A fondo di una ricerca sulla necessità e bellezza dell’oblio, il padre dei non luoghi Marc Augé (Poities, Francia, 1935 – Parigi, Francia, 2023) ebbe modo di annotare: «La memoria del passato, l’attesa del futuro e l’attenzione al presente governano la maggior parte dei grandi riti africani, che si presentano così, anzitutto, come dispositivi destinati a pensare e gestire il tempo»1.
Sulla scorta di una temporalità che sappia ragionare e riflettere drammi ed eventi tanto del presente quanto del passato, l’artista Wangechi Mutu (Nairobi, Kenya, 1972) ha fatto approdo negli spazi estesi e splendenti della Galleria Borghese di Roma per improntare una differente elaborazione tanto del presente, quanto della sua immancabile relazione con la brezza, più vivifica, del passato. Abbracciando la potenzialità evocativa della materia più verace, Mutu impugna il chicco di caffè per farne il seme di un racconto, che parla di molteplici collettività. Ricusando la menzogna di una narrazione univoca e a senso unico, l’artista si serve di tessere immortali di storia per farne il punto saldo di una differente riflessione. Su di una bella pavimentazione a mosaico – dove ad essere immortalate furono le silhouettes di coraggiosi e statuari gladiatori –, Mutu ricorre al caffè per intonare la poesia di una canzone come War (1976), resa famosa dall’intonazione che ne ha donato eternamente Bob Marley (Nine Mile, Giamaica, 1945 – Miami, Florida, 1981).

All’ombra di figure divinizzate – soprattutto dai posteri e dal cinema che ne fa fatto i beniamini di forza e virtù –, Wangechi Mutu accompagna considerazioni che intendono ragionare della reale portata dello sfruttamento di corpi e anime, dati in pasto alla belva in nome dello svago e del divertimento. Il gladiatore di Mutu è già l’individuo alienato, colonizzato dalla forza bruta di ogni potere che tende ad imporsi con la violenza e la sopraffazione. A livello simbolico ogni chicco o polvere di caffè è portatore della medesima presenza di quanti, proprio come i gladiatori, sono stati immolati alla sofferenza perpetua di uno sfruttamento spesso invisibile, in nome dell’arricchimento e della performance capitalistica.

Dissodando un suolo arrogante nelle sue date certezze, Mutu torna alla materia primigenia della terra per farne l’immagine povera, ma ieratica, di una Madre Natura, che pretende ascolto sull’orlo della disfatta. Come un tempo fece Rosa Parks (Tuskegee, Alabama, 1913 – Detroit, Michigan, 2005), occupando con tenacia e dignità un posto che le era stato negato dalla prepotenza criminale del suprematismo bianco, installazioni portentose come Throned (2023) sembrano, sovversivamente, pronte a ribaltare ogni costrizione ponendosi corpo a corpo al cospetto di mirabili opere pittoriche di un tempo occidentale, che si apprestava a colonizzare il Nuovo Mondo e svariare terre appartenenti a fratelli non diversi, ma unicamente sconosciuti.

Tessendo una narrazione al profumo di terra rossa e molteplici punti di vista, che incontrano la necessità dello specchio (si prendano, a tal proposito, in considerazione opere come Older sisters, 2019), Wangechi Mutu elabora la possibilità del far della sua arte un punto di incontro tra il passato colonialista di ieri e le criticità e istanze dell’oggi.

Con Bloody Rug (2022) l’artista torna alle sue origini performative lasciando che un morbido tappeto, da immaginarsi in partenza accogliente e domestico, oggi riviva del gesto e delle tracce che su di esso sono state condensate. Come una ferita, che trasuda senza fine della violenza che vi ha abitato, la forma geometrica tracciata dal tappeto segna lo spazio di un incubo che percepiamo nell’essenza, ma che non possiamo vedere (se non per mezzo di una funesta rielaborazione mentale). Tracce coagulate e rosso sangue solcano la tela di una violenza che, se non è di genere, è del mondo tutto. Ancora una volta rivive quella forza bruta e coloniale, dove il possesso e la mercificazione del corpo ha doppiamente punito e sacrificato la donna.
Nella lussuosa dimora appartenuta al Cardinal Scipione, Wanghechi Mutu pone Bloody Rug ai piedi di un apprezzato capolavoro pittorico seicentesco, che per mezzo del pennello ha tentato di donar poesia o, in fondo, edulcorare l’ennesima sopraffazione di stampo patriarcale.

Il dipinto La caccia di Diana (1616) del pittore emiliano Domenico Zampieri (Bologna, 1581- Napoli, 1641), conosciuto anche con lo pseudonimo Domenichino, fronteggia il tappeto in silenziosa lotta e ribellione di Mutu, offrendo uno squarcio di realtà in cui a due figure maschili viene concessa la memoria eterna di ogni buon guardone, che può lodarsi di una impunità concessa per diritto e una secolare, quanto patriarcale, tradizione. Il nascondiglio dei due uomini, dal punto di vista evocativo, si fa così alibi. Mentre il disturbo aleatorio imposto alle giovani donne, immortalate nella loro bellezza, fa presto a mostrarsi in tutta l’(in-)naturalezza di un qualcosa che va sopportato tra i sacrifici e la violenza delle mura domestiche.

Destrutturando le odi e certezze di una vincente tradizione scalfita nel più eburneo marmo, agendo tra le maglie di solipsistici racconti eroici e celebrativi, Mutu ha preso in carico la (ri)-costruzione di un allestimento espositivo, che sa parlare di incontro nella forma in cui, per esso, ci si dimostra umanamente pronti a considerare e digerire tanto la luce, quanto il buio di un passato che, come per le linee di una mano, ricorda da dove veniamo, chi senza alcun alibi siamo e quei porti immaginifici, o dell’incontro a cui, genuinamente, sempre potremmo tendere.

Photo credits
Wangechi Mutu, Poemi della terra nera. Riproduzione concessa dall’artista e da Galleria Borghese, Roma
- Marc Augé, Le forme dell’oblio. Dimenticare per vivere, Meltemi, Milano 2025, p.55. ↩︎