01.04.2026

Attraverso Il Sé digitale Vittorio Gallese ripensa la mente nell’epoca delle interfacce

Comprendere la soggettività contemporanea nell’era del codice, un itinerario multidisciplinare per ripensare il sé

Il cavolfiore romanesco è un oggetto scandaloso. Non già per botanica – disciplina indulgente, avvezza alle bizzarrie dell’organico – quanto perché, nella quieta amministrazione delle forme naturali, introduce una contravvenzione geometrica: possiede, più che una figura, il regolamento della propria fabbricazione. E attorno a lui lo spazio, lungi dal colmarsi, torna a prodursi. Ogni cuspide genera cuspidi, ogni riduzione conserva la densità informativa dell’intero, la superficie diserta la clausura del confine, tradita solo dallo sfinimento materiale che impone alla matematica una pausa metabolica. Il romanesco, in breve, ignora la scala. In questo viluppo di escrescenze, si palesa il sortilegio del frattale, dimensionalità frazionaria che registra il travaglio generativo, lo sforzo necessario perché l’estensione si dia. Il frattale si atteggia a ricorsione, funzione che, reiterata su sé stessa, stabilizza una morfologia senza esaurirla. Il dettaglio quindi non è suddito, ma l’insieme stesso a diversa risoluzione.

Accolta una simile economia della forma, anche l’idea moderna di mente comincia a incrinarsi. Per secoli la si è pensata come una camera di deposito dove il mondo esterno lasciava le proprie copie secondo una partizione condominiale che assegnava al pensiero un indirizzo stabile – visione che il cognitivismo ha poi blindato nel dogma craniocentrico. Ma la forma senza scala scompagina il catasto: quando ogni livello riproduce la medesima organizzazione relazionale, il privilegio del punto di vista si dissolve, e con esso il luogo deputato a ospitare il pensiero. La mente appare allora come una stabilizzazione dinamica, l’effetto provvisorio della reiterazione di vincoli tra corpo, azione e mondo, una coerenza locale mantenuta finché regge la compatibilità dei movimenti che la sostengono.

Su questa soglia si colloca il lavoro di Vittorio Gallese, neuroscienziato cognitivo tra i principali studiosi dell’embodied cognition e co-scopritore dei neuroni specchio. Con le sue ricerche sulla simulazione incarnata, la psicologia dismette l’astrazione per farsi topologia: il percepire si fa mappa, partecipazione operativa che non abita un punto fermo ma si distende nel campo di forze tra i corpi. L’attenzione trasloca dal contenuto del pensiero alla trama di relazioni entro cui l’esperienza si dà come pensata. 

Il percorso che segue prende avvio dall’ultimo libro di Vittorio Gallese, Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, pubblicato da Raffaello Cortina Editore nel febbraio scorso. Il volume si dispone ai margini delle classificazioni consuete: non una teoria della tecnologia in senso sociologico né una filosofia della mente nella forma tradizionale, quanto piuttosto un tentativo di ridefinire la domanda stessa su cosa si debba intendere per mente quando il suo funzionamento elementare – percepire, comprendere, riconoscere l’altro – appare fin dall’origine corporeo, relazionale e, nella situazione contemporanea, inseparabile dalla mediazione tecnologica. Il digitale compare perciò solo progressivamente lungo il testo, ma ne costituisce la necessità interna: il punto in cui la concezione incarnata della soggettività trova la propria attuazione di campo.

La prima conseguenza della prospettiva gallesiana investe il corpo, sottratto al ruolo, ormai consunto, di semplice correttivo dell’astrazione cognitivista. La scoperta dei neuroni specchio acquista il valore di un indice morfologico: nell’osservazione dell’azione altrui si attivano, nello stesso sistema motorio dell’osservatore, le configurazioni dinamiche necessarie a compierla, cosicché la percezione assume la forma di una simulazione pratica inscritta nei circuiti dell’agire. Il comprendere precede ogni interpretazione perché coincide con una possibilità motoria condivisa. La conoscenza, pensata a lungo come una sequenza ordinata di sensazione ed elaborazione, si contrae in un unico evento in cui il significato emerge come effetto immediato della praticabilità dell’azione. Insomma: l’atto osservato non genera un’immagine mentale, ma risveglia la disposizione latente del gesto; la mente riecheggia nella misura in cui il corpo anticipa. In questo quadro il dualismo tra mente e corpo, e con esso la partizione tra interno ed esterno – soggetto e oggetto – perde progressivamente funzione descrittiva: l’altro acquista consistenza d’evento, manifestandosi direttamente come agente entro le stesse coordinate motorie che rendono possibile il nostro essere-nel-mondo. E così l’intersoggettività si dispone come risonanza primaria entro un campo relazionale condiviso che nessuno dei partecipanti esaurisce.

È a questo livello che diventa necessario precisare il quadro teorico implicato da tali fenomeni, ciò che Vittorio Gallese definisce ontofenomenologia incarnata, nel solco aperto dalla fenomenologia del corpo di Merleau-Ponty: il mondo non attende di essere rappresentato, prende consistenza nelle possibilità d’azione che il corpo anticipa – portata, distanza, peso, maneggiabilità – prima ancora di ogni esplicitazione concettuale. L’esperienza non sopraggiunge a qualificare un reale già formato, ma coincide con la modalità concreta della sua articolazione. Ontologia e fenomenologia risultano lemmi della stessa continuità dinamica, poiché l’essere della cosa e la sua epifania fenomenica si saldano nella congiuntura operativa dell’atto. Ne discende che la mediazione tecnica-tecnologica non introduca un secondo mondo, bensì una variazione delle condizioni di accesso al medesimo: modificando il modo in cui qualcosa può essere toccato, guardato, anticipato, essa ridisegna il campo stesso in cui il reale prende figura.

Proseguendo da qui, il libro avanza per successive messe a fuoco. La stessa ontofenomenologia incarnata, riconosciuta come tessuto elementare dell’esperienza, si ritrova a operare nella civiltà dello schermo, dove il vedere coincide sempre più con un poter agire. L’immagine domanda di essere sfiorata, trattenuta, percorsa; ogni superficie luminosa possiede una sintassi aptica e, nel gesto minimo con cui la attraversiamo, la percezione si prolunga in condotta. I dispositivi assumono così una funzione estetica nel senso letterale dell’aisthesis: organizzano il modo in cui il mondo diventa sensibile e praticabile. Il sé non vi si trasferisce né si smarrisce, ma si modula in una continua negoziazione fra anticipazioni corporee e risposte dell’ambiente tecnico.

Su questo stesso asse compare l’alterità artificiale, caso limite della medesima risonanza: basta una curva prosodica compatibile, una latenza tollerabile, perché il nostro sistema percettivo-motorio riconosca una possibilità di coordinazione. L’incontro si produce anche quando la provenienza resta sospesa. Ecco che affiora la zona di rischio: la disponibilità costante della risposta riduce l’attrito proprio della relazione e l’anticipazione tende a occupare lo spazio della sorpresa. «La soggettività», allora, «non scompare ma si ridisegna nei parametri dell’efficienza produttiva». Il mondo relazionale diventa perfettamente cooperativo, raramente resistente. Per questo Gallese insiste: «la responsabilità è incarnata: non si delega, non si automatizza, non si computa. Essa nasce nella relazione, nell’esporsi all’altro, nella vulnerabilità del corpo situato». Non un rifiuto della tecnica, dunque, ma il riconoscimento che l’incontro richiede sempre una quota di non-calcolabile.

È qui che il percorso precipita nella nozione decisiva di estetica radicale intesa come condizione di possibilità dell’esperienza: «non è un lusso teorico, ma una necessità critica. Essa ci chiede di ripensare l’agire come gesto incarnato, sensibile, responsabile, in un mondo che tende a ridurre la scelta a calcolo. Di fronte a un’IA che si propone come interfaccia normativa del possibile, dobbiamo domandarci: che cosa possiamo ancora volere, desiderare, scegliere senza l’ausilio del suggerimento automatico?». L’estetico diventa allora una pratica: mantenere aperta la facoltà «di sentire, di esporsi e di essere toccati». In questo senso – ed è la proposta più costruttiva del libro – la tecnologia non chiede rinuncia ma competenza: «non si tratta di opporsi alla tecnica, ma di abitarla criticamente». L’aisthesis innerva il sistema tecnico sabotandone la saturazione autarchica e custodendo nel grembo della prassi un’eccedenza che nessun algoritmo, per quanto vorace, potrà mai interamente digerire: «contro la soggettivazione algoritmica, serve una politica del sentire che restituisca alla relazione la sua opacità, alla presenza la sua intensità, all’esperienza la sua imprevedibilità». Più che una teoria della soggettività digitale, ne emerge un esercizio: restare presenti dentro i dispositivi senza consegnare loro la totalità del possibile.

Riguardando il cavolfiore romanesco – superstite sul tavolo con aria lievemente indifferente al proprio destino culinario – si chiarisce l’equivoco iniziale: davanti agli occhi non una figura compiuta, ma un protocollo di trasformazioni locali, interrotto soltanto dalla stanchezza della materia. La forma non custodisce il proprio principio: lo lascia affiorare. Qualcosa di analogo accade alla mente. Non conserva il reale in deposito, lo attraversa selezionandone le varianti praticabili. Così anche l’esperienza dura quanto dura l’accordo provvisorio tra anticipazione e resistenza – corpo, ambiente, tecnica – poi si ricompone altrove. Musil suggeriva l’esistenza, accanto al senso della realtà, di un senso della possibilità: facoltà poco disciplinata, ma sufficiente a impedire al mondo di chiudersi nella propria versione ufficiale. Il digitale non inaugura un ordine nuovo; rende visibile che ogni realtà è una configurazione riuscita abbastanza a lungo da sembrare necessaria. Il resto permane, come nel romanesco, nei punti in cui la forma avrebbe potuto continuare.

Immagine di copertina: Foto di Chris Ried su Unsplash

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