06.01.2026

Il ritmo dell’inettitudine. The Mastermind di Kelly Reichardt

Il racconto delle vicende di un antieroe qualunque per riflettere sulle falle del sistema politico statunitense

Mettere a fuoco il soggetto, scrutare i minuziosi dettagli, inclinare la testa per scovare un particolare inedito, controllare lo spessore delle pennellate, analizzare gli angoli oscuri della cornice, un rito: osservare un dipinto. In The Mastermind (2025) – disponibile sulla piattaforma MUBI e prodotto da quest’ultima – la regista Kelly Reichardt costruisce per lo spettatore cinematografico una sorta di visita guidata sulla solitudine e l’inettitudine a colpi di musica Jazz e furti d’arte.
Stati Uniti, Framingham (Massachusetts), anni Settanta. James Blaine Mooney “JB” (Josh O’Connor) è un annoiato padre di famiglia che programma un furto d’arte al Framingham Museum of Art. Una serie di imprevisti mette in discussione la riuscita del piano. I maglioni di lana, i colori autunnali, la grana grezza della fotografia, le auto sfavillanti. The Mastermind è un puro concentrato visivo che trasuda l’atmosfera, allo stesso tempo provinciale, universitaria, grottesca e ribelle, degli anni Settanta. Da questo contesto Kelly Reichardt pesca una narrazione tratta da un fatto realmente accaduto: un furto del 1972 al Worcester Art Museum, nel Massachussets. Come in First Cow (2019) la regista statunitense indaga sui rapporti umani, passando dall’amicizia alla solitudine, e sui contesti sociali all’interno di una “piccola” comunità attraverso un’estetica che mescola i generi cinematografici e mette in luce le riflessioni sulla solitudine, sull’incapacità e sull’egocentrismo.

Kelly Reichardt

Nella ricerca di riferimenti stilistici le suggestioni e i rimandi a un certo cinema francese, dal Polar alla Nouvelle Vague, degli anni Cinquanta e primi anni Sessanta sono evidenti. JB è una sorta di Florence (Jeanne Moreau) di Ascensore per il patibolo (Ascenseur pour l’échafaud, 1958) di Louis Malle dove il ritmo Jazz scandisce le sue azioni e il girovagare solitario in attesa del suo imminente destino: la tromba di Rob Mazurek ripercorre quella di Miles Davis; JB è anche il ladruncolo Michel (Martin LaSalle) di Diario di un ladro (Pickpocket, 1959) di Robert Bresson, che cerca irrimediabilmente di dimostrare a se stesso e agli altri la sua abilità e supremazia. Ma JB è anche un altro Michel, quello interpretato da Jean-Paul Belmondo in Fino all’ultimo respiro (À bout de souffle, 1960) di Jean-Luc Godard – nelle battute finali della pellicola il protagonista indossa un abito ritrovato per caso in un armadio che sancisce la definitiva “incarnazione” noir. Ma uscendo dal panorama europeo, e per staccarsi dalla Nuova Hollywood e avvicinarsi alla contemporaneità, JB ricorda anche Llewin Davis (Oscar Isaac) di A proposito di Davis (Inside Llewyn Davis, 2013) di Joel ed Ethan Coen; in particolare per la parabola intorno allo sciagurato destino che sembra affliggerli.

Le sequenze scorrono lentamente. Le vicende e le gesta dei protagonisti sono messe in luce con minuziosa attenzione: ogni movimento, ogni dettaglio è importante. Reichardt riduce la linea tra tempo filmico e reale, dove il furto di un’auto, la sistemazione della refurtiva nel baule e nel nascondiglio rurale, la chiamata da una cabina telefonica si trasformano in distese coreografie: lo scorrere del tempo girato dalla macchina da presa è lo stesso della vita reale. Questa continua scomposizione dello spazio e della durata restituiscono un ritmo riflessivo, lo spettatore è come catapultato in un museo. La cornice dell’inquadratura cinematografica prende la forma di quella pittorica e lo spettatore diventa visitatore tra il fascino nostalgico della fotografia e l’arguta e paradossale ironia delle circostanze.
Non è un caso che i quadri rubati da JB siano dell’artista statunitense e astrattista Arthur Dove. Da un lato, all’interno della narrazione, rappresentano l’egocentrismo del protagonista che vuole sottrarre con la “forza” delle opere non molto conosciute al grande pubblico, per sottolineare le sue competenze in ambito artistico; dall’altro, invece, il collegamento è stilistico e concettuale: il rapporto nelle opere di Dove tra la musica Jazz e la rappresentazione pittorica è estremamente connesso. Infatti, Dove si ispirò proprio ad alcune composizioni Jazz per dipingere una serie di opere, proprio come la continua melodia della tromba che accompagna le vicende dei protagonisti.

Oltre alle taglienti e velate critiche sulla politica statunitense – come la violenza della polizia nelle proteste studentesche nei confronti della guerra in Vietnam e non solo –, tema spesso presente nella filmografia della regista, è chiara l’importanza delle figure femminili. Gli uomini, che simbolicamente pensano di incarnare la forza e l’essenza del Paese, sono degli inetti: non sono in grado di pianificare un colpo, non riescono a gestire gli imprevisti, non hanno la capacità di crescere i figli (che mangiano cibo spazzatura e vomitano sul retro dell’auto) o li sminuiscono (come il padre di JB, dall’alto della sua carica di giudice della contea). Le uniche tre figure femminili – in generale, quelle più lucide – sono la moglie di JB, Terri (Alana Haim), la madre Sarah (Hope Davis) e Maude (Gaby Hoffmann). Una lavora in ufficio, si occupa dei figli e delle faccende domestiche, cuce le stoffe per i quadri; l’altra, frodata dalle menzogne, possiede e dona inconsapevolmente il denaro per il furto e l’ultima, Maude, è l’unica che capisce il vero motivo del colpo al museo e soprattutto intuisce che non può più ospitare JB nella loro casa in campagna – a differenza di Fred (John Magaro) che cade nella nostalgia adolescenziale. Nel macrocosmo decadente abitato frivolamente dalle figure maschili gli unici segnali di brillantezza sembrano essere donati da quelle femminili.

Una scena emblematica che mostra quanto sia maldestro e fragile il protagonista è quella in cui JB sistema i quadri rubati in salotto e indossa solo un maglione di lana, delle calze e dei boxer. Con molta calma appoggia i quadri ai piedi del divano. Poi ne sceglie uno e prima di appenderlo sopra al divano rimuove quello precedente: un vecchio quadro in cornice marrone che raffigura alcuni fiori. James è lì davanti al dipinto firmato da Dove, nel suo salotto, e si gusta il momento di soddisfazione con un sorriso. È proprio in quel momento che si può comprendere meglio JB, una persona qualunque con una vita qualunque che per evadere dall’estrema noia, delusione e piattezza dell’esistenza decide di dare una scossa alla quotidianità con un furto d’arte – e, per certi versi, cambiare la sua identità e mettersi nei panni di un’altra persona sembra fare parte del suo destino.

Inoltre, metaforicamente, anche il nascondiglio che sceglie per le opere diventa un simbolo: un vecchio capannone, una stalla di suini. Delle preziose opere d’arte nascoste in mezzo al letame, un paradosso dietro il sacrificio e la fatica della conquista. In questa scena Reichardt restituisce tutta la lentezza, coerente ed armoniosa, dei movimenti del protagonista che salendo su una scala di legno ripone, viaggio dopo viaggio, le opere – e che con una caduta, una beffa, viene rappresentato una specie di segno premonitore.

«Honestly, I don’t think you’ve you thought things throught enough. No offense. I always say: never work with drug addicts, dealers or wild cards.»

Kelly Reichardt è una regista formidabile. In quest’ultima pellicola utilizza le vicende di un antieroe per rappresentare le falle di un sistema politico, quello statunitense, dove il credere di essere in grado di fare qualcosa non significa esserlo veramente. La narrazione verte sulla ricerca dell’approvazione di qualcun altro o di se stessi per poi diventare un girovagare solitario senza meta e speranza dove l’egocentrismo trova terreno fertile nell’inettitudine. L’improvvisazione della musica jazz è in antitesi con la staticità degli avvenimenti dello schema narrativo e della pacatezza del protagonista. I richiami ai diversi generi cinematografici e ad alcuni cliché estetici, come le figure dei detective o dei ladruncoli, arricchiscono il macrocosmo reichardtiano attraverso l’impeccabile fotografia di Christopher Blauvelt. The Mastermind è un antidoto contro la frenetica e impaziente contemporaneità, bisogna apprezzare la sua flemma visiva ed essenziale scrittura.

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