Certi, non tutti, ma certi sì, certamente riescono – a rendere incerto il certo. Gli aborigeni australiani, giusto per rimanere nel quartierino, la chiamano songline: miscela di racconti sonori servita espressa, boiling, a colpi di vocables (vibrazioni, frequenze, mappature creazionali), onomatopee e mimicry; con l’intento di ri-digerire il dato-di-fatto naturale in cui siamo incastonati, tentando di capirlo atomicamente, senza sublimazioni, certi (quelli) intendono liberarci dal senso d’essere “inamovibile mattoncino”, un Lego inserito male in una sequenza non voluta: tornare ad avere un’illuminazione, un’allucinazione, una scintilla, qualcosa.
Alberto Mori lo fa da un po’, lo perpetua sul dato metropolitano – non solo perché non vive tra emù e kookaburra, crediamo – ed è certame tra lui e le ombre, lui e la polvere, lui e le visuali asfaltate in 16:9. Luce solida (Fara Editore) è lavoro d’oggi, per il poeta, performer e artista cremasco di cui, dal 1986 a ora, non si contano gli editati, i contributi, le eco, i «suonetti». Tra verità stonate e falsità accordate, l’autore – che notamente tesse alle pendici d’un debito futurista, ermetico, neoavanguardista, sperimentalista… con il guidato intento di scalare una vetta propria – sormonta immaginari alle parole, svuotate della più boriosa logica sintagmatica. La poesia non è poetica, le interpunzioni non fungono, niente serve al verso ma fa il verso all’urbanesimo capestro.

La notte buia vede
Sul margine profilato
In visione aderita
Per immagine bianca
Forma del punto
Pupilla della superficie
Limine acceso
Soglia d’aurore
Qui più che altrove si parcellizza, si torna all’osso buco, cavo, si sosta dove qualcuno ha già mangiato e la via si mostra come «la strada delle scomparse», assenze ansanti, perdenti, perduranti, pencolanti. «Rumori vuoti d’attesa» attestano la riduzione meccanica, l’evaporazione cantieristica dell’oggettività pura, poiché oramai il mondo è un filtro a maglie fini dal quale ogni cosa cola e dilegua, se non poca preziosa impigliata Luce solida. «Nulla del giorno/ vastità indetta/ semi delle ore»: le caratteristiche dell’abbaglio quadrimensionale sono accettate con la precisione artigiana del tagliaboschi, scandite una a una su ritmi sincopati – la scheggia pastosa del cirmolo che frange e rifrange nel fendente, nei secchi sterpi, nel callo dell’uomo esausto.
L’atmosfera ha un’allegria sospesa e scomposta capace di aleggiare fino alle propaggini del cosciente: la «settimana scorre per tutto sonno»: dunque è sogno, questa nube di spuma? «Onda foglia/ Mare bianco/ Parola senza approdo/ Deriva»: diavolo, forse sì.
Tantissimo rarefà in precisione millimetrica e in spessore scientifico. Pare che l’intuitore rimanga in laboratorio a sezionare strofe finché non gli riesca di comunicare una nuova propriocezione ai vecchi corpi consunti dai grassi saturi. Che si eserciti senza separazioni celluloidi tra vita e arte, tra penna e forchetta, lì a limare e tagliare tanto che potremmo ritrovarlo tranciato in ‘Berto, deciso a muoversi soltanto di profilo uguale al granchio eremita, zufolando «oh oh – tu tu – dr dr» a mezzo di clavietta (da pagina 30 a pagina 42 c’è molto da musicare).
L’avvito completa rotazione
Inserra l’angolo alla base
Solleva il possibile dal solido
Mori, Sisifo di un’era gassata, sta abilmente in bilico tra l’accademia e l’uomo comune, abita la sincope e dentro quello spavento tranquillizza il lettore, come a dire “è tutto facile, è tutto difficile, disfacciamo, diffingiamo”. L’atto di levar-su una possibilità, di giocare oltremodo con la materia tutta – verbale, molecolare, sonora – infine lascia affiorare l’«incanto disperso» del nostro tempo morto. Ci consente d’interpretare, ancora e di nuovo, il chiacchiericcio che si compie nello scontro tra volumi: i corpi, le strade, le stelle, gli oggetti, e ogni margine percorribile giusto da un filo di «SoloSole».
La raccolta non si fa raccogliere poiché rimbalza, goccia, vapora, affonda. Deposita quel peculiare «segno d’aria diagonale», l’«asse assonata da tracce» che si è soliti verificare in cielo al passaggio dell’eliplano fantasma, quello che c’era ma non s’è visto, figuriamoci udito; ma – ecco – là e là le «trame», la «rifrazione muta», la «linea elusa» che non vogliamo giammai ignorare; tu la svolgi in un elefante, io nel colibrì, lui nell’autocarro diesel in retromarcia lungo le nubi di Magellano.