Da sempre il mondo dei vivi disegna quello dei morti. Tra mitologie, religioni, poemi, romanzi, film e fumetti, di aldilà ne abbiamo visti a centinaia e tanti ancora ne vedremo. La creazione – e dunque la narrazione – di un Altrove necessita però di un interprete, un tramite, qualcuno che sovrintenda alla linea di confine e che conosca benissimo entrambi gli universi. La tradizione antica ha dato a questa figura il nome di psicopompo, termine che letteralmente significa “colui che manda le anime”. Pensiamo al Caronte dantesco o a Ermes del pantheon greco, vere e proprie superstar degli psicopompi, o a quegli animali che in molte culture assumono tale ruolo, come il cervo, il corvo o la civetta.
È proprio quest’ultima che David B. sceglie per raccontare il suo personalissimo Regno dei Morti. La graphic novel Signor Civetta, pubblicata in Italia da Sigaretten Edizioni Grafiche con la traduzione di Ilaria Conni, inizia con l’incontro fra questo pennuto antropomorfo e Marie, una ragazza che pur non essendo in odore di trapasso, è tormentata dalla propria ombra, una sagoma feroce, animalesca, simile a una mostruosa tigre. Il Signor Civetta le propone di cercare una soluzione nel Regno dei Morti facendole clandestinamente oltrepassare la soglia, e le illustra la grammatica di quel mondo, soffermandosi sugli stratagemmi per mimetizzarsi tra i defunti. Nell’aldilà vige infatti un regime di tolleranza zero nei confronti dei “forestieri”, e a far da suprema sentinella c’è una vecchia conoscenza delle mitologie occidentali: Cerbero, qui non un cane a tre teste, ma tre cani che agiscono come uno, una bestiale trinità.

Dal punto di vista grafico, il Regno dei Morti tratteggiato da David B. presenta caratteristiche già note a chi ha familiarità con l’autore: un bianco e nero spietato, figure grottesche, richiami a iconografie antiche che diventano incubi moderni, tavole riempite di particolari fino a dare un senso di soffocamento, come trappole da cui pare impossibile uscire. Per quel che riguarda invece l’architettura, questo aldilà somiglia a Parigi, una Parigi grottesca e affollatissima dove si accumulano giorno dopo giorno, morte dopo morte, non solo le anime degli ex viventi, ma tutto ciò che in qualche modo finisce: oggetti rotti, edifici crollati, mezzi di trasporto distrutti, notizie invecchiate, idee superate, il tutto in un crescente caos visivo, una sovrapposizione selvaggia.
Rispetto alla più celebre delle sue pubblicazioni precedenti, Il Grande Male, in cui David B. ha raccontato in modo crudo e visionario il disturbo epilettico, Signor Civetta appare, almeno superficialmente, un’opera più leggera. Lo stesso psicopompo che le dà il titolo si presenta piuttosto buffo, con gli occhialoni e un look impiegatizio, avvolto da una misteriosa ambiguità che però si alterna a caratteri più umani, come l’amore per le gozzoviglie alcoliche, la fluidità sessuale e la tendenza alla disobbedienza.
Eppure in questo libro c’è qualcosa che va oltre l’avventura esotica di Marie nell’aldilà. Mentre la vediamo accerchiata da Cerbero, mentre seguiamo – nell’ultima parte – il suo folle tentativo di rapinare la Morte in persona, sentiamo per tutto il tempo un filo invisibile e sottilmente disturbante che ci lega alla storia. Già il titolo è in qualche modo rivelatore, dal momento che non è riservato alla protagonista Marie, ma al suo mentore, il Signor Civetta. Questa scelta sembra volerci suggerire che al centro dell’opera c’è quello che lo psicopompo rappresenta, ossia la “soglia”.

Se la morte è il passaggio ultimo, in realtà essa è una metafora perfetta per ogni forma di cambiamento, di superamento di sé stessi, dove in qualche modo si rinasce uccidendo quel che si era prima. In quanto esseri umani siamo ossessionati dagli attraversamenti, dallo sconfinare, da quell’andare oltre che presumibilmente cambierà ogni cosa ma che allo stesso tempo potrebbe impedirci di tornare indietro. Abbiamo una sorta di imperativo biologico che ci trascina verso il cambiamento, salvo poi temere per la sua naturale irreversibilità. Marie incarna perfettamente questa forma di inquietudine (“Inquietudine” è anche il titolo del primo capitolo del libro), è tormentata da una parte di sé che non riconosce, e anela a una svolta che però allo stesso tempo la terrorizza. Sceglie allora di attraversare la Porta alla ricerca di risposte, sicura che la guida dello psicopompo la riporterà prima o poi tra i vivi. Invece non solo sarà abbandonata dal suo mentore, ma anziché soluzioni troverà solo altri confini da attraversare, nuovi vasi di Pandora da aprire, un gioco di scatole cinesi in cui ogni passaggio ne nasconde un altro più stretto, più specifico, più sconvolgente.
Ecco allora spiegata quella sensazione sgradevole, quella strana ansia che pervade le pagine di David B. La sua rappresentazione della soglia non è affatto rassicurante, anzi. Osservando quell’attraversamento dall’alto, in qualità di lettori, è facile accorgersi di quanto i mondi che stanno ai due opposti del confine si assomiglino. Per David B. le deformità del Regno dei Morti sono proiezioni delle storture di quello dei vivi. Cerbero, minacciosa guardia divoratrice, ricorda gli spietati persecutori del dissenso, che usano ogni mezzo per individuare ed eliminare chi non si allinea al sistema. L’asfissia sociale, la ribellione, la noia, il bombardamento di informazioni e di oggetti già consumati, riciclati e rimasticati all’infinito, il brulicare di occhi che osservano e giudicano, tutto ci suona bizzarramente familiare, quotidiano.
Se allora con il varco del confine nulla, o poco, cambia, sorge il sospetto che tutti quei turning point che la vita ci riserva, e a cui tendiamo, appaiano fondanti solo perché li guardiamo con gli occhi del mal di vivere, insomma perché li osserviamo dall’interno. Vederli così rappresentati suggerisce invece che quei cambiamenti possano essere soltanto – orrore! – un’illusione, e che chi ci accompagna in ogni nostra dolorosa evoluzione sia in realtà un cialtrone, un rissoso, un ubriacone, magari perfino un bugiardo.
Altrimenti come si spiegherebbe che, per ogni soglia attraversata, cento altre ne desideriamo? La tanto agognata pace non arriva mentre l’inquietudine resta, cresce, si rinnova. David B. ci sta raccontando, in ultima analisi, un altro incurabile Grande Male.
In copertina: © Stéphane Monserant