08.04.2026

Se la dittatura è osservata attraverso gli occhi di una bambina. Intervista a Hasan Hadi

Nel film “La torta del presidente” il regista iracheno porta sul grande schermo destino e sopravvivenza nell’Iraq degli anni Novanta

Ogni anno, in una scuola dell’Iraq durante la dittatura, qualche settimana prima del 28 aprile, un insegnante entrava in classe con una ciotola. Gli studenti scrivevano il proprio nome su un foglietto, lo piegavano e lo lasciavano cadere dentro. Da quell’estrazione dipendeva molto più di un semplice compito scolastico: il nome dell’alunno estratto sarebbe stato incaricato di preparare la torta per il compleanno di Saddam Hussein, una festa nazionale obbligatoria.
È da questo ricordo – e da ciò che in arabo si chiama Maktoob, “è scritto”, destino inevitabile – che nasce La torta del presidente, il debutto del regista iracheno Hasan Hadi, distribuito in Italia da Lucky Red. Al centro del film c’è Lamia, una bambina di nove anni: è il suo nome a essere estratto, ed è dunque lei a doversi procurare gli ingredienti per la torta, pena una punizione a scuola. Lamia vive con la nonna Bibi (che in iracheno significa “nonna”) e il suo galletto Hindi nelle paludi mesopotamiche. Il film è ambientato negli anni successivi all’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, nel pieno delle sanzioni economiche imposte dai paesi occidentali che avevano reso i generi alimentari rari e costosi. La piccola Lamia parte così per un viaggio alla ricerca di uova, farina e zucchero insieme al suo amico Saeed e al suo gallo.
Presentato a Cannes, dove ha vinto la Caméra d’Or e l’Audience Award, e candidato ufficiale dell’Iraq agli Oscar 2026, La torta del presidente non è solo un racconto personale, ma anche un’opera che prova a costruire, quasi da zero, un linguaggio e un’industria cinematografica locali.

Ne abbiamo parlato con Hasan Hadi.

hasan hadi

Partiamo dall’inizio. Ci racconta come è nato questo progetto?
Volevo scrivere di personaggi, luoghi e situazioni a me familiari, quindi questo film è ispirato dai ricordi della mia infanzia. Una volta a scuola sono stato scelto come “ragazzo dei fiori”. La cosa positiva è che non importava molto dei fiori, perché non erano commestibili, quindi non era una grande responsabilità. Da qualche parte nella mia libreria ho ancora la foto nella quale tengo in mano i fiori; ricordo il sollievo della mia famiglia perché tutto ciò che dovevo portare erano quelli. Naturalmente, all’epoca, le sanzioni avevano reso la corruzione così diffusa che si poteva sfuggire all’estrazione offrendo un servizio all’insegnante: riparargli la bicicletta, fargli un taglio di capelli, cose di questo tipo.

Come ha canalizzato la sua esperienza personale nella sceneggiatura?
Ricordo che uno dei miei amici fu scelto per portare la torta di compleanno. Quella sì che era una grande responsabilità, perché in quel periodo il paese affrontava una povertà estrema e varie sanzioni, e letteralmente il governo aveva vietato la vendita di farina e zucchero. Era davvero una situazione confusa: il Presidente voleva che tu facessi una torta, ma allo stesso tempo mancavano tutti gli ingredienti necessari. Per il mio primo lungometraggio volevo raccontare proprio quel mondo: la vita quotidiana degli iracheni in quegli anni, ma anche qualcosa di universale come l’amicizia, i primi sentimenti, il sacrificio, il legame tra le persone.

Cosa si rischiava andando alla ricerca degli ingredienti per fare la torta, dunque?
Il carcere. Era una situazione tossica e confusa. Il mio amico non riuscì a trovare tutti gli ingredienti: fu espulso dalla scuola e poi reclutato nell’esercito dei bambini soldati di Saddam. Crescendo, mi tormentava il pensiero: «E se fossi stato io? E se non fossi stato il ragazzo dei fiori ma quello della torta di compleanno?». Sarebbe stato un peso enorme per la mia famiglia. Possiamo dire che il film nasce dalla collisione di due mondi: i ricordi d’infanzia e le domande adulte sulla realtà.

Una volta divenuto adulto, invece, quali domande si è posto?
Cosa è morale e cosa è immorale di fronte all’ingiustizia? Il nostro silenzio di fronte a un’ingiustizia ci rende in qualche modo complici?

hasan hadi
Hasan Hadi sul set con la piccola Banin Ahmad Nayef

Durante lo sviluppo della sceneggiatura, lei è stato coinvolto dal Sundance Lab. Crede sia stato un aiuto determinante per realizzare il film?
Sì, il Sundance Screenwriting Lab è stato un momento cruciale per il film. Sono stato fortunato, perché due fra i miei mentor, Eric Roth e Marielle Heller, hanno amato la sceneggiatura e mi hanno detto: «Vogliamo supportarti e fare in modo che tu possa realizzare questo film in Iraq». La mia idea era davvero difficile da realizzare: volevo girare in Iraq con non-attori, bambini, animali, acqua, folle di persone… il mio script prevedeva ogni tipo di cosa proibita. Così Marielle ed Eric hanno sostenuto il film fin dalle prime fasi della scrittura; poi abbiamo ricevuto alcune offerte di finanziamento, ma a una condizione: girare fuori dall’Iraq. Ma io avevo deciso che, piuttosto che girare altrove, avrei preferito non girarlo affatto.

Ci spiega i motivi di questa sua scelta così netta?
Secondo me le storie hanno un DNA, delle radici. La storia di questo film è profondamente radicata in Iraq, nel sud del paese. Girarlo altrove avrebbe significato tradire il pubblico e me stesso come artista, compromettendo l’integrità del film. Ho voluto girare in Iraq, con attori iracheni, come pietra miliare per il cinema locale. Quando abbiamo girato, molte posizioni tecniche non esistevano in Iraq, come il casting director o diverse figure di produzione: ho voluto iniziare a costruire questa industria raggruppando una serie di talenti del luogo. Per le posizioni che non riuscivo a coprire nel Paese, ho portato persone dall’estero, con la condizione che formassero professionisti locali. Così si inizia a far crescere un’industria che produceva al massimo due film all’anno. Per me fare questo film è stato come cercare di domare un cavallo selvaggio: devi trovare un equilibrio continuo tra controllo e caos, tra ciò che puoi pianificare e ciò che devi accogliere.

Quali altre sfide ha dovuto affrontare durante la produzione, e come le ha superate?
Le sfide sono state innumerevoli: tecniche, artistiche, logistiche. Per esempio, le camere che volevamo utilizzare non esistevano in Iraq; le case di noleggio ci dicevano: «Non usiamo questo tipo di camera». Parlo ad esempio della Alexa 35… Inoltre gli obiettivi che volevamo erano difficili da reperire, e il mixer audio non c’era. E poi il cast: sapevo già che avremmo lavorato con non-attori. In Iraq non ci sono scuole di recitazione per bambini, e quelle per adulti sono teatrali e datate.

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Dunque come avete lavorato per trovare il cast adatto?
Abbiamo girato le strade in cerca di volti interessanti. Alcuni attori non sapevano leggere o scrivere. Abbiamo girato in location reali, come le paludi mesopotamiche, dove lo stile di vita è rimasto quasi immutato nei secoli. Per me i luoghi non erano semplicemente scenografie: erano parte attiva del racconto. A volte entravo in un posto e sentivo che quel luogo “parlava” al film, e la sera stessa riscrivevo le scene per includerlo.

Quale scena vi ha creato maggiori difficoltà?
Una scena della parata è stata particolarmente delicata: inizialmente c’era scritto  «Saddam», poi l’abbiamo cambiato in «Haddam» per evitare problemi. Dopo averla girata, i media locali hanno diffuso la notizia che «i sostenitori di Saddam hanno preso le strade», causando quasi il divieto di continuare a girare. Non abbiamo istituzioni cinematografiche che aiutino a gestire queste situazioni.

Ma torniamo a parlare della storia. Perché ha scelto due bambini come protagonisti? E in particolare una bambina, Lamia, la protagonista?
Ho voluto mostrare l’Iraq dal punto di vista dei bambini. Non volevo fare un film politico, volevo raccontare la vita degli iracheni comuni, mai visti sullo schermo, sotto dittatura, guerre, sanzioni. I bambini sono non-politici, non giudicano. Ricordo che da bambini eravamo trattati come adulti, molti amici lasciavano la scuola per aiutare la famiglia. Nel film, spesso i bambini sembrano più adulti degli adulti. Il Presidente vuole una torta, e i bambini devono esaudire il suo desiderio. Ho scelto una prospettiva femminile perché nella mia famiglia le figure femminili avevano grande influenza. Gli uomini erano spesso al fronte, in prigione o in fuga. Volevo raccontare la loro storia perché bambini e donne sono le prime vittime della guerra. Per una bambina, affrontare questo mondo da sola è terrificante.

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Come ha trovato Baneen Ahmed Nayyef, che interpreta Lamia?
È stata l’ultima che abbiamo scelto. Eravamo nervosi perché la produzione si avvicinava e non avevamo ancora trovato Lamia. Ho ricevuto un video di trenta secondi dove diceva nome, scuola e anno. Ho subito capito che era lei. All’inizio i genitori erano contrari, per la loro mentalità conservatrice, ma lentamente hanno supportato il progetto. Con lei e Sajad Mohamad Qasem, che interpreta Saeed, abbiamo fatto un workshop senza recitazione formale. Volevo autenticità. Non abbiamo fatto prove tradizionali: giocavamo, parlavamo, costruivamo un rapporto di fiducia. Ho dato loro alcune regole: nulla è giusto o sbagliato sullo schermo, e finché non dico «cut», sei nella scena. Questo ci ha dato momenti preziosi e spontanei durante le riprese.

Qual è il messaggio che vorrebbe trasmettere con La torta del presidente?
Ho scritto una storia di amicizia, primi amori, sacrifici, avventure. La politica è sullo sfondo, ma emerge. Molti pensano che le sanzioni siano strumenti diplomatici non violenti, ma sono devastanti. Cambiano le persone dall’interno, demolendo il tessuto morale. È un danno invisibile, difficile da riparare. In Iraq, molta corruzione nasce dalle sanzioni, prima non esisteva. Dopo aver accettato la prima tangente, pensi già alla seconda. Ricostruire le società è più difficile che ricostruire edifici.

E come spera che contribuisca questa pellicola al cinema in Iraq?
Essere proiettato a Cannes e vincere due premi come primo film iracheno è stata una fonte di ispirazione e di speranza. Per la prima volta, film, regista e team sono stati celebrati come eroi nazionali. Il film ha avuto anche un impatto concreto: dopo la sua proiezione, il CNC in Francia ha firmato un accordo con il Ministero della Cultura iracheno per supportare future co-produzioni. Questo è un passo storico. Ora il governo iracheno sta iniziando a concedere fondi ai registi, anche se servirebbe molto di più per far crescere l’industria. È importante che investire non comprometta l’integrità artistica: altrimenti diventa propaganda.

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