«Se fuori della soffitta di Höller non ero mai riuscito a sviluppare le mie capacità intellettuali, nella soffitta d Höller sono riuscito a svilupparle con la massima coerenza, nella soffitta di Höller tutto ha favorito il mio pensiero, nella soffitta di Höller ho sempre potuto permettermi tutte le possibilità del mio patrimonio intellettuale e nella soffitta di Höller mi sono sentito improvvisamente liberato dall’oppressione del mondo esterno sul mio cervello e sul mio pensiero e dunque su tutto me stesso, all’improvviso nella soffitta di Höller l’incredibile non è stato più incredibile, l’impossibile (pensare!) non è stato più impossibile. Nella soffitta di Höller aveva trovato le condizioni necessarie e più favorevoli al suo pensiero, per avviare liberamente e senza impedimento alcuno il meccanismo del suo pensiero, gli bastava andare, ovunque si trovasse, nella soffitta di Höller, e il meccanismo funzionava.»
La soffitta di Höller è l’ambientazione iniziale di Correzione (Einaudi, 1995), romanzo di Thomas Bernhard che raccontando la vita dello scienziato Roithamer attraverso gli occhi del narratore anonimo – suo amico e collega – indaga sull’uomo, le sue utopie, l’arte, lo studio e la creazione. Il luogo da cui tutto comincia è la soffitta, anonima e non troppo arredata, di una casa costruita miracolosamente nella valle di un fiume. In questo luogo, lontano dalla città e con le abitudini dei villaggi, lo scienziato Roithamer riesce a far fiorire le sue intuizioni geniali e, grazie al tempo nella soffitta, arriva a costruire la sua invenzione più folle: un cono tra le montagne in cui far abitare sua sorella. È interessante pensare alla soffitta di Höller come la culla del pensiero del protagonista, ma anche come il luogo fertile in cui – dal nulla, dall’assenza, dalla semplicità – si ottiene una totalità spirituale e intellettiva che conduce a prodigi.
Rispetto alla vitalità della città inventata da Bernhard, Altensam, da cui Roithamer fin da giovane capisce di dover fuggire, la soffitta di Höller coincide con lo svilimento che notoriamente viene attribuito alla provincia, alla periferia. Da una parte c’è un tutto reale, in cui Roithamer non riesce a vivere e da cui crea il nulla; dall’altra c’è il nulla fisico, da cui invece nasce un tutto spirituale, creativo, intuitivo. La soffitta di Höller allora è la stessa provincia periferica di Adriatica (Gramma, 2025), l’ultimo romanzo di Massimo Gezzi ambientato in una cittadina marittima del centro Italia – probabilmente inventata pensando a una delle tante città-paesi lungo la costa marchigiana da cui proviene Gezzi (e chi scrive). Nelle Marche centrali i paesi a due passi dal mare sono reduci da una tramontata stagione di economia sostenuta (per qualcuno anche molto bene) dal settore calzaturiero. Le fabbriche oggi sono quasi case-fantasma, simboli di una gloria passata e tentativi traballanti di far risorgere una fenice bruciata. È in questo contesto, la spiaggia su una sponda e le fabbriche sull’altra, che Massimo Gezzi ambienta le vite di Emilie e Tullio – una nata quando le scarpe avevano ormai smesso di garantire soldi alle famiglie di Adriatica, l’altro invece protagonista degli anni in cui il calzaturiero era il settore trainante dell’economia marchigiana.

«Non ti infilare in questo mondo di stronzi, gli ripeteva spesso Ferruccio. Il mondo delle scarpe è fatto di gente che pensa solo ai soldi, che venderebbe la madre pur di arricchirsi. Lui non gli aveva dato retta e alla prima occasione, un po’ per gioco e un po’ per sfida, aveva trovato un posto nel calzaturificio di Adriatica alta, all’epoca una piccola fabbrica in espansione.»
Il primo merito di Gezzi, leggendo già i primi capitoli di Adriatica, è quello di non rendere Emilie e Tullio due stereotipi standardizzati delle esistenze provinciali. I protagonisti del romanzo, anzi, sono figure fantastiche (e quindi vere) che testimoniano la vita reale, varia e sofferta di due fra i tanti uomini e donne che vivono una città di provincia. E quella città, Adriatica, che sembra verissima a chi vive nelle Marche e invece completamente immaginaria a chi viene dalla città, è il frutto della fantasia reale di chi conosce talmente a fondo e ha vissuto così in profondità un contesto, da potersene inventare uno alternativo capace di essere più vero di quelli reali. La provincia di Massimo Gezzi è il luogo della fantasia, di una fantasia radicata nell’esperienza e che attinge al vissuto di chi scrive, in una realtà fisica così plastica, tangibile e concreta da poter essere sublimata in un luogo inesistente, astratto, altro – ma più intensamente vero. Così i suoi protagonisti, Emilie e Tullio, sono frutto di infiniti incontri, dell’ascolto di innumerevoli storie di persone che potrebbero essere loro ma loro non sono: sono la punta dell’iceberg immaginaria sotto cui l’autore nasconde tutte le persone vere che ha incontrato nelle strade del suo paese o di cui ha sentito raccontare la storia.
Con Adriatica Massimo Gezzi fa sua la distinzione tra ricordo e memoria che fu tanto cara a Lalla Romano e fondamentale nei suoi romanzi. A proposito di La penombra che abbiamo attraversato (Einaudi, 1964), l’autrice dirà: «l’autobiografia fa parte della cronaca, della storia, nella maniera più elementare: è lontana dall’arte. Raccontare i fatti non vuol dire nulla. Anzi, io dico sempre che non sono i ricordi che fanno la memoria. I ricordi sono pettegolezzi, anche se i ricordi sono nostri. I fatti di per sé non sono nulla. Possono servire, ma acquistano senso solo in un racconto globale. La memoria, invece, è una cosa grande: è quello che ci fa veramente umani. La memoria è di ciascuno, ma anche di tutti. In questo senso la memoria comprende la nostra storia ed è di tutti». Nel senso di essere di qualcuno e di tutti, Massimo Gezzi scrive un romanzo di memoria. Perché Emilie e Tullio sembra di conoscerli anche se sono frutto della sua fantasia, e perché per creare una città-paese immaginaria così vera come Adriatica non possono bastare i ricordi, serve qualcosa di più profondamente umano, che appunto Lalla Romano chiama memoria.
L’ambiente di provincia e la vita lontana dalle città sembra essere lo spazio in cui è più concretizzabile l’esercizio della memoria – e della fantasia che ha origine da essa. Ne è un altro esempio il film di Francesco Sossai Le città di pianura (2025), in cui i tre protagonisti rimpiangono con nostalgia un’età aurea di vita mondana, relazioni assidue e successo economico – di cui non accettano la fine – all’interno dei confini territoriali di una pianura Padana apparentemente asettica eppure tutta da percorrere ed esplorare. Tanto Sossai quanto Gezzi sembrano voler dire che proprio in quei posti dove sembra esserci il nulla – le strade delle campagne venete o la spiaggia di una cittadina costiera in inverno – l’immaginazione può trovare un tutto prima da conoscere, poi da riconfigurare. Il filtro dell’invenzione permette ai due autori anzitutto di avvertire la presenza di esperienze, vite, relazioni, emozioni nei luoghi apparentemente abitati dal nulla; poi, dopo essersi immersi nella percezione di ciò che riempie quegli spazi, di popolarli delle storie inventate – di Tullio, Emilie, Carlobianchi e Doriano.

In effetti la centralità del rapporto tra i protagonisti è quello che accomuna Adriatica e Le città di pianura, oltre al dialogo intergenerazionale che interessa entrambe le storie. Sossai e Gezzi sembrano dire che al di là di come chiamiamo un posto -– strada provinciale o autostrada, cittadina o paese – è ciò che accade tra le persone a lasciare l’impronta sul suolo. Gezzi, forte della sua carriera di poeta, realizza un dialogo lirico tra Emilie e Tullio, in cui i due protagonisti anziché essere resi standard dal contesto facilmente stereotipabile sono, invece, figure poetiche. Così in Le città di pianura i protagonisti passano la metà del loro tempo chiusi in macchina a sfrecciare sull’asfalto, ma in questo apparente nulla delle loro vite – che riflette l’apparente nulla della pianura – lo sguardo poetico di Sossai trova la ricchezza e la totalità di un’esperienza profondamente umana tra i tre. E il sentimento dominante, nei rapporti tra Emilie e Tullio e Doriano e Carlobianchi, è sicuramente la malinconia. Fantasia e malinconia sono gli abitanti privilegiati della provincia, e forse proprio per questo la periferia torna a essere il luogo da esplorare per chi vuole raccontare una storia capace di coinvolgere e ricostruire un senso di collettività. Gezzi e Sossai creano, infatti, una dimensione sospesa per le loro storie: Emilie e Tullio vivono il tempo di una notte al chiaro di luna; Carlobianchi, Doriano e Giulio la scusa di un ultimo bicchiere. In questa sospensione il lettore e lo spettatore riescono a percepire la sincerità autentica e a riscoprirla nella propria vita pur non abitando in una città di provincia o di pianura. L’ambiente periferico si presta perché liberato da artifici, orpelli, costruzioni e conformismi, permette di recuperare la sincerità spoglia, lenta, delicata e tenera. Questo sentiamo e vediamo nel rapporto tra i protagonisti, e per questo la provincia è in tal senso maieutica.
Il ritorno alla provincia, alla periferia, come spazi in cui la fantasia, l’immaginazione e la narrazione umana possono ricominciare a fiorire, è testimoniato anche da un libro-atlante di Ivan Carozzi dal titolo Cronache dall’Italia nascosta (Blackie Edizioni, 2025). L’autore racconta di personaggi curiosi, tra il misterioso e il miracoloso, nei posti più sperduti dell’Italia in una sorta di controguida turistica dei posti meno turistici del nostro paese, in cui le vere attrazioni sono miti, leggende, personaggi particolari. Lo stesso fa il Touring Club Italiano che dedica il settimo volume della sua collana Mappe proprio alla provincia. Nella prefazione a Cronache dall’Italia nascosta Enrico Deaglio scrive: «questo è un libro delizioso, la dimostrazione che intorno a noi – basta prendere strade meno battute – esiste ancora qualcosa di antico e indefinito: la capacità, propria del nostro Paese, di produrre storia e storie, misteri e favole, a partire dai quali schiere di viaggiatori nei secoli hanno riempito taccuini, abbozzato acquarelli, ricopiato ricette».
Massimo Gezzi, Francesco Sossai, Ivan Carozzi sono solo alcuni dei possibili viaggiatori che nella provincia – luogo fertile come la soffitta di Höller – hanno deciso di andare a cercare storie da appuntare, descrivere, reinventare, fantasticare.
In copertina, foto di Waldemar Brandt su Unsplash