dà voce ai bambini "tonti" e dimenticati

«Lontano di lì, al Sud, i Signori del Sottosuolo avevano perforato la terra fino al mare, in modo che questo vi penetrasse e potesse scegliere fra i bambini tonti. E così, ne portò via con sé la maggioranza; alcuni li condusse sotto le isole, e altri li lasciò vagare per le coste, sotto le scogliere, confusi in mezzo ai delfini»
(Dimenticato Re Gudú).

Quando la volitiva regina Ardid svela al figlio il nome della sua promessa sposa, scelta per lui tra tutte le principesse dello spazio e del tempo, il re Gudú non è disposto a unirsi in matrimonio con una giovane chiamata Tontina – anche se è di stirpe nobilissima, ed è tanto ricca quanto bella. Nel loro mondo, il feroce Regno di Olar, come così come per il nostro, i bambini tonti sono creature tuttalpiù imbarazzanti. Sarebbe meglio si perdessero nel segreto di qualche cunicolo, lasciarli fermentare nel buio fino a ridursi a tenere ossa dimenticate, «proprio come accade […] dal primo giorno del mondo e continuerà ad accadere, forse, finché la terra esisterà». Ma per Anna María Matute ogni Tontino e ogni Tontina del mondo è un autentico tesoro e noi, incapaci di coglierne il brillio, assai più luminoso delle pietre preziose con cui condividono le medesime plaghe, siamo solo dei poveri e tristi ciechi.

Allevata dai dolori della vita – in primis la guerra civile che le strappa le sicurezze dell’infanzia, una minaccia costante nelle sue opere –, Matute è una scrittrice dalla singolare potenza narrativa: per la sapienza evocativa del suo mondo, simbolico e lirico, nato dal crogiolo delle storie popolari raccontatele dal padre; per la capacità di allontanarsi dalla narrativa “realistica” dominante dei suoi contemporanei, rendendone difficilmente inquadrabile l’affiliazione letteraria; per l’intensissimo amore verso gli ultimi – i Tontini, le Tontine e tutte le creature sciocche che affollano le sue storie – e lo sguardo che nella marginalità scova molto più che melma, piaghe e luridi stracci. Una penna che, per le sue caratteristiche originalissime, si distingue come la stella, sebbene ben più solitaria e remota, di Anna Maria Ortese: le due autrici abitavano lo stesso firmamento, eppure, nonostante le affinità elettive e persino lo stesso nome – che unisce grazia e amore divino –, nella dimensione del nostro mondo sembrano essere rimaste separate da lunghezze distanti anni e anni luce. Com’è tra le stelle e, fin troppo spesso, anche nell’altrettanto siderale mondo letterario.

Pur senza mai aver avuto contatti, l’autrice di I bambini tonti e Dimenticato re Gudú (Safarà Editore) e quella di L’Iguana e Le piccole persone hanno molto in comune: in primis l’immaginazione visionaria, creatrice di mondi (ir)reali in cui le leggi umane sono sovvertite ma dove, per contro, si svelano con maggiore efficacia le più profonde condizioni ed emozioni della nostra specie (e non solo); nonché quell’amore concavo che abbraccia ogni forma di alterità, caratterizzato da una compassione che – come scrisse Pietro Citati per l’uscita adelphiana dei frammenti ortesiani1 – «sceglie ciò che è piccolo e segreto». Ed è piccolo, straordinario – cioè extraordinarius: extra (“fuori”) e ordo (“ordine”) –,  e a volte talmente ignorato da potersi reputare segreto, ciò di cui si occupa Matute nella raccolta I bambini tonti, riportata in libreria nel centenario della nascita della scrittrice Premio Cervantes da Canicola Edizioni, realtà indipendente bolognese con una spiccata attitudine alla contaminazione dei linguaggi.

Il volume è esso stesso un’ibridazione. Con la prima parte dedicata alle numerose, spiazzanti micronarrazioni di Matute e la seconda scandita dalle tavole a fumetti di giovani formatisi all’Accademia di Belle Arti di Bologna, il cui pregevole lavoro – lontano dalla traslazione didascalica dell’originale materia narrativa in un altro medium –  è stato quello di fondere più storie matutiane col loro universo immaginativo personale, al fine di crearne delle nuove e indipendenti. L’esito acquisisce massimo valore proprio nell’intento di celebrare la natura mescolata – chimerica, per dirla alla Donna Haraway – del tutto, dove l’imperfezione non è solo la vera regola ma anche la più grande bellezza. Nelle ultime pagine, anche un coinvolgente e accurato colloquio fantastico postumo a firma di Nicola Galli Laforest. Ma al di là della struttura del volume, la stranezza di I bambini tonti inizia proprio dalle sue fondamenta: nella scrittura e nella posizione di autrice di Matute, difficilmente categorizzabile.

Sebbene la dimensione del meraviglioso – costanti nella sua poetica gli occhi bambini che scrutano, spalancati, il mondo; come centrale è il topos del bosco e della fanciulla selvaggia – l’accompagni da sempre, la produzione matutiana è per lo più ascrivibile alrealismo critico o sociale della Generazione del ’50, detti anche Figli della guerra: come già nota Vanni Santoni nella prefazione a Dimenticato re Gudú, non è forse immediato immaginarla autrice di testi così pienamente fantasiosi, liminali, se non proprio fantastici come poi sarà il suo trittico tematico di ambientazione medievale (Olvivado Rey Gudú, Aranmanoth e La torre vigía). Eppure, che aggiunga diavoletti o trasghi tra le pagine, Matute resta estremamente coerente: e anche in queste storie piccole piccole prosegue il suo discorso sull’ingiustizia e sulla crudeltà umana, su memoria e incomunicabilità; in una prosa lirica e insieme pratica, ricca di dettagli autobiografici. Cronache brevissime ma incredibilmente intense sull’ambiguità dell’infanzia, come solo una bambina cagionevole, timida e afflitta dalla balbuzie, dal complesso rapporto con la madre, e che sentiva il richiamo del selvaggio e di luoghi lontani, avrebbe un giorno potuto scrivere.

I bambini tonti (in originale Los niños tontos) esce nel 1956 per la madrilena Ediciones Arión dopo lo scontro con la censura franchista, che non avrebbe permesso una libera rappresentazione, lucida e cruda, dello strumento politico “infanzia” né delle tensioni e miserie sociali del tempo: annunciate su rivista alcuni anni prima, una volta sottoposte al visto del regime queste micronarrazioni – non short stories: Angela Carter e Pietro Citati forse li avrebbero definiti tales; in un’intervista Matute li chiamò pequeños fragmentos – vennero definite veri e propri incubi. Le maglie del controllo morale-religioso della dittatura avevano, invero, già impigliato Matute e dunque non è possibile inquadrare I bambini tonti fuori dall’influenza di normative e restrizioni distopiche che ne tardarono la pubblicazione e modificarono la forma primigenia: tra i progetti iniziali, un corredo di illustrazioni da lei stessa realizzate… poi affidate a Miguel Lluch per l’edizione Arión – un altro dei niños asombrados, come la stessa Matute chiamava tutti i giovani umani stravolti dalla guerra civile.

Per la censura, la scrittrice stava distruggendo i valori sociali, la famiglia e la religione: «In un certo senso, quello che dicevano era vero. Volevo cambiare tutto» commentò molto più tardi Matute, come riportato nella biografia spagnola a lei dedicata del 19972. Nonostante ciò, anzi proprio per sfuggire all’oppressione della dittatura, queste microstorie vengono alla luce. È il bisogno di libertà dal quotidiano oppressivo, sfogo personale e atto politico, per non dimenticare e mai ripetere ciò che non sarebbe dovuto accadere: questi bambini sciocchi, non amati o incompresi, sono stati concepiti in improvvisati momenti di attesa, partoriti su foglietti volanti – tant’è che almeno uno è andato perduto, come perduti sono i resti di tante giovani vite, piccole luci senza nome nelle viscere oscure di ogni Paese della Terra, «in cui abita[…]no i trasghi e gli gnomi» capaci di «perforare il mondo con martelli di diamante non levigato3».

«Aspetta, scriverò di un bambino tonto […] dal dentista, dal medico […]. Ma sono bambini tonti tra virgolette, perché proprio non sono affatto tonti. Poiché non assomigliavano agli altri, la gente diceva: “Questo è tonto”. Ma non lo erano4». Concepimenti non programmati, dunque, ma pieni d’amore. E coraggiosi: le scrittrici erano ancóra più tenute d’occhio dal paternalistico Grande Fratello della Spagna franchista, che voleva che le donne si limitassero a pregare, generare, servire. Forse è anche per questo che, con suo grande fastidio, tra le altre cose Matute venne bollata quale autrice di libri per l’infanzia: una donna scrittrice – a maggior ragione se scrive storie di bambini – resta pur sempre una donna, dunque legata in modo imprescindibile all’ambito della cura a lei naturalmente consono. I bambini di Matute vennero inizialmente rifiutati anche al di fuori delle pagine stampate che ospitano le loro infelici storie: il primo censore temette che la raccolta potesse cadere nelle mani di creature innocenti – forse fu sentendosi già l’Inferno addosso che barrò in rosso la brevissima paginetta di Il bambino che era amico del diavolo: storia di compassione e amicizia, anche se forse non del tutto disinteressata – così bocciò l’intero progetto.

Illustrazione tratta da I bambini tonti

Ugualmente disprezzate, definite di pessimo gusto, le illustrazioni di Matute a corredo dell’originaria versione. L’autrice, che fin da piccola si dilettava nel disegno, e anche da adulta dedicava ai suoi cari schizzi e fumetti, aveva ben chiaro il legame tra parola e rappresentazione visiva: le illustrazioni l’aiutavano a delineare scene e ambientazioni, a dare un volto maggiormente definito ai suoi personaggi. In questo senso, nonostante gli anni di distanza e la rielaborazione del volume del 1956, l’operazione di Canicola Edizioni è assolutamente in linea con lo spirito matutiano. Anzi: dal poco rintracciabile – salvo qualche parentesi, la sua produzione artistica resta perlopiù privata –, i disegni di Matute richiamano nella loro immediatezza naif alcune tra le matite dell’interessante gruppo dell’Accademia bolognese.

Storie di bambini, dunque, ma per carità non cose da bambini: innocenti cotti nel forno come conigli, annegati sul fondo della vasca; bullizzati dai compagni e ignorati dagli adulti, persino in famiglia; e certi un po’ meno innocenti, intenti a cavare gli occhi ai gatti e a tagliare teste di altre bestiole, o a cercare di barare per assicurarsi il futuro ingresso in Paradiso. Per il primo censore i bambini meritavano di essere trattati con più rispetto: ironicamente, Matute concordava sul fatto che I bambini tonti non fosse per nulla una lettura adatta a un pubblico giovane… anzi, la considerava proprio dannosa per un ipotetico piccolo lettore. Solo un secondo parere, che meglio comprese il target di riferimento, tutto sommato ritenne possibile la pubblicazione dell’opera. Per quanto spontanee, dunque, queste micronarrazioni furono innegabilmente influenzate dall’ortodossia della dittatura che impediva la libera circolazione culturale. Quali storie avrebbe scritto, Matute, senza alcuna pressione esterna, in un diverso e più indulgente clima? E se la guerra civile fosse stata vinta dal Fronte Popolare repubblicano, avrebbe lasciato correre via i bambini tonti, lontano lontano, sui prati sempre verdi del passato? O, oramai per sempre una di loro, non avrebbe potuto districare le dita da quelle dei suoi tanti fratelli e delle sue tante sorelle perduti? Domande a cui non è possibile rispondere.

Illustrazione tratta da I bambini tonti

Ciò che noi abbiamo oggi tra le mani, per come la Storia è andata, sono narrazioni altamente innovative, all’epoca marginali: nonostante l’età d’oro del racconto nella Spagna di metà secolo scorso, la maggior parte di quei racconti erano di stampo prettamente realistico, influenzati dal Neorealismo nostrano, caratterizzati da una prosa concreta, poco interessati alla trasfigurazione lirica – e tra le altre chicas raras Matute è sicuramente quella che, con maggiore costanza e orgoglio, ha usato elementi fantastici o comunque surreali per scardinare la piatta e oscura realtà franchista. Un esperimento narrativo inedito, insomma, che divenne poi uno dei suoi libri più amati: l’autrice, che avrebbe voluto cimentarsi con la poesia, si limitò a scrivere piccoli racconti, in effetti «più simili a poesie», concedendosi qui «il lusso di sbizzarrirmi5».

E allora prendiamole così, queste storie liberatorie, come giochi di bambini, momenti liberi da regole costrittive, dove esplorare immaginazione, emozioni ed empatia. Poco importa se più di qualcosa resterà misterioso, persino senza senza senso apparente: sotto il sorprendente, stordente di Matute si intuisce un’unità e una complessità che, in fondo, non importa afferrare in pieno: più bello ammirarla alta nel cielo col naso all’insù, come gli uccelli frullanti, o gli insetti dalle ali iridescenti, o le nuvole dalle strane forme, o la luna che sembra una fulgida ruota di formaggio. Così come facevamo un tempo. L’invito, da accogliere, è quello tornare noi stessi a essere un po’ tonti.





Immagine di copertina: foto Getty Images

  1. Pietro Citati, Gli scritti di Anna Maria Ortese. Il mondo discende dalle stelle, Corrriere.it, 22 aprile 2016. ↩︎
  2. Marie-Lise Gazarian-Gautier, Ana María Matute: la voz del silencio, Espasa-Calpe, Madrid, 1997. ↩︎
  3. Ana María Matute, Dimenticato re Gudú, Safarà Editore, Pordenone, 2026. ↩︎
  4. Intervista citata in Ana María Matute (a cura di Dolores Madrenas), Los niños tontos, Ediciones Destino, Barcellona, 2016. ↩︎
  5. Ivi. ↩︎

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