17.12.2025

Ammobiliare il silenzio. Nel Santo cielo di Eric Chevillard

Intervista allo scrittore francese: l'aldilà tra ironia e teatro dell'assurdo

Cosa si può chiedere all’oltre la vita? Cosa ci si aspetta dal tempo del dopo? Le risposte, le certezze mancate all’esistenza, probabilmente. Eric Chevillard – e il suo alter ego dal nome (parlante) di Albert Moindre – cercano l’equilibrio dei frammenti, il bilanciamento dei torti e il risarcimento del senso. O almeno, questo sembrerebbe dalle prime pagine di Santo Cielo, edito da Prehistorica, in cui lo scrittore francese fa finire il suo protagonista in un’aldilà umanissimo e vitale, in cui cercare, finalmente, le verità assolute. Ottenere delucidazioni, sporgere reclami, ottenere ricompense. E poi osservare, da altrove, il mondo che conosce. Queste sono le quattro tappe che si aprono al protagonista come porte di un anonimo ufficio burocratico. E dentro di esse, con la sua lingua salace e un’acume tagliente, la scoperta che niente somiglia a cio che credeva di sapere, e che – forse – non e sapere che conta.
Eric Chevillard, a cui la casa editrice Prehistorica ha a buon diritto dedicato una intera collana, ha, come autore, molti meriti: una lingua elegante e lirica senza alcuna supponenza, perché a fornirle raffinatezza ci pensa un uso sapiente dell’ironia, dove il divertimento e il gioco sono un accesso all’altezza dell’intelligenza. Proprio come avviene in un teatro, dove rappresentare l’impossibile, giocare ad essere altro, significa diventarlo, e accedere a un altro grado di esperienza. E del resto, questo ultimo lavoro di Chevillard ha il passo dell’opera teatrale, e come tale – almeno al suo embrione – l’autore ha provato a metterlo in scena, col supporto di Paolo Di Paolo, a Pordenonelegge, dove lo abbiamo incontrato e intervistato con l’essenziale e generoso supporto dell’editore e traduttore Gianmaria Finardi.
Per provare ad avvicinarsi a un aldilà in cui con una risata si può illuminare, se non vendicare, le ingiustizie del mondo e il silenzio di Dio, e con una poesia e il lampo di un incontro scoprire, dentro alle risposte, quanto sia più interessante la polifonia delle domande. Perché, se la letteratura non può accedere all’insondabile, di certo può inventarlo, e plasmarlo. “Ammobiliare il silenzio”, dentro cui sentire meglio la nostra, umanissima, voce.

Romain Gary scrive che l’ironia è una dichiarazione di dignità, la superiorità dell’essere umano su quello che gli capita. Tu usi l’ironia per parlare di aldilà. Ti ritrovi in questa definizione, o come intendi l’ironia?
C’è un’altra definizione in cui mi ritrovo molto, di Jules Renard: “L’ironia brucia solamente le erbacce”. Mi ritrovo piuttosto in questa definizione, perché l’idea di superiorità porterebbe in sé qualcosa di arrogante. Ma l’ironia è un’arma, come lo era per gli intellettuali del Settecento, penso a Voltaire, che la usavano contro il potere. Un’arma che permette non tanto un attacco frontale, ma di colpire l’obiettivo aggirandolo.

Parlando di autori: se arrivassi nell’aldilà che racconti nel romanzo, chi vorresti incontrare e perché?
E’ una bella domanda, perché quando si pensa a un autore che si vorrebbe incontrare, ce ne sono certo molti verso cui si prova ammirazione, ma può capitare che non siano così di buona compagnia, e questo la rende una domanda spinosa! Certo, se mi trovassi al posto del mio personaggio stringerei molto volentieri la mano a Kafka… se lui volesse fare altrettanto con la mia.

Presentandolo, Paolo di Paolo ha detto: “Per scrivere questo libro ci vuole molta speranza nell’aldilà”. Ma ci vuole più speranza, più paura, più coraggio, o più incoscienza?
Si tratta di uno spazio vergine: Certo, c’e l’esempio supremo di Dante, ma il tema dell’aldilà non è stato particolarmente affrontato. nella scrittura. Costituisce quindi un terreno fertile per le speculazioni, se è vero che non ci sono ostacoli alla fantasia, all’immaginazione: una enorme pagina bianca che si apre. C’è in questo senso un altro libro, tradotto sempre da Gianmaria Finardi e presto in pubblicazione, dal titolo Sul soffitto, non meno ambizioso: questa tematica viene trasposta sul soffitto, che in questo senso diventa una variante del cielo, una declinazione diversa, ma ancora una volta il soffitto si rivela uno spazio senza ostacoli che si offre alla immaginazione dell’autore.

Usi una lingua piena di suoni, di poesia, molto mobile: cosa c’è nella cassetta degli attrezzi linguistica dell’autore di questo romanzo?
Non so se parlerei davvero di strumenti, implicherebbe una scelta molto lucida, mentre io mi ritengo un istintivo, anche se riconosco che la mia lingua può essere molto elaborata, sofisticata, in questo senso. Quando parlo di istinto penso, ad esempio, all’umorismo, come una sorta di dinamite contro me stesso. Arrivo a creare delle formule su cui, attraverso dell’umorismo, raggiungo degli effetti di sabotaggio, inizialmente non previsti. L’umorismo crea degli effetti di sorpresa funzionali alla storia stessa, nella misura in cui io non mi sento un vero romanziere, capace di progettare nei dettagli tutti gli aspetti della storia. L’umorismo diventa così anche un modo per rilanciare il romanzo, dargli nuovo impulso.

In questo testo c’è una vistosa parentela col teatro dell’assurdo, e una forza teatrale che si è iniziato a sperimentare: cosa potrebbe dare il teatro a questo lavoro?
Non ho mai scritto per il teatro ma diversi miei libri sono stati portati a teatro, come Rovorosa (uscito per Prehistorica nel 2021, ndr). Trovo l’esperienza di vedersi a teatro estremamente istruttiva, nel senso che, se la mia lingua può essere sentita come molto letteraria, il teatro la mostra in grado di prestarsi all’oralità. Questa versatilità la si deve sicuramente a una dose di umorismo. Ci sono sicuramente, per ragioni intrinseche, testi che si prestano più facilmente alla scena, come quelli in prima persona. Santo cielo ha sicuramente questa potenzialità, sono curioso anch’io di vedere cosa succederà.

E quanto il teatro ha influito nella scrittura?
Il riferimento al teatro dell’assurdo è particolarmente pertinente: mi è caro senz’altro Beckett ma il mio modo di intendere la letteratura mi fa sentire vicino anche Ionesco. C’e anche Huis Clos (In italiano A porte chiuse) di Sartre, non ascrivibile di per sé al teatro dell’assurdo ma dove i personaggi devono stare in una sala d’attesa e aspettare di essere giudicati da una sorta di entità divina: in qualche modo le due opere si parlano. In quest’opera, infatti, c’è la celebre frase “l’inferno sono gli altri”. È possibile che abbia assorbito inconsciamente questo genere di riferimenti, Beckett, per altro, e pubblicato dal mio stesso editore francese, Les Éditions de Minuit. All’epoca dei miei primi testi lui era ancora vivo, ed era considerato l’autore di riferimento. Anche per me ha un’aura leggendaria, un punto di riferimento.

Nelle tue pagine emerge una riflessione potente sul concetto di verità, e nella prefazione Di Paolo cita Pasolini quando dice che “essere morti equivale a capire”. Qual è la spinta che ti ha mosso a parlare di questo?
Non potendo sapere cosa ci aspetta nell’aldilà, ho immaginato si potesse appagare la propria curiosità a partire da fatti molto anodini e comunque colmi di mistero e rimasti tali. Non ho risposte a questioni di senso, nè so se davvero vorremmo sapere tutto, se conoscere tutto ci darebbe un vero senso di pace.

Peró se, come scrivi, anche l’immaginazione è esperienza, non c’è una risposta ma provare a immaginarla in parte lo è?
Sì, il punto è proprio questo. Lo scrittore offre delle ipotesi. Ognuno di noi sceglie un modo di vivere, e la letteratura invece offre la possibilità di allargare il campo ed esplorare svariate ipotesi: non si limita, come la vita, a lasciarci incuneati nella nostra singolare posizione, ma ci fa fare un’esperienza della coscienza.

Ed è bellissimo che tu parli dell’inferno come incoscienza. Mi sembra che, ancora una volta, c’entri il teatro. Rappresentare qualcosa e sperimentarlo al di là dei limiti della vita. Trovi che sia il senso anche della letteratura?
Esattamente. La scrittura è un’esperienza che può essere estremamente arricchente, se è vero che la coscienza è più reale del corpo stesso. Durante una giornata il corpo può essere assopito, ma anche mentre dormiamo la coscienza lavora. Dunque sì, anche la scrittura ha questo obiettivo.

Il tuo personaggio ha fame di risposte, di certezze, dati oggettivi, verità assolute. Ma la risposta che ottiene è che tutto è una possibilità. Tu, come scrittore, cosa senti più utile?
La verità si sottrae sempre all’uomo, quello che è interessante sono le invenzioni che l’uomo può darsi per cercare di dare una forma sensata alla vita.

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