31.07.2025

Anatomia di una fine. La polvere che respiri era una casa di Eleonora Daniel

Con una mosaicità di registri Eleonora Daniel firma un esordio brillante tra i confini del dolore e le crepe della separazione

«Non esiste un solo inizio in una storia, esiste una sola fine. E così è finita la casa.»

La polvere che respiri era una casa di Eleonora Daniel (edito Bollati Boringhieri) è la storia di una fine, del declino di un noi che diventa un io. È la storia di un organismo, la coppia, che vive e si alimenta e che poi si spezza e si decompone. Il romanzo è trainato, nella prima parte, dalla casa: il covo, il nido in cui la neo coppia pian piano si evolve e si unisce. Non ci sono ancora Riccardo e Margherita, c’è una cosa sola, unica, un po’ coppia, un po’ casa che trasporta il lettore nel racconto delle tappe della loro storia.

Il noi è una simbiosi, di spirito, di anime, di voci che traccia un percorso. Eleonora Daniel riesce, con estrema attenzione, a calibrare ogni singola parola, come fosse un lento comporsi che ha già in sé la sua forma.

La casa è un organismo pulsante, consapevole, tanto da accorgersi del primo agente esterno che mira al suo equilibrio. Alla prima piccola crepa che comincia a scuotere lo status quo. Riccardo fa la fatidica domanda che scuote mari e monti, imperi e dinastie, coppie sfasciate e solide: avere un figlio. E lì arriva il fallimento: «[…] è questo senso di fallimento smarrito per cui possiamo incastrare giorni orari posizioni alimenti predisposizioni e il corpo rimane una muraglia cieca e ostile. Una distesa di pietra. La terra dura dei campi d’inverno».

La casa pian piano si riduce e si consuma in polvere, polvere che si incastra negli angoli, nelle intersezioni del loro rapporto. Neanche l’ennesima proposta di Riccardo riesce a estirpare quella polvere ormai tossica: scrivere dei mini racconti per il bimbo che verrà, intitolati e dedicati a Pietra, Erba, Acqua, Fuoco. La creatività, la scrittura diventa quasi un luogo di rifugio per rintanarsi da quelle crepe che hanno invaso il rapporto. Come Eleonora Daniel ammette fin dall’inizio, La polvere che respiri era una casa è una storia di fine, e di confine. Un organismo che viene distrutto, smembrato. E questa separazione avviene anche a livello linguistico, dove il noi narrativo si divide in un io basato sulla coscienza di Riccardo. Solo dopo l’evento che segna la fine, avremo due entità distinte, Riccardo e Margherita.

Eleonora Daniel traccia i confini del dolore, ci guida tra le crepe della separazione delle cellule, nell’anima che si divide, e vi lascia sedimentare la polvere, che ricopre e nasconde le ferite, le cicatrici.

«Tommaso a un certo punto gli dirà una cosa verissima: seduti davanti a una tazza di caffè, in cucina, anni dopo, dirà come se fosse il pensiero più naturale e spontaneo del mondo che quando i dolori non combaciano le persone smettono di parlare la stessa lingua e i dolori non combaciano mai fino in fondo perché non siamo tutti lo stesso corpo. La tragedia è che con le gioie accade lo stesso, il che significa che basta davvero un niente per scollarsi.»

Margherita e Riccardo si scoprono in due momenti diversi. E la loro storia di gioia, dolore, separazione, arresa diventa una delle nostre storie, in cui da essere qualcosa siamo diventati altro, in cui abbiamo perso e abbiamo accettato. Col tempo, con la rassegnazione. Eleonora Daniel si sofferma anche sul tema della maternità, fulcro centrale della trasformazione del personaggio di Margherita. È Margherita che scopre la sua infertilità, comincia a scollarsi, a staccarsi dal noi, per divenire Margherita, riprendersi il suo dolore, il suo corpo e la sua libertà. Non è un figlio a definire una donna, una coppia, un’unione. E l’insistenza di Riccardo, la ricerca dell’erba, della pietra, dell’acqua e del fuoco, diventano il motore per alimentare una rivoluzione che culmina nel distacco. Dopotutto, è una storia di sangue.

La polvere che respiri era una casa è un esordio ambizioso, Eleonora Daniel riesce a farci immergere con tutto il corpo e l’anima in questo organismo vivente, ne vediamo le radici, i tagli, la trasformazione. È un romanzo sempre teso, con una voce che sussurra, borbotta, incalza, taglia. C’è talento, c’è scelta di un linguaggio spezzato, onesto, doloroso, dove ogni parola è parte di un progetto, ha un suo perché. Ogni tassello si incastra nella giusta posizione quasi a riempire gli spazi. È un romanzo di tempo e spazio, tempo fra Riccardo e Margherita, tempo per elaborare e andare avanti, spazio tra i corpi e gli stipiti della casa, spazio di unione e lontananza.

«Alcuni ricordi ci galleggiano in testa come olio; altri riemergono come i cadaveri degli affogati quando le pietre si sganciano dalle caviglie.»

E infine cosa resta? Resta la storia di Riccardo e Margherita, di una vita vissuta, di una casa abitata e di un amore sbordato. Dove la scrittura esorcizza e ricuce i tagli e lascia a noi che leggiamo elaborare il dolore della perdita.

Immagine di copertina: Foto di Priscilla Du Preez su Unsplash

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