12.07.2026

Antropologia della memoria. Con occhi di figlia di Catherine Bateson-Mead

Il memoir della figlia Catherine per raccontare Gregory Bateson e Margaret Mead, la coppia di antropologi più celebre del Novecento

Si parla spesso dei figli d’arte, tra accuse di nepotismo e celebrazioni di intere dinastie artistiche come i Chaplin o da noi i De Sica; ma solo in casi rari si parla dei figli dei filosofi, dei grandi accademici e in generale degli intellettuali. Quasi in parallelo all’uscita per Adelphi dell’attesissimo Kolchoz di Emmanuel Carrère, atto di amore filiale nei confronti di una madre che era stata una grande storica della Russia e segretaria perpetua dell’Académie française per quasi venticinque anni, è uscito quest’anno per Mimesis Edizioni (traduzione di Mariangela Zanusso) il memoir di Mary Catherine Bateson Con occhi di figlia, incentrato su una coppia irripetibile di genitori che avevano compiuto ricerche pionieristiche e trasversali nelle scienze umane: l’antropologo, sociologo e psicologo britannico Gregory Bateson, e l’ancor più influente antropologa statunitense Margaret Mead.

Originariamente pubblicato nel 1984, a sei anni dalla morte della madre e a quattro da quella del padre, Con occhi di figlia arriva in Italia a cinque anni dalla scomparsa della sua stessa autrice; ma è un memoir freschissimo, epifanico, lucido e al tempo stesso dolce che, nel tracciare il ritratto di due dei più grandi umanisti del secolo scorso, riesce ad applicare al suo stesso nucleo famigliare presto spezzato dal divorzio di Bateson e della Mead gli insegnamenti essenziali della loro visione antropologica e psicologica.

«Un amico mi racconta che l’ultima volta che vide Margaret e Gregory insieme, venticinque anni dopo il divorzio, in occasione di una conferenza, Margaret stava cercando di convincere Gregory a mettersi le calze prima di salire sul palco. Perché? Perché lei trovava importante questo particolare e lui no? Sullo sfondo delle conoscenze antropologiche e degli orientamenti giovanili degli anni Venti, in cui gruppi di artisti e di intellettuali avevano buttato a mare i convenzionali divieti, Margaret e Gregory optarono per stili diversi e fecero scelte molto diverse. Nel complesso Margaret mi insegnò l’equivalente del portare calze. Mio padre, nel complesso, no.»

È in queste poche righe sul finire del libro che Catherine Bateson traccia il chiasmo tra i due genitori, classico esempio di opposti che si attrassero e, nel giro di un quindicennio, si separarono di fronte alla legge mantenendo fino all’ultimo un forte rapporto intellettuale, diventando anche, ciascuno nel suo singolare modo, santi patroni del Sessantotto e della Controcultura.

I ricordi di infanzia di Catherine Bateson sono tutti attraversati dalla consapevolezza di essere stata, piacevolmente e amorevolmente, oggetto di una sorta di continua sperimentazione antropologica e intellettuale: «Margaret e Gregory inserivano la mia infanzia in un contesto che si erano impegnati a studiare: lo sviluppo del bambino e la formazione del carattere, e il loro variare in ambienti culturali diversi», rilevando che in particolare tutti gli scritti della Mead a cavallo della sua nascita erano attraversati dall’interrogativo su «che specie di mondo possiamo costruire per i nostri figli».

Del padre Gregory la Bateson ricorda in particolare «il vezzo inglese di latineggiare nei boschi, o in giardino»: seppur il rapporto col padre fu più intermittente per i frequenti viaggi di lui, è proprio il ricordo delle condivise osservazioni naturalistiche della sua infanzia a ispirare a Catherine la frase-simbolo del libro, «un bambino e un adulto possono scoprire un mondo intero curvandosi assieme a guardare sotto i fili d’erba» o a contemplare gli acquari. Altro divertimento tra padre e figlia nei primi anni di vita di Catherine era il cosiddetto gioco delle venti domande, incentrato sulla divisione binaria; quelle rare volte che sia Margaret che Gregory si trovavano a casa nel weekend, i tre avevano l’abitudine tutti assieme di «giocare alla famiglia», vivendo come divertimenti rari quelli che negli altri nuclei famigliari era la routine quotidiana.

Catherine era nata nel 1939, al ritorno della coppia più celebre dell’antropologia novecentesca dall’ultimo viaggio condiviso di ricerca tra Bali e Nuova Guinea; già alla notizia della nascita della primogenita, quando si trovava ancora in Inghilterra, Gregory Bateson mandò il tempestivo telegramma “non battezzare”; due mesi prima della nascita dell’autrice del memoir era intanto scoppiata la Seconda Guerra Mondiale. Con occhi di figlia fa luce anche sull’impegno di Bateson all’interno degli uffici della propaganda bellica anglo-americana, riportando il surreale aneddoto per cui lo studioso e il suo amico Jim Myseburgh avevano concepito l’idea che il morale dei giapponesi sarebbe andato in pezzi se le ceneri cremate dei loro soldati caduti, appropriatamente imballate e accompagnate da testi e preghiere, fossero state paracadutate sul Giappone.

Mentre Gregory Bateson provava ad applicare la sua conoscenza delle tradizioni e dei costumi del mondo in un singolare tentativo di sconfiggere l’Asse sul piano antropologico e psicologico, Margaret Mead a casa badava alla figlia, senza però rinunciare al suo percorso intellettuale e accademico, e guardando, per tenere in piedi questo equilibrio, alle tradizioni di popoli appartenenti a società meno nucleari e atomizzate di quella occidentale – se vogliamo, allo stereotipato detto africano per cui per crescere un figlio ci vuole un villaggio.

Come ricorda Catherine in Con occhi di figlia, «quando Margart dovette organizzare come prendersi cura di me e dei miei pasti, decise di combinare la generosità delle madri più primitive che nutrono i figli quando piangono e restano costantemente con loro, con una risorsa della civiltà: l’orologio, anche questo significava prendere appunti». Questo per registrare gli orari in cui la figlia chiedeva il cibo e ricavarne uno schema dei ritmi del suo corpo da cui programmare le lezioni e gli impegni accademici, riuscendo al contempo a tornare a casa in tempo per i pasti della bambina. «Non crebbi quindi in una famiglia nucleare o nella situazione di figlia unica, ma come membro di una grande famiglia flessibile e accogliente, piena di bambini di tutte le età, in cui cinque o sei paia di mani potevano venire mobilitate per sbucciare piselli o asciugare i piatti», tra gli zii del lato di madre e continui visitatori di passaggio.

Nonostante l’eccezionalità drammatica del momento storico in cui visse i suoi primi anni, e le molteplici particolarità della famiglia in cui crebbe, Catherine trasmette in tutto e per tutto il ricordo di un’infanzia felice, con una particolare gratitudine ammirata nei confronti della madre antropologa in uno dei molti passaggi del libro in cui si tessono le lodi di Margaret Mead:

«Tutte le decisioni di mia madre, la scelta di una nurse come la scelta di un nome, avevano la complicata qualità di quel tipo di merletto che inizia con una stoffa lavorata a telaio dalla quale si dipartono tanti fili che vengono poi nuovamente raccolti e sui quali viene intessuto un ricamo, sempre senza perdere l’integrità della trama originale.»

Gregory Bateson, Margaret Mead e Reo Fortune, Sydney, luglio 1933

La grande antropologa, che portò presto la figlia in giro per il mondo in occasione delle sue conferenze e ricerche, anche rispetto alle prime esperienze di Catherine all’estero mantenne una felice deformazione professionale, con una particolare attenzione al dato linguistico: «Margaret valutò tuttavia che il contatto avuto in Austria con bambini che non parlavano inglese, sebbene di fatto io non avessi imparato un’altra lingua, mi avesse insegnato la differenza fra “questa è una tazza” e “questa è quella che noi chiamiamo una tazza”».

Tornando al padre resta impressa la circostanza di una visita a San Francisco dopo il divorzio, in cui Bateson era «imbarazzato per non sapere cosa fare con una ragazzina»; portò la prima figlia in ristoranti e parchi divertimento, e lei si sorprese per il disordine dell’appartamento in cui viveva il padre; altre visite più rurali riuscirono meglio, con Gregory e Catherine che di nuovo facevano lunghe esplorazioni lungo sentieri nei boschi. Rivelatorio di tutta la complessità del rapporto tra il padre e la figlia è uno scambio di battute che Catherine ebbe con Margaret Mead: «Una volta le chiesi perché mai egli mi avesse scritto una lunga lettera – lui che non scriveva più di una o due volte all’anno – piena di diagrammi sulla morfologia di alcune specie di piante, e lei mi rispose: “è il solo modo che conosce per dirti che ti vuole bene”».

Catherine seguì i passi dei suoi genitori come antropologa culturale e linguista, con una particolare attenzione per l’arabo, collaborando separatamente sia con Gregory Bateson sia con Margaret Mead su alcune pubblicazioni in volume – tra queste la più celebre è sicuramente Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro, pubblicata in Italia da Adelphi – e diventando anche presidentessa dell’Institute for Intercultural Studies di New York.

A sua volta durante il suo percorso di studio Catherine Bateson fu indotta ad applicare alla complessa storia della sua sfaccettata famiglia gli schemi strutturalisti e post-strutturalisti di studio antropologico delle parentele nelle varie civiltà del mondo: «Da studentessa, quando provavo tecniche diverse per tracciare diagrammi di parentela, sperimentai modi per incorporarvi consanguinei e consanguineità fittizi attraverso vincoli rituali. Quando i vincoli di fatto non esistevano più, in che rapporto ero, mi chiedevo, con gli ex mariti di mia madre, con coloro che avrebbero potuto essere padri dei suoi figli?».

Tuttavia Con occhi di figlia sa anche affrancarsi dal ritratto ininterrotto dei due straordinari genitori, e tra le pagine che raccontano i primi decenni di vita dell’autrice, di grande interesse e attualità sono quelle dedicate al soggiorno in Israele durante la guerra del Sinai, alla sua scelta deliberata di non abbandonare il paese e a una visione obiettiva ed empatica dei drammi che in quel frangente storico tanto la popolazione israeliana quanto quella palestinese si trovarono ad affrontare; un altro passaggio interessante riguarda l’esperienza di studio, condivisa con il marito Barkev Kassarjian, nell’Iran degli anni Settanta, bruscamente interrotta, dalla morte della madre nel 1978 e dalla rivoluzione dell’ayatollah Ruhollah Khomeini dell’anno successivo.

È sull’ars moriendi differentemente messa in campo da entrambi i genitori che si consumano inevitabilmente poi alcune delle pagine più intense del volume: Bateson convisse con un tumore polmonare per gli ultimi anni di vita; la Mead morì più rapidamente, per un cancro al pancreas diagnosticatole tardivamente, e tra le testimonianze più impressionanti del libro c’è il canto funebre intonato in memoria di Margaret Mead nella comunità indigena di Pere. Entrambi i genitori continuarono a lavorare anche sul letto di morte, come ricorda la figlia: «Margaret ebbe perfino l’idea di compiere uno studio sui guaritori e sulle varie forme di guarigione spirituale, proprio come Gregory, uscito da una terapia intensiva dopo che il suo cancro al polmone si era rivelato inoperabile, progettò di scrivere il suo prossimo libro sull’establishment medico e sulle malattie iatrogene, le malattie causate dai medici. Questa è dopotutto la risposta tradizionale, nella mia famiglia», commenta Catherine: «quando si vive una vita in un doppio canale di partecipazione e osservazione, anche la noia, l’irritazione e perfino il dolore possono essere mantenuti in sordina dallo sforzo di capire i modelli culturali racchiusi in una data situazione».

Interessante il chiasmo che si venne a creare tra madre e padre negli ultimi anni di vita anche rispetto alle modalità di ricerca, approfondimento e condivisione intellettuale con la figlia: i cosiddetti metaloghi, conversazioni su argomenti problematici impostata in modo «da rendere rilevanti non solo gli interventi dei partecipanti, ma la struttura stessa dell’intero dibattito», caratterizzarono il rapporto padre-figlia nell’ultima parte della vita di Gregory Bateson, laddove la Mead preferiva un più ampio multiloquio in occasione delle sue conferenze pubbliche, chiedendo agli spettatori di mettere le domande anche per iscritto per ripercorrere gli interrogativi che i suoi interventi avevano suscitato e approfondire fino all’ultimo le sue ricerche.

È interessante constatare come il memoir di Catherine Bateson-Mead, che prendeva le mosse da un’infanzia «antropologizzata» e resa oggetto e terreno di studio, finisca per rovesciare la gerarchia tra osservatore e osservato: non sono più solo Margaret Mead e Gregory Bateson a trasformare la vita in oggetto di studio, ma è la figlia a restituire l’intera vicenda come un laboratorio vivente dell’osservazione reciproca. «Quando ricordo i miei genitori rivedo le loro mani», recita uno dei passaggi più evocativi:

«quelle di Margaret, piccole e delicate, con minuscole mezzelune sulle unghie, si muovevano in gesti simmetrici. Sembrava offrisse simbolicamente i seni nel cavo delle mani, quasi un’offerta di nutrimento perfino nelle discussioni più accese. Le mani di Gregory erano drammatiche, angolose e con lunghe dita dalle grandi unghie pallide. Si muovevano asimmetricamente nel discorso, e talvolta una mano restava protesa nel gesto, dimenticata.»

Catherine Bateson traccia così il ritratto di due alfabeti incompatibili della stessa lingua affettiva, dimostrando di aver ereditato dai genitori non solo conoscenze, ma soprattutto un metodo per mantenere radicalmente aperte le domande e gli interrogativi di ricerca. Se ogni antropologia è una forma di traduzione, qui la traduzione non avviene tra culture lontane, ma dentro il nucleo più opaco della prossimità: ciò che chiamiamo famiglia. In un momento in cui nel mondo accademico la specializzazione tende a separare radicalmente sapere ed esperienza, Con occhi di figlia rimarca come l’antropologia di Bateson e della Mead nascesse invece da una continua contaminazione tra vita privata e ricerca. Non c’è mai un vero fuori campo, un tema non pertinente, un sentiero interrotto: la guerra, l’educazione, l’amore, la malattia e la morte sono tutti momenti di un’unica indagine. Con occhi di figlia si chiude così dove l’antropologia comincia: nel punto cieco in cui vivere e interpretare coincidono.



Immagine di copertina: Mary Catherine Bateson © New York Times

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