Il portico americano, come architettura della generosità e spazio dell’accoglienza, è il tema su cui insiste il padiglione degli Stati Uniti alla Biennale di Architettura di Venezia 2025. Un confine tra privato e pubblico estremamente interessante che ha reso iconica una struttura propaggine che invita, facendosi però frontiera. Si è esposti, ma prossimi al riparo, si abita un esterno mediano. Il portico è un valico, un confine che racconta di chi abita dentro e staziona, attraversa una zona d’interlocuzione. Il padiglione/progetto, dal momento che l’intera struttura è una avveniristica veranda che accoglierà diversi eventi nei mesi, curato da Peter MacKeith, Fay Jones School of Architecture and Design, University of Arkansas, è un perfetto esempio di equilibrio tra ricerca socio-antropologica, estetizzazione dei singoli materiali di ricerca, environment e sapienza architettonica spettacolare e funzionale.

Ma veniamo al dunque. All’interno del padiglione viene sviscerato il portico con testi, ricostruzioni, sculture, plastici, libri, foto d’epoca, disegni, maquette, che ne decantano la varietà, l’ingegnosità, la convivialità, per certi versi l’accoglienza, ma manca una delle caratteristiche principali che nell’immaginario collettivo fa coincidere questo spazio con l’immagine del classico vecchietto sulla sedia a dondolo con il fucile che fuma la pipa, guardando di traverso un orizzonte lontano. Di questa immagine fortemente stereotipata, ma allo stesso tempo fortemente americana non si trova traccia. Eppure, la letteratura e la cinematografia ci hanno trasmesso negli anni scene di violenza e sparatorie che avvenivano proprio in questo ambiente di interregno. A memoria, sul grande schermo: The patriot (2000), Secondhand Lions (2003), History of violence (2005), Gran Torino (2008), Red state (2011), The Purge (2013), e la lista potrebbe continuare per diverse pagine, per non parlare di tutte le serie tv e i film ambientati nel selvaggio West. Quindi il porticato coniugato come sinonimo di generosità è un tentativo di riconfigurazione di uno spazio conteso e conflittuale? E se così fosse, la parte mancante della narrazione è scientemente operata in chiave di riposizionamento dei valori statunitensi, oppure è un rimosso che emerge proprio in virtù del suo silenzio?

In effetti se si cerca sul sito ufficiale della Biennale di Architettura 2025 il padiglione degli Stati Uniti, la fotografia che accompagna le informazioni e le didascalie è proprio quella di un porticato oscurato completamente da panni stesi, una sedia bianca vuota e due bandiere statunitensi ben visibili. A guardare bene, nascosto da una tovaglia seduto su di un dondolo bianco possiamo scorgere la sagoma di un personaggio. Quello che riusciamo a vedere è che indossa dei mocassini, forse dei jeans e una giacca rossa, nient’altro. Cosa combina lì dietro? Chi è? Si nasconde? Ecco il rimosso di cui sopra emergere proprio nella “copertina” del progetto Porch, un uomo nascosto in uno spazio che non è né interno né esterno, ma è allo stesso tempo interno ed esterno. La veranda coperta nell’ideale americano risulta essere più una frontiera che uno spazio accogliente, è come se l’americano medio non riuscisse a trovarsi del tutto a suo agio dentro o fuori ma necessitasse di un ambiente intermedio, anfibio, uno spazio di interdizione, di mediazione con lo stare al mondo. Ed è proprio così che l’emanazione architettonica che estende l’abitazione si trasforma in simulazione di uno spazio reale divenendo icona di un territorio al contempo di stazionamento e passaggio, un teatro perfetto per una miriade di scene madre che hanno puntellato l’immaginario degli Stati Uniti. Ma si tratta sempre di un’interessante appropriazione significativa di una configurazione di uno spazio vitale e del senso (unico) che si decide di veicolare.
Chissà se già il padiglione della Biennale Architettura di Venezia 2025 risente della dottrina Trump che attraverso le linee guida appena diramate dall’Ufficio dell’Istruzione e della Cultura (ECA, Bureau of Educational and Cultural Affairs) del Dipartimento di Stato USA, ha indicato chiaramente regole, criteri e obiettivi per le future celebrazioni dell’ingegno e dell’innovazione della cultura americana. Quindi in futuro sarà necessario promuovere “i valori americani”, “contrastare stereotipi negativi” sugli USA, “valorizzare la varietà e l’elevato valore artistico degli Stati Uniti e accrescere la consapevolezza e la comprensione della cultura, dei valori e della società statunitense tra i partecipanti e il pubblico internazionale”, “consentire al pubblico straniero di conoscere la cultura, la società e le istituzioni statunitensi”. Insomma, nessun riferimento alla diversità come valore, nessun riferimento alle sfide globali e trasformazioni radicali di un’epoca instabile e agitata da guerre e drammi umanitari. La cecità del potere spinge sempre a radicalizzare le scelte e a optare per decisioni estreme al fine di rimanere in sella o comunque di mantenere i riflettori su di sé.
Scrive Hannah Arendt in Essay in Understanding: «L’isolamento come i suoi correlati, lo spaesamento e lo sradicamento, è da un punto di vista umano, la vera piaga del nostro tempo. La paura, il principio che ispira le azioni nella tirannia, ha un legame essenziale con l’angoscia che avvertiamo in situazioni di completo isolamento. Questa angoscia svela l’altra faccia dell’uguaglianza, che corrisponde alla gioia che proviamo nel condividere il mondo con i nostri pari». Mala tempora currunt.
Immagini da: padiglione degli Stati Uniti, Biennale di Architettura di Venezia 2025