14.09.2026

La banalità del bene. L’arte di Jean-Jacques Sempé

Un elogio della distinzione nel disegnatore che ha saputo cogliere l’individualità della moltitudine

«Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà»: la citazione di Italo Calvino, tratta da Se una notte d’inverno un viaggiatore, è stata ripresa dalla rivista Philosophie per illustrare uno dei disegni di Jean-Jacques Sempé pubblicati nell’Hors-série a lui dedicato poco dopo la morte nell’agosto del 2022. In genere è il disegno a illustrare un testo ma, con grande intelligenza, la redazione della rivista ha composto l’omaggio a partire dai disegni, rovesciando così il rapporto tra testo, articolo, saggio, romanzo e immagine e restituendo al lettore la portata filosofica dell’opera di Sempé, il cui carattere fondativo della realtà non si riduce alla semplice illustrazione.

In effetti i disegni di Sempé sono vere e proprie folgorazioni, intuizioni visive allo stato puro, dove la funzione svolta dalla parola, generalmente a piè di pagina, attraverso una frase o brevi dialoghi, è quella della didascalia (dal greco didaskalía: «insegnamento, istruzioni, indicazioni sul modo di rappresentare un’opera»). Didascalia e non legenda, ovvero «scritta esplicativa». Del resto lo sappiamo bene quale effetto nefasto possa avere una spiegazione successiva a una battuta umoristica. Una barzelletta, se funziona, non può ripetersi.

L’umorismo di Sempé è one shot: istintivo, spiazzante, mai morale, meno che mai moralistico e neppure politico, tanto che nulla v’era di più lontano dalla sua poetica delle vignette satiriche: je ne suis pas Charlie! Istintività e distintività: queste sono state, a mio avviso, le sue qualità maggiori; in ogni caso, sono questi i tratti che mi hanno spinto, grazie all’invito del direttore Lakis Proguidis, a partecipare al numero 114 dell’Atelier du Roman, dedicato a uno dei suoi collaboratori più assidui, e di riflettere allo stesso tempo sul senso della creazione romanzesca.

Prima di sviluppare nel dettaglio questo elogio della distinzione in Sempé, dove il paradigma della «gente comune» – ma anche della moltitudine – si contrappone a quello di popolo, massa e folla, vorrei tornare all’illustrazione da cui siamo partiti. Vi si vede una vasta biblioteca domestica e, sullo sfondo, una finestra aperta su un angolo di strada verso il quale convergono un uomo e una donna, ignari di ciò che sta per accadere. Quel futuro è già scritto nelle centinaia di libri ordinatamente allineati sugli scaffali; ma ciò che interessa a noi romanzieri di ciò che accade là fuori, oltre la finestra, è precisamente il fatto che non sia ancora successo nulla e, soprattutto, che nulla ci garantisca che qualcosa debba necessariamente succedere.

Dal numero N° 55 – Automne-hiver 2022 della rivista Philosophie

Da Dubout a Sempé

Vent’anni fa nacque la rivista Sud e, fin dal numero zero, dedicammo ai disegni il tempo e lo spazio necessari, seguendo l’esempio della prima serie fondata da Pasquale Prunas alla fine degli anni Quaranta. Per rendere ancora più evidente questo passaggio di testimone, decidemmo di iniziare con un artista francese, Albert Dubout, pubblicato da quel giovane comandante di una splendida brigata di scrittori come Francesco Rosi, Raffaele La Capria e Anna Maria Ortese.

Per compiere questo gesto simbolicamente importante mi recai a Palavas, presso la Fondazione Dubout, per conoscere l’opera del Maestro e «scegliere» i disegni destinati al nostro primo numero. Grazie alla Fondazione potemmo poi incontrare il figlio di Dubout, titolare dei diritti, al quale raccontammo il nostro nuovo Sud, che condivideva con la redazione originaria la stessa ricchezza di cuore e la stessa povertà di mezzi.
Un uomo sulla sessantina, di rara gentilezza e sorprendentemente somigliante al padre – un volto a metà strada tra Cocteau e Giacometti – ci accompagnò in un viaggio attraverso il suo universo familiare, tra vecchi manifesti dei film di Marcel Pagnol e una straordinaria edizione dei capolavori di Rabelais e Cervantes.

Albert Dubout entrava così a far parte della genealogia della risata romanzesca, uno dei cardini del decalogo estetico de L’Atelier du roman. Il suo gusto per l’esagerazione, il grottesco, la naturale sproporzione dei sentimenti, spesso resa attraverso l’asimmetria delle forme, costruiva un universo paradossale delle passioni, abitato dalle folle, dal popolo: gli stessi temi che Marcel Pagnol avrebbe portato sul grande schermo e di cui Dubout fu l’illustratore prediletto.

Durante tutti quegli anni, a ogni riunione de L’Atelier, appuntamento al quale Jean-Jacques Sempé non mancava mai, mi accompagnava una domanda che non ho mai avuto il coraggio di rivolgergli: quale fosse il suo giudizio su Dubout.

Avanti, o Popolo

Certamente esistono punti di contatto tra i due artisti: per esempio, l’attenzione quasi maniacale per il dettaglio, per il particolare. Eppure, sotto due aspetti essenziali, le poetiche di Albert Dubout e di Jean-Jacques Sempé rimangono inconciliabili.
Dubout raccontava il popolo: lo raccontava magnificamente, con crudeltà, senza mai nascondere, nella vitalità disperata dei suoi personaggi ordinari, la loro naturale cattiveria. Sempé, invece, preferiva alla folla indistinta la singolarità ben definita della gente comune, lasciando sempre affiorare un fondo di gentilezza in un mondo crudele: la banalità del bene nel cuore di una vita che tende incessantemente a complicarsi. Se, sul piano cinematografico, Dubout può essere associato a Marcel Pagnol, per Sempé il regista che meglio ha saputo incarnare la sua visione del mondo è secondo me Jacques Tati, soprattutto quello di Playtime.

Per chiarire meglio questa idea, ricorrerò a un paradigma filosofico: quello della moltitudine, attraverso la riflessione del filosofo italiano Paolo Virno, che ha analizzato a fondo questo concetto, straordinariamente efficace per comprendere le trasformazioni del nostro immaginario e l’apparente desolazione di un paesaggio ormai emancipato dalle ideologie e dalle grandi narrazioni. Così scrive Virno nella sua Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee (DeriveApprodi):

«Il concetto di “moltitudine” si oppone da sempre a quello di “popolo”. Il popolo è un’unità omogenea, mentre la moltitudine è una rete di singolarità. Gli individui che la compongono non sono atomi dati una volta per tutte, ma il risultato di un processo di individuazione.»

Poco importa quale sia il luogo collettivo rappresentato: una scena metropolitana, un teatro, uno stadio o una sala da concerto. In Sempé ciò che attira la nostra attenzione – e prima ancora la sua – è sempre la singolarità del personaggio, colui o colei che emerge dall’orchestra, dalla folla.

Dal numero N° 55 – Automne-hiver 2022 della rivista Philosophie

Il principium individuationis applicato da Sempé può realizzarsi semplicemente attraverso la posizione del personaggio che si sottrae alla massa. Penso, ad esempio, allo splendido disegno in cui seguiamo, non senza apprensione, un funambolo sospeso nel cielo azzurro, seguito da una moltitudine di persone che, quasi incollate a lui, lo accompagnano in un’impresa tanto pericolosa. Oppure, ancora più significativamente e con irresistibile comicità, a una delle sue illustrazioni più celebri: il suonatore di triangolo in un’orchestra, destinatario di una catena di dita puntate che, partendo dal direttore, passa di musicista in musicista fino a raggiungerlo. La moltitudine è precisamente questa tensione tra la natura collettiva degli esseri umani – l’orchestra – e la singolarità irriducibile dell’individuo.

Per tornare a Tati, è proprio la singolarità del protagonista, il suo spaesamento, a generare il comico. Ma attenzione: senza un “paese” non può esistere alcuno spaesamento; senza orchestra, non esistono neppure i musicisti. È ancora una volta nella frattura – e insieme nella continuità – tra l’esistenza dell’individuo, o dell’insieme di individui che costituisce la moltitudine, e la realtà che tutto si gioca.
Lo si vede chiaramente anche nei quarantotto minuti di Playtime dedicati alla memorabile scena del ristorante: seguiamo i tic dei camerieri, le posture improbabili degli avventori, i gesti incongrui, l’impaccio del nostro eroe smarrito negli spazi troppo vuoti – o forse troppo pieni – dell’utopia modernista.

Nell’universo di Sempé sembrano risuonare i magnifici versi di Wisława Szymborska che, nella poesia Possibilità, scrive:

«Preferisco me che ama gli esseri umani
a me che ama l’umanità.»

Se per Dubout il protagonista è il popolo – quello dei grandi treni diretti verso il Sud, gremiti di folle in vacanza grazie alle “ferie pagate”, conquista del Front Populaire nel 1936 – Sempé resterà sempre dalla parte della gente comune, alle prese con una realtà irrimediabilmente «complicata».

Ma allora, come difendersi dalla catastrofe?
Anzitutto grazie ai nostri sentimenti distinti (nos sentiments distingués in italiano sarebbero i nostri più distinti saluti), per riprendere il titolo di uno dei suoi album. E poi grazie ai luoghi comuni.

Kant, sempre lui

C’è un passo del libro di Paolo Virno che, a questo proposito, è stato per me una vera illuminazione.

«Secondo Kant, quando osservo una valanga spaventosa trovandomi al sicuro, sono pervaso da un piacevole sentimento di sicurezza, al quale tuttavia si accompagna la percezione acuta della mia vulnerabilità. A partire dalla protezione empirica di cui ho goduto per caso, sono portato a domandarmi che cosa possa garantire alla mia esistenza una protezione assoluta e sistematica. Mi chiedo dunque che cosa protegga non da questo o da quel pericolo determinato, ma dal rischio inscritto nell’essere stesso nel mondo. Dove trovare un riparo incondizionato?»

Semplicemente, nei luoghi comuni.
Le «didascalie» di Sempé sono quasi tutte tratte da un immaginario Dizionario amoroso dei luoghi comuni. Nella semplicità dei motti di spirito, degli automatismi e dei riflessi del linguaggio, ritroviamo una sorta di common decency che ci mette al riparo dal kitsch, dalla valanga delle parole vuote e, soprattutto, da quelle situazioni che non abbiamo necessariamente scelto e che ci spaventano.

Dal numero N° 55 – Automne-hiver 2022 della rivista Philosophie

In un’intervista pubblicata dal Nouvel Observateur nel 2013, Jérôme Garcin definisce Sempé «la distinzione fatta persona», e credo che nessun’altra espressione possa descrivere meglio la sua eleganza, aristocratica e insieme popolare.

Ed è Sempé stesso a rispondere:

«Io osservo il banale, il luogo comune. Il luogo comune è affascinante, è inesauribile».

Per aggiungere, poco dopo:

«E allora mi rifugio in Flaubert. Diceva che «il luogo comune è maneggiato soltanto dagli imbecilli o dai grandissimi; le nature mediocri lo evitano, perché sono sempre alla ricerca dell’ingegnoso e dello straordinario». Così, inevitabilmente, mi colloco in una categoria che mi rassicura…».

E anche noi ci schieriamo dalla tua parte, Jean-Jacques. Ti seguiremo sul filo di un viaggio senza fine.








Articolo originariamente scritto per il numero 114 dell’Atelier du Roman
In copertina illustrazione di Jean-Jacques Sempé per The New Yorker (11 agosto 1997)

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