18.02.2026

Il figlio del sottosuolo. Intervista a Hamid Ismailov

Una vita, una città e un'epoca, raccontate in bilico tra fantasmagoria e realismo


Dopo La fiaba nucleare dell’uomo bambino, nel 2021, la casa editrice Utopia ha dato alle stampe Il figlio del sottosuolo, il romanzo che Hamid Ismailov pubblicò nel 2009 col titolo di Mbobo, dal nome del protagonista. La traduzione è di Nadia Cicognini.

Il romanzo racconta la storia di questo ragazzino frutto del fugace amore di una donna siberiana e di un atleta africano di passaggio a Mosca per le Olimpiadi del 1980. Mbobo cresce muovendosi tra i lunghi tunnel e le splendide hall delle stazioni della metropolitana della capitale russa, da solo o al seguito degli adulti che si prendono cura di lui (ci sono anche due patrigni che si alternano accanto alla madre, che di nome fa Mosca).
In bilico tra fantasmagoria e realismo, Ismailov racconta una vita, una città e un’epoca, tessendo una preziosa tela narrativa che ha il giovane Mbobo come punto di vista privilegiato, a volte sognante, altre crudamente vivido.
Ogni scossa del treno, come un fiotto di sangue nelle vene, smuovendo questi strati nel sottosuolo, preme incessantemente sulla tua gabbia toracica che ancora esiste e sulla vuota cavità dove prima avevi un cuore.
Un romanzo che mescola picaresco e tragico, fantastico e umoristico, raccontando la breve esistenza di Mbobo con lo sguardo di Mbobo stesso, dalla sua postazione ultraterrena. Dove potrebbe esserci disincanto o disillusione, tuttavia, palpita inesausta l’attrazione che la vita, nelle sue infinite, seppur smagliate, connessioni può generare. La narrativa mostra nel suo abito migliore come momento di ricerca e tentativo di conoscenza: di parole, fatti, categorie, capaci di fare luce sul grande caos nel quale quotidianamente ci perdiamo in terra. Così sopra, come sotto.
Di seguito la lunga e bella intervista che l’autore mi ha concesso. La traduzione è a cura di chi scrive.

Ahmid Ismailov, lei è nato in Kyrgyzstan, poi si è spostato in Uzbekistan e infine nel 1992 si è trasferito nel Regno Unito, dove tuttora vive e lavora. È qualcosa che si riflette anche nel suo lavoro, visto che ha scritto in russo, in uzbeko e in inglese. Qual è la differenza? Da dove nasce la scelta di scrivere in una lingua piuttosto che in un’altra?
Da scrittore che lavora in differenti lingue mi è stato spesso chiesto perché io scelga di scrivere un certo lavoro in una specifica lingua. Ho trovato che fosse una domanda interessante anche per me stesso. All’inizio, pensavo avesse a che fare con le lingue associate ai diversi periodi della mia vita: l’uzbeko rappresentava il mondo tradizionale della mia famiglia, mentre la mia vita professionale si è sviluppata in russo e in inglese. In seguito, tuttavia, mi sono reso conto di qualcosa di inaspettato. Ho preferito scrivere sulla mia vita passata, ad esempio in The railway – in russo più che in uzbeko, e sulla mia vita professionale in uzbeko piuttosto che in russo o in inglese. Questo rovesciamento mi ha spinto a pensare più approfonditamente a quello che stava accadendo. Alla fine, ho capito che, da scrittore che si destreggia tra più lingue, non sto semplicemente preferendo una all’altra, sto costantemente mettendo in discussione i confini che le separano. In un certo senso sto cercando di inventare nuove lingue all’interno di quelle già esistenti: creare una lingua uzbeka all’interno della russa, una russa nell’uzbeko, ed entrambe all’interno dell’inglese, e così via. In questo modo, non sto soltanto scrivendo in lingue diverse; sto cercando di creare un nuovo spazio intralinguistico. Per ora è questa la migliore spiegazione che ho trovato.

Mentre leggevo il suo romanzo avevo l’impressione che dietro la scelta di un simile personaggio principale ci fossero le possibilità che un ragazzino concedesse in termini di registri narrativi: abbiamo la farsa, l’ironia, la tragedia, l’incredulità, l’effetto alienante e così via. Mi avvicino alla verità?
Sì, è assolutamente così. Agli esordi della mia carriera di scrittore mi interessavano soprattutto due categorie di persone: quelli molto anziani e quelli molto giovani – bambini e adolescenti. Perché? Perché trovavo che queste età della vita fossero più avvincenti: il momento in cui si esce dalla vita e quello in cui alla vita si entra. La vita sovietica, come mi appariva allora, sembrava vuota – una sorta di funzionalità senza scopo. Le vite degli adulti di mezza età non mi interessavano, ridotte com’erano a routine e conformismo. Mi sono perciò concentrato invece su quelle agli estremi del cerchio dell’esistenza: i giovanissimi e gli anziani. È stato molto più tardi che ho iniziato a rendermi conto che questo stesso vuoto era un fenomeno affascinante. Le persone vivevano una doppia vita – una per la società e una per loro stesse – e quella tensione divenne un oggetto d’interesse di per sé; ma una simile consapevolezza venne molto più tardi.
Mbobo fu uno dei miei primi personaggi, e hai assolutamente ragione nel dire che scegliere un protagonista di età compresa tra uno e dodici anni è stato, in un certo senso, deliberato e intenzionale, proprio per le ragioni che stai descrivendo.

Se mi venisse chiesto, indicherei, come prossimo riferimento letterario al suo romanzo, il capolavoro di Michail Bulgakov: Il maestro e Margherita, ma in una relazione di inversione e specularità. Voglio dire che, laddove l’idea di Bulgakov è dipingere Mosca come un luogo così brutto che persino il diavolo stesso sembra esserci stato mandato per scontare una pena, nel suo romanzo per capire realmente la capitale dobbiamo conoscerne l’architettura sotterranea. Il movimento, quindi, nel primo caso va dal fondo alla superficie, mentre nel secondo è l’opposto. Mbobo stesso dice di conoscere (capire) Mosca dalle sue interiora.
Certamente Bulgakov ha avuto una forte influenza nei miei anni di formazione. Il Maestro e Margherita apparve quando io avevo poco più di vent’anni e fu allora che lo lessi per la prima volta. Si tratta di un’influenza prevalentemente intrinseca e subconscia, più che deliberata o manifesta, giacché stavamo entrambi, in un certo modo, scrivendo sullo stesso soggetto: la vita sovietica. Ero particolarmente attratto da lui a causa di un piccolo aneddoto della mia vita. Una volta scrissi un saggio per una amica che studiava nel dipartimento di filologia. Le era stato assegnato un articolo di letteratura, ma non le piaceva l’argomento, così mi chiese di farlo al suo posto. Scrissi un confronto critico tra Bulgakov e Gogol, argomentando che Gogol parte dalla fantasmagoria e approda al realismo, mentre Bulgakov fa l’opposto – comincia col realismo e finisce con la fantasmagoria. La mia povera amica non solo ricevette il voto più alto, ma venne addirittura incoraggiata a candidarsi al dottorato sulla base di quel saggio, cosa che, ovviamente, non fece mai. L’aneddoto serve a mostrare quanto fossi dentro Bulgakov in quegli anni. Molte persone notarono in seguito delle similitudini tra i nostri approcci, specialmente nei termini della struttura compositiva. Ad esempio, tra Il Maestro e Margherita e il mio The Devils’ Dance. Non posso negare questa influenza. Ciononostante, credo che essa lavori a un livello molto più profondo di quello meramente imitativo. Esiste su una sorta di piano metafisico: un tentativo di descrivere la stessa vita, di afferrare lo stesso fenomeno storico ed esistenziale.

Faccio parte di un gruppo di lettura e abbiamo scelto Il figlio del sottosuolo come libro del mese. Una delle osservazioni più frequenti che sono emerse riguarda il linguaggio del giovane protagonista e narratore; è un aspetto che egli stesso spiega, quando si riferisce alla particolare situazione in cui si trova e racconta di aver imparato molte cose dopo la morte. Cosa l’ha spinta a questa scelta? Ci sono ragioni specifiche – di natura estetica o poetica – dietro di essa?
Come ho detto prima, all’inizio della mia carriera di scrittore ero particolarmente interessato ai momenti di entrata nella vita e di uscita da essa. Ero attratto dai personaggi giovani soprattutto perché non erano ancora stati assorbiti dal sistema sociale né ridotti a semplici funzionari; stavano ancora scoprendo la realtà da soli. Ho usato questo contrappunto in The Railway: il ragazzo protagonista sta incontrando il mondo per la prima volta, mentre gli adulti raccontano e rivivono le stesse storie più e più volte. In quel senso, Mbobo è un personaggio simile – qualcuno che fa di prima mano esperienza della realtà. Lui non è ancora diventato il tipo di uomo sovietico funzionale e interamente modellato dalla routine e dal conformismo.
Perché allora ritrarlo molto più vecchio dell’età in cui morì? Perché Mbobo vive anche una vita ultraterrena. Questo mi permette di farne un adulto che mantiene la stessa freschezza di percezione e scoperta che gli era propria da bambino. In questo modo, la narrazione guadagna potenza da entrambi i lati: da un lato, la freschezza del primo incontro, e dall’altro, la profondità e la saggezza dell’esperienza.

La prima edizione del romanzo è del 2009, e gli eventi narrati cadono sotto quell’epoca che viene chiamata Perestrojka, quando la vecchia U.R.S.S. cadeva per lasciare spazio a qualcosa di nuovo. Si può dire che uno degli scopi del romanzo è mostrare che ciò che al tempo era visto come una rivoluzione buona, si tramutò in uno scenario ancora peggiore dal punto di vista politico e culturale, confutando tutte le speranze in un futura più luminoso?
Ovviamente, come scrittore, non ho mai avuto l’intenzione di creare libri come ricette, manuali o lezioni destinate a consigliare o istruire le persone. Il mio compito è semplicemente quello di rappresentare la realtà così come la percepisco, utilizzando il qualsiasi linguaggio io riesca a trovare per portare a quella visione. In questo senso, la scelta di Mbobo come protagonista deriva dalla sua capacità di sentire e fare esperienza di ciò che lo circonda in modo pieno. Lui vive gli eventi con tutto il suo essere; ogni fibra della sua anima reagisce a quanto accade nel mondo attorno a lui. È come un termometro, o un barometro – una misura sensibile del clima sociale che lo circonda. Questo è il motivo per cui l’ho scelto come protagonista. È la figura più sensibile perché non è totalmente dentro né totalmente fuori ad alcun gruppo. Non appartiene al sistema dominante, né a una minoranza, né ad alcuna categoria particolare. Non appartiene ad alcun luogo – e per quella ragione diventa la lente ideale attraverso cui rivelare la realtà, grazie alle sue emozioni, ai suoi pensieri e alla sua vita.

In una intervista lei ha detto che la cultura uzbeka è mantenuta dalle donne. L’insegnamento, il racconto, le memorie sono conservati e trasmessi dalle donne. Nel suo romanzo il personaggio femminile principale – la mamma di Mbobo – si chiama Mosca. C’è qualche significato ulteriore e simbolico dietro a questa scelta? Ha qualcosa a che fare con le donne che l’hanno circondata durante la sua infanzia? Possiamo dire che uno degli obiettivi del romanzo è mostrare un sentiero che porti alla scoperta di una sorta di lingua-madre per esprimere il proprio sé più profondo?
Come per la famosa frase di Flaubert, “Madame Bovary, c’est moi”, così posso dire di essere Mbobo. Allo stesso tempo, sono anche tutti gli altri personaggi – sua madre, Mosca; i suoi patrigni, Nazar e Gleb. In quel senso, ogni personaggio del romanzo è, in qualche misura, un riflesso di me stesso.
Sei nel giusto quando metti in parallelo la mia vita con la storia di Mbobo: ho perso mia madre quando avevo dodici anni, come accade a Mbobo. Tuttavia, c’è un altro strato che può essere espresso inconsciamente nel romanzo, per cui la madre di Mbobo è chiamata Mosca. Molto dopo, ho compreso che Mbobo, come è accaduto a me stesso, non ha semplicemente perso sua madre come la persona più vicina nella sua vita. C’era anche un senso di tradimento. L’ha lasciato solo ad affrontare il mondo, in un certo senso. Qui è dove il simbolismo di Mosca diventa cruciale. La storia personale di Mbobo rispecchia anche la storia dell’Unione Sovietica, con tutte le promesse fatte dal sistema alle persone come lui: persone di colore, persone di origini miste o marginali, quelli insomma agli angoli della società. Alla fine molte di quelle promesse sono state infrante. In tal senso, Mosca lo tradisce – non solo come figura materna ma come simbolo dello stesso grande progetto comunista. Quindi Mosca, la capitale di quel super progetto, diventa una specie di traditrice, come lo è la madre di Mbobo – una figura di promessa che alla fine lo abbandona.

Littera X – Iota – è una piccola e bellissima poesia sulla misura, la morte e i sogni, la quale mi permette di introdurre l’ultima questione, o tema. Lungo il romanzo diverse volte emerge la questione dei ricordi: cosa possiamo farne? Qual è il modo migliore per metterli insieme e creare una storia plausibile? Lo stesso accade nei nostri sogni, dove la nostra mente cerca con furore di creare qualcosa partendo dai dati e dalle tracce e dai frammenti coi quali si trova a dover lavorare. La lettura mi ha fatto provare un’atmosfera molto shakespeariana, e il romanzo sembra mostrare, attraverso la vicenda di Mbobo, che noi siamo davvero fatti della stessa materia dei sogni, e che la nostra piccola vita è circondata da un sogno.
Con la tua meravigliosa domanda arriviamo alla vera genesi di Mbobo – a come il libro venne a esistere. Alla metà degli anni 2000, credo nel 2006, ritornai a Mosca dopo dodici anni di assenza. Stavo nel mio vecchio appartamento e tutto sembrava inalterato: la neve fuori, il freddo, la vastità della città. Era come se niente fosse cambiato – come se dodici anni fossero in qualche modo svaniti. Continuavo a chiedermi dove fossero andati. Quella notte, incapace di dormire, mi ricordai che quando avevo lasciato Mosca anni prima, avevo progettato di scrivere un libro di poesie dedicate alla metropolitana di Mosca. Per noi, la metro era il modo in cui conoscevamo la città. Ci muovevamo lungo tunnel sotterranei da stazione a stazione, e ogni fermata aveva il suo significato emotivo. Non avevamo automobili; conoscevamo appena la Mosca a livello stradale. La città per noi esisteva come l’insieme dei quartieri che circondavano le fermate della metro. Eravamo, in un certo senso, il popolo della metro. Avevo immaginato un progetto poetico che avrebbe unito Mosca attraverso queste stazioni, ciascuna con la sua atmosfera e il suo sentimento.
È stato durante quella notte insonne che nacque Mbobo – come risultato di questo ricordo, quasi come un sogno. Quando ritornai a Londra, iniziai a scrivere il libro febbrilmente. Misi insieme cinquanta o sessanta pagine, ma presto mi resi conto che mi stavo semplicemente ripetendo, un’eco delle tonalità del lavoro che avevo già scritto. Buttai via tutto e ricominciai, cercando il giusto punto di partenza – il prototipo di Mbobo. Poi l’immagine apparve: Puškin trapiantato alla fine del ventesimo secolo – un ragazzo che vive a Mosca, pieno di sogni, poesia, letteratura e quel puro, radioso senso di possibilità che tu hai descritto: l’innocenza del principio.


In copertina: metropolitana di Mosca
Nel testo: ritratto di Hamid Ismailov, da Utopia

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