01.12.2025

Amare nonostante tutto. Una conversazione con Antonella Lattanzi

Nel romanzo “Chiara”, la scrittrice racconta la storia di due ragazze che sanno riconoscersi opponendosi alla violenza che le circonda

Antonella Lattanzi è nata a Bari e vive a Roma, ed è una delle voci più lucide e potenti della narrativa italiana contemporanea. Ha esordito nel 2004 con una raccolta di racconti, ma è stato poi con il primo romanzo, Devozione (Einaudi, 2010) che è stata conosciuta dal grande pubblico. Fin da subito, con l’esordio, Lattanzi ha esplorato le ossessioni emotive, il loro intreccio con quelle sociali e la violenza, domestica e non solo. Con uno stile crudo e indagatore, con uno sguardo sempre capace. Quindi sono arrivati altri cinque romanzi, tra cui Una storia nera (Mondadori, 2017), Questo giorno che incombe (Harper Collins, 2021, vincitore del Premio Scerbanenco) e Cose che non si raccontano, con cui è stata in dozzina al Premio Strega. Lattanzi, poi, è anche sceneggiatrice per il cinema e ha collaborato per la TV. Scrive per La Stampa e La Repubblica, e insegna scrittura creativa alla Scuola Holden di Torino.

Nel suo ultimo romanzo, Chiara, edito da Einaudi, Lattanzi mette al centro due ragazzine: Marianna, voce narrante, e Chiara. Due amiche, due bambine che, nella Bari degli anni Ottanta e Novanta, nascondono un segreto che le sta logorando pian piano. Un segreto che, però, le lega indissolubilmente, facendo intrecciar loro un’amicizia stupenda. Con una prosa intensa, minimalista, esplora il desiderio, il rimpianto e la tensione verso la libertà, costruendo un ritratto che è al tempo stesso personale e universale. Una scrittura elegante e insieme tagliente, e che ama scavare nelle relazioni, rivelare i segreti che si nascondono dietro le vite ordinarie, portando in superficie la violenza, la fragilità, il silenzio.

antonella lattanzi

Lattanzi, da dove arriva questa storia?
Da molto lontano, in effetti. L’idea, la struttura, le personagge le avevo già in testa prima della stesura del mio ultimo romanzo. Però ho dovuto mettere tutto in pausa. Il punto è che ciò che mi è capitato pochi anni fa, i fatti di Cose che non si raccontano, la questione della maternità, e della maternità mancata, nel periodo in cui stavo iniziando quello che sarebbe diventato Chiara era tutto ciò a cui riuscivo a pensare. Per cui ho dovuto sospendere la scrittura di Chiara e dedicarmi a Cose che non si raccontano.

È stato difficile?
È stato un periodo complesso in senso generale, non glielo nascondo. Mettere in pausa Chiara è stato un peso e riprenderlo, poi, è stato comunque complicato. Cose che non si raccontano è un libro personale che ha avuto un riscontro di pubblico enorme, non solo per la quantità dei lettori, delle lettrici, ma pure per il modo in cui è stato accolto. I messaggi di affetto, la gratitudine che mi è stata dimostrata in questi anni: tutto meraviglioso. E pensavo: non mi capiterà mai più niente del genere. E temevo per Chiara.

Però, alla fine, Chiara lo ha scritto.
Nella vita, nella quotidianità, io sono una grande promotrice, una sostenitrice sfegatata delle bugie: mentire spesso è un ottimo strumento per salvarci, e non vedo perché non dovremmo usarlo. Nella letteratura invece credo che la verità sia fondamentale – sempre. Per cui non si dovrebbe mai scrivere nel tentativo di replicare il successo di un libro, di incontrare il favore dei lettori. Bisogna, piuttosto, scrivere con onestà di quel che si sente. Io sentivo di dover scrivere la storia di Marianna e Chiara, e così ho fatto.

antonella lattanzi

Ci presenta Marianna e Chiara, quindi?
Sono due ragazzine, vivono nella periferia di Bari degli anni Ottanta e Novanta. Il contesto, dunque, è quello in cui sono cresciuta io. Non scrivo il nome di vie, piazze, quartieri, volevo lasciare al lettore la libertà di immaginare la città del racconto, ma, fondamentalmente, sono i luoghi in cui sono venuta su. La loro scuola era la mia, il quartiere era il mio.

Che posti erano?
Posti in cui le differenze sociali erano davvero marcate. Era estrema periferia, una sorta di Scampia, di Secondigliano. C’era una grande piazza di spaccio e la malavita e la violenza erano molto presenti. Ci abitavano sia famiglie di ceto popolare medio, che non potendo permettersi di vivere in centro città avevano deciso di star lì, sia di ceto basso.

Lì Marianna e Chiara si conoscono e, soprattutto, si riconoscono.
Frequentano le stesse scuole da anni, ma si vedono davvero soltanto in quinta elementare e si riconoscono, come dice lei, perché hanno qualcosa in comune: un mostro in casa.

I mostri in famiglia.
Una bambina è cresciuta in una famiglia acculturata, dove c’è tanto amore ma è un amore che soffoca come una gabbia, che non solleva ma tiene incatenati a terra. E l’altra in una famiglia popolare, dove la violenza fisica è quotidiana, la sopraffazione dappertutto. Non possono salvarsi a vicenda – credo nessuno possa salvare nessuno -, ma possono accompagnarsi nel loro percorso.

Non pensa che possiamo salvare chi abbiamo accanto?
Onestamente, ne dubito. Nei periodi più bassi, più oscuri della mia vita, sono riuscita a trarmi in salvo solo dopo aver lasciato la presa sugli altri. Alla fine, mi sono spesso salvata da sola.

Come?
Con la lettura, la scrittura.

L’hanno salvata?
Mi hanno aiutata. Le forze le ho comunque cercate dentro di me, ma se sono stata in grado di farlo è stato soprattutto grazie alla scrittura e alla lettura, sì.

Cose che non si raccontano, in tal senso, l’ha aiutata? Le chiedo di questo libro nello specifico perché è un memoir.
Mi ha aiutata perché mi ha concesso di mettere a parole, di trovare una giusta grammatica, fatti dolorosi. Però gli ultimi due anni no, non mi hanno aiutata.

Perché?
Presentare il libro, e parlarne ancora e ancora e ancora riaprendo quelle ferite, non mi ha permesso di metabolizzare quel che è successo. L’ho elaborato con la scrittura, ma non l’ho metabolizzato.

Perché non si è fermata?
Perché credevo fosse importante. Non tanto per me quanto per le altre. Spesso mi sono trovata di fronte donne che, in lacrime, mi raccontavano la loro storia, e che mi ringraziavano. Una signora di settant’anni, a un incontro, piangendo, mi ha raccontato dell’aborto di tantissimi anni prima, dicendo che non era mai riuscita a dirlo a nessuno – ad esempio. Molte altre mi hanno scritto, sui social o delle mail, delle lettere. Ecco, mi sembrava importante.

antonella lattanzi
Antonella Lattanzi © Cristiano Gerbino

Tornando a Chiara ma rimanendo su Cose che non si raccontano: si nota, leggendo questi due libri e ripensando ai suoi precedenti, che sono i primi in cui usa la prima persona singolare, per raccontare.
La prima persona l’ho sempre temuta. Se non è ben calibrata, può facilmente risultare troppo emotiva, enfatica, può sbrodolare ed essere fastidiosa. Perciò ho sempre scritto con la terza. Cose che non si raccontano, all’inizio, dovevo scriverlo in terza, come avevo sempre fatto, ma poi, pian piano, mi sono resa conto che alla protagonista ne succedono così tante, di disgrazie, che nessuno le avrebbe creduto. Usando la prima, invece, e dicendo fin da subito che quel che viene raccontato è accaduto realmente, il lettore non poteva non crederle. E poi, se mi permette, vorrei battere di nuovo sull’importanza sociale di Cose che non si raccontano. Non per autoincensarmi, ma perché il periodo storico in cui abitiamo è complicato, l’aborto in molti posti del Paese, di fatto, non è più garantito, e una testimonianza come quella credo fosse importante. Finito quel libro, scrivere Chiara in prima persona mi è venuto naturale.

Tornerà alla terza, nel prossimo futuro?
Non so, è presto per dirlo.

Poco fa abbiamo detto che Marianna e Chiara si riconoscono perché nelle rispettive case, nelle rispettive famiglie, c’è un mostro. Il padre.
È qualcosa di cui mi sono resa conto solo dopo aver scritto: Stephen King, la sua lezione sui mostri che abitano dentro di noi, è entrata nel romanzo in modo profondo. Sì, i mostri sono i padri. I mostri sono tra noi e dentro di noi.

Lei ha sempre raccontato la violenza, fisica e psicologica, la sopraffazione e la paura. Di tutto questo scrivendo ha capito qualcosa?
Al di là di quello che le ho appena riportato di Stephen King – cioè che, come dice sempre, i mostri sono dentro di noi -, non molto. Solo che per vivere nel mondo dobbiamo chiedere perdono e perdonare – per la violenza di cui siamo stati i carnefici e quella che ci siamo sobbarcati.

A che serve?
A spezzare il ciclo.

Anche la famiglia è stata spesso al centro dei suoi romanzi. Del rapporto genitori figli, invece, cosa ha capito?
Si dice che i genitori amino i figli nonostante tutto, ed è vero. Quello che non si dice è che anche i figli amano i genitori nonostante tutto. Ognuno di noi ha una famiglia disfunzionale alle spalle; o magari, la gran parte di noi. E il senso di amore e odio che permea le famiglie o su cui, anzi, le famiglie sono proprio costruite lo conosciamo. Ci si ama nonostante tutto, da un lato e dall’altro.

Nel romanzo, in effetti, la compresenza di odio e amore è una componente fondamentale di ogni rapporto; genitori-figli, Chiara-Marianna.
Perché credo sia alla base della maggior parte delle relazioni. Da qui nascono molti sentimenti che ci portiamo dentro, alcuni dall’infanzia.

Ad esempio?
Il senso di colpa per non essere abbastanza.

Abbastanza per chi, rispetto a cosa?
Per gli altri, rispetto alle aspettative degli altri.

I suoi sensi di colpa?
Tanti.

Nei confronti dei suoi genitori, da figlia?
Sono andata via di casa presto, a diciott’anni. Prima a Roma, per un corso con Domenico Starnone, poi sono rimasta fuori per lavoro. Ho sempre, dall’inizio, fatto tutto da sola. Non volevo dipendere dai miei genitori, così ho cominciato subito a lavorare ma di soldi non ne avevo tanti per cui, spesso, mi sono pure trovata in situazioni assurde. Case minuscole, coinquilini con cui era davvero difficile vivere. Ecco questa mia indipendenza l’ho pagata cara, si è presentata sotto forma di senso di colpa, per essere andata via, essermi ricostruita lontana da loro. E ancora oggi provo una certa tristezza, in tal senso.

Ci si risolve mai, secondo lei?
Così dicono alcuni, ma io non mi sento per nulla risolta.

Per nulla?
Per molte cose sono ancora infantile, una bambina; appunto: irrisolta.

Ad esempio?
Fuggo dai conflitti. Ho difficoltà a mostrare la mia rabbia. Porto rancore.

Lei, che della rabbia e della violenza ha fatto una parte della sua cifra di stile, non mostra la rabbia?
Sono una persona arrabbiata, ma non rabbiosa. Nei libri mi prendo quello che nella vita non posso.

Però questo rancore, questa rabbia inespressa consumano da dentro.
Certo. Ma non sono comunque capace di fare altrimenti.

Perché non la manifesta, non la esprime, la sua rabbia?
Perché ho paura di esagerare, temo non sarei capace di misurarmi finendo per far del male a qualcuno. Così quando mi trovo in un conflitto e l’altro esprime la propria rabbia, la propria frustrazione, magari urlando, come capita spesso, io, semplicemente, sto zitta. Sto zitta, ma dentro di me si agita una bestia, una bestia che, ne sono convinta, prima o poi si vendicherà.

antonella lattanzi

Senta, rimanendo sulla violenza. Prima ha parlato di spezzare il ciclo. Per lei, è possibile interrompere la violenza che ci passiamo, gli uni agli altri?
Non solo è possibile, ma importantissimo. Pure se siamo persone danneggiate e abbiamo di fronte persone danneggiate; ché, in fondo, lo siamo tutti. Anche solo tentare è fondamentale. Ho conosciuto tanti uomini che da figli venivano picchiati, vessati e che poi da adulti replicavano gli stessi meccanismi. Farlo, spezzare il ciclo, è molto complesso, ma il tentativo va fatto. Un amico, tempo fa, mi ha detto che da ragazzino aveva trovato la madre nuda, coperta del suo stesso sangue: lo aveva pregato di chiamare un’ambulanza ché stava morendo e lui così aveva fatto. Il padre l’aveva picchiata. Tempo dopo, lui e sua madre se ne sono andati via dal paesino in cui vivevano e lui, il mio amico, per anni si è detto: io non sono così, io sono un uomo diverso da mio padre. Poi, però, si è trovato a fare cose simili. Spesso replichiamo la violenza che vediamo in casa da bambini, ci andiamo a infilare in situazioni uguali. E non vale soltanto per gli uomini, ma anche per le donne: vedono la madre che viene picchiata, e da adulte finiscono in relazioni violente come quelle dei genitori.

Ha usato la parola danneggiato.
Alcuni di noi, quasi tutti, secondo me, sono danneggiati. E per cercare, anche solo per cercare di ripararci, incontrare, conoscere persone danneggiate come noi è un grande aiuto.

Quindi gli altri, in effetti, ci possono salvare.
No. La salvezza non sta negli altri, ma in noi stessi. Gli altri, tuttalpiù, possono farci da specchio. E già è tanto.

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