L’ofride appennina è una pianta della famiglia delle orchidee, il cui nome riferisce l’area di appartenenza. Peculiare ne è l’aspetto: ora dal profilo di fiore, ora simile a un imenottero nella forma e nell’essenza olfattiva. Questa tipicità trae in inganno le api al punto da posarsi sul fiore nella convinzione di unirsi a un loro esemplare femminile. Peculiare ne è la classificazione: ora l’ofride appennina è interpretata come specie a sé, ora come sottospecie o variante di altra specie.
È a questa orchidea che Livio Santoro dedica uno dei racconti meglio rappresentativi della sua ultima raccolta Appenninica, edita recentemente da pièdimosca edizioni. Più che racconto, microracconto o microfinzione, genere della tradizione ispano-americana dalla forma brevissima, ellittica, ironica, già praticata dall’autore nella trilogia composta da Piccole apocalissi (2020), Commedie del vespero e della notte (2022), Le favole nuove (2024), pubblicata da Edicola Ediciones.

Nella recente silloge sono introdotti quaranta bozzetti d’Appennino, in un idillio mai troppo rasserenante e di cui l’ofride sembra proporsi come metafora. Fiore senza univoca definizione, spazio di bellezza e di inganno, di appartenenza e di esclusione. La forma sintetica dei microracconti, con i loro salti narrativi e i loro finali arditi, non fa che esaltare il vuoto di certi sentieri sconnessi, il funambolismo di chi sull’Appennino vive, passa, va. D’altronde, per parlare di altri luoghi rispetto a quelli cui la narrativa contemporanea ci ha abituato, c’è bisogno di un altro linguaggio. E il pregio della pagina di Santoro è molto nel modo di raccontarci le cose, nella sua scrittura sempre densa, onnicomprensiva di termini sottili, arcaici, dalla rarefazione classica, accostati a espressioni più realistiche se non specialistiche; scrittura come microsistema, a sua volta, all’interno del microcosmo tratteggiato da chi sull’Appennino, umbro nella fattispecie, soggiorna per lunghi tratti di tempo. Un tributo dell’autore a luoghi in cui non c’è più molta presenza, ma rimane molta affezione.
‘Uno scarno arredo: tre seggiole e un
tavolino, e sul pavimento due bugie con le
candele piegate dal vento di scirocco, pog-
giate accanto a un materasso cencioso e gri-
gio steso in un angolo tra i muri, un po’ di
sghembo rispetto alle pareti. E fogli bianchi
tenuti a terra da una grossa pietra. Un’am-
pia finestra spalancata sulla valle mostra un
cielo privo di nuvole: siamo all’imbrunire.
Assai parsimonioso anche il desco: una
pesca spaccata e due fette di pane. Null’al-
tro ad affollare il quadro. Non un passo a
turbarlo, né un respiro. Le seggiole: rotte,
almeno due. Le candele: spente. La porta:’
Come un racconto, ouverture della raccolta, apre a un interno sospeso e onirico di oggetti sparsi, a un presente senza tempo, a un ritaglio di cielo prossimo alla notte. L’andamento sintattico del brano tende a sconfinare nel rigo, quasi verso, successivo a esplicitare l’aspirazione verso qualcosa di indeterminato che non è trascendente, ma immanente. Tra quelle mura, sulla soglia di una porta ancipite, risiede il prodigio di una scelta mai risolutiva: restare o andare. Perché l’una o l’altra condizione riempiono di senso le storie di queste vite appenniniche.
Così è per Gianni, i cui vermi sono sottratti al ruolo di invisibili organismi infestanti il nostro corpo a morte certa, per rivelarsi fantasiosi interpreti di conversazioni, deliberazioni, considerazioni, plurime e condivise, dibattute e animate, tra il protagonista e i simbionti in lui e per lui vivi. Il fermento di questi organismi accompagna allora non la morte ma la vita, restituendo compagnia dove facile è arrendersi alla solitudine dei luoghi. Solitudine più volte evocata nelle pagine di Santoro, quella di paesi lungo un crinale che unisce la nostra penisola per lungo, ma la attraversa e la divide per largo. Eppure, su queste alture essere soli ricolloca l’uomo nel ciclo della natura intorno, lo irrora di un’emotività arrugginita altrove, lo riconsegna al contatto con creature vegetali e animali, dalle movenze non solo senzienti ma anche pensanti. Creature surreali, come per molti tratti l’esperienza d’Appennino vissuta sopra la piana delle cose reali.
In tale direzione si muove Ivo, personaggio paradigmatico dell’esperienza di paese. Nel suo giardino si celebra l’incanto semplice della fioritura, secondo la liturgia di ogni stagione. Fuori, si consuma l’altro rito, quello al tavolo di un bar delle chiacchiere altrui, scomposte e ostili alla diversità. Dentro le sue mura Ivo vive il mistero del creato. Fuori da quelle mura la sua sognante felicità richiama lo scherno degli scettici fino al punto da infliggere allo stravagante Ivo la violenza di un dito reciso. Ma è qui che il protagonista si affida a un esperimento paradossale, eppure capace di eludere la sopraffazione a cui il paese lo condanna: complice la natura, Ivo si trasformerà in molteplici Ivi, con all’occhiello il fiore velenoso e seducente dell’elleboro. Potrà allora tenere a distanza i sopraffattori e tornerà indisturbato a godersi lo spazio del paese. La resistenza etica e l’esercizio di fantasia accompagneranno Ivo a un ‘fuori’ appartenente a tutti. Lo accompagneranno ivi, nello medesimo spazio dell’uno e dei più.
Con pari arguzia assistiamo alla quotidianità di altre vite come nel racconto farne lacerti e, in cui il lettore è chiamato a ricostruire la conversazione di due fratelli in un gioco combinatorio tra frammenti di testo disseminati su pagina. Un po’ come ascoltare nel meriggio di paese le voci delle case accanto e provare a disciplinarle attraverso l’immaginazione in una storia compiuta. L’ironia fa da cornice anche alle storie di chi, come il personaggio di Manlio Brambelli, siede su una panchina sotto rami frondosi, affidando lo sguardo a una prospettiva lontana in ogni torno di giorno. Lui resta lì impalato mentre accanto gli sfila la vita senza bagliori di chi siede e gli rivolge parola.
‘[…] Noialtri, che
sia giorno festivo o giorno feriale, ci mettia-
mo rispettosi lunga pezza in fila per passare
un foss’anche brevissimo tempo seduti al suo
fianco, sì da contargli tutti i nostri dubbi,
le questioni che viscose ci attanagliano nel
cuore, al bisogno le angosce e le annose
pene, gli altri rancori. E Manlio sta lì fermo
senza chiedere conto di alcunché. […]’

Però, in questi sfoghi allucinati non tutto si risolve in monologo. Perché un dialogo pur esiste, tra le parole dei sopraggiunti e lo sguardo di Manlio, capace di trasferire, sul filo sottile tra sé e un orizzonte imprecisato, il dolore di ciascuno altrove. Un dettaglio che offre la misura della relatività delle cose quando viste con gli occhi dell’altro. Eppure Santoro sa volgere un concetto risaputo in qualcosa di originale e rarefatto, attraverso la stramberia del protagonista, quasi morto nella natura viva, ma più vitale di tutti e tutto nella sua funzione catartica, nel suo ridimensionamento di crucci e paure. Lo scrittore vi riesce da una prospettiva estranea, con pochi dettagli a prendersi la scena, e però in grado di rendere il bozzetto spassoso nella sua pur irrinunciabile profondità di intenti. D’altronde, in questo esercizio di scrittura è ben manifesta l’eco di un grande maestro di Santoro, quel Landolfi nei cui racconti certe periferie geografiche ed esistenziali si caricano di grottesca malinconia.
Difatti, l’amarezza di ciò che manca non si rovescia in rabbia, piuttosto si batte a colpi di levità e di straniamento anche nelle periferie di Santoro. È lì che si scartabella in soffitta, tra le carte ingiallite, a caccia di un’Italia passata in cui riconoscersi o da cui distanziarsi. Lì ci si arriva a definire per negazione, per quello che non si è, per la trama che non si vuole scrivere di sé, per i giorni fuggiti. Lì i ruderali accorrono a popolare, con progetti di futuro, paesi in odore di fine e rovina. Lì i ragazzi costruiscono ricordi di agosti in bici e brache corte, di ortiche spinose, graffi e cicatrici, di punti persi e punti vinti da portarsi dietro per interi pezzi di vita. Lì la rivalità tra contrade spinge finanche alla resurrezione dei morti per imporsi nella sfida dei numeri tra sagre limitrofe. Lì la lista è lunga sotto la voce assenza, ma senza lasciare possibilità di ricompensa nemmeno se si fugge altrove.
‘Una volta all’anno si doveva andare tutti
insieme a Sasso. Proprio tutti. Tanto che in
casa non ci restava nessuno. Nella nostra
come nelle altre dei dintorni. […]
[…] E arrivati a Sasso ci restavamo per un
giorno intero. Fino al tramonto. Ce la gode-
vamo. Bellissima Sasso. Poi da lì si ritornava
alle case parlando nuovamente di Sasso. Di
come era e di come non era. Sempre bello
a Sasso. Anche stavolta siamo stati davvero
bene. Che belle sensazioni guarda. Io quan-
do vado a Sasso. Lì a Sasso è tutta un’altra
storia. Certo che ci si potrebbe vivere sempre
a Sasso. E allora perché noi’
In questo racconto, dove Sasso si presenta come toponimo ma anche come puntello, stricto sensu, a cui aggrapparsi tra i ricordi, l’euforia di una scampagnata si amplifica nell’enumerazione dei dettagli, nella rincorsa senza fiato delle esclamazioni, nella rapidità delle ore quando il tempo è felice, salvo arrestarsi inaspettatamente sull’orlo di un finale sospeso. Il congedo è in una domanda senza punteggiatura, incerta essa stessa come tutto quanto nei paesi sulla cima di qualcosa. Perché, chi in certe terre cresce, rimane a vita sulla soglia, sulla porta evocata nel racconto di apertura, con il sentimento irrevocabile di non potersi trattenere né lì né lontano da lì e di condividere la stessa dubbia definizione di un’ofride appennina.
In copertina: Ofride appenninica, foto a cura di Maria Cristina D’Alisa