25.07.2026

Il rischio dell’immagine. AS IT IS di Giovanni Coda

A Carbonia gli scatti del fotografo sardo che ripercorrono trentacinque anni di carriera

Il naufrago protagonista del libro La invención de Morel di Bioy Casares si innamora di una immagine, dal nome Faustine. Ha sembianze di donna, porta un foulard colorato e ogni sera osserva il tramonto. All’innamorato la donna si rivela presto, pochi istanti dopo il primo incontro, imprescindibile. Un’imprescindibilità che cresce al pari della consapevolezza che si fa strada in lui della totale indifferenza di lei.

Come già insegna il mito classico, non c’è niente di più facile che innamorarsi di un’immagine1, ma è un innamoramento che si insedia come una condanna, sventurato, impossibile da corrispondere e quindi da compiere, e per questo infinito.
Ed è proprio nella sua finitezza che l’immagine rivela la sua eternità. Prendiamo una fotografia: cosa c’è di più finito di un rettangolo con un perimetro circoscritto che non può mutare se non per l’azione di agenti esterni? Prendiamo uno scatto della nostra infanzia: il medesimo sorriso furbo e insieme neghittoso tipico dei bambini, la medesima cucina sullo sfondo, la medesima luce filtrata che entra di sbieco e fa supporre una calura estiva arginata da delle imposte socchiuse. È tutto immobile, finito per l’appunto; eppure. Eppure quello scatto è già sopravvissuto a noi, si è già collocato fuori dal tempo, ha abbracciato il tempo della Morte. Il naufrago come potrà coronare il suo amore per Faustine? Diventando immagine anche lui, partecipando a quel tempo della Morte, che è un tempo fluttuante, indefinito, «fra la riva della percezione, quella del segno e quella dell’immagine, senza mai approdare ad alcuna», come scrive Sartre in Immagine e coscienza. È quel «io divento veramente spettro» di cui fa esperienza Roland Barthes2 davanti all’obiettivo ogni volta che viene fotografato.


L’esperienza estrema del naufrago di Casares, che abbandona la sua esistenza di corpo per farsi immagine eterna, rappresenta al culmine il rischio dell’immagine a cui ci esponiamo ogni volta che fotografiamo o che siamo fotografati. Di questa tensione, tra vita e morte, segno e immagine, si fanno testimoni gli scatti di Giovanni Coda, regista, autore, fotografo e curatore cagliaritano, in mostra dal 20 al 26 luglio in Piazza Roma a Carbonia, durante le giornate del festival Carta Carbonia.
Un’antologica che ripercorre trentacinque anni di carriera scanditi in immagini: dai lavori in Messico e in Bangladesh alle serie realizzate in Sardegna, sua terra natia, Portogallo e Giappone.

Fotografia di Giovanni Coda

Come la fotografia in sé smentisce il nostro concetto di tempo – è possibile concepire un eterno presente? – così anche la retrospettiva AS IT IS di Coda, che compone una costellazione di scatti, presentati non secondo un ordine cronologico, ma per richiami e risonanze, mettendo in crisi il principio stesso di linearità.
Nella loro perenne contingenza, le fotografie di Coda dialogano tra loro attraverso dettagli, ogni volta uguali ogni volta diversi, che colpiscono e catturano lo sguardo di noi spettatori: «un volto degli anni Novanta sembra anticipare una ferita più recente. Un gesto trattenuto ritorna, anni dopo, come eco trasformata. Il tempo, qui, non scorre: si stratifica», nota Giovanni Follesa, direttore artistico del festival Carta Carbonia e curatore della mostra AS IT IS.

Fotografia di Giovanni Coda

Coda, che con l’inizio della sua carriera dagli anni Novanta ha sperimentato una pluralità di linguaggi, fondendo tra loro cinema, fotografia, videoarte e installazione, continua ad andare sempre oltre, concependo questa antologica non tanto come summa finale del suo percorso ma come un «momento di consapevolezza: un’occasione per rileggere il percorso con maggiore chiarezza, lasciando comunque aperta la possibilità di continuare a cercare».
Partecipare come spettatori alla mostra AS IT IS ci richiede un abbandono a quel rischio che ogni immagine esige, entrando in uno spazio sospeso che suggerisce, evoca ma mai esplica, mantenendo una misura, una distanza necessaria a non violare il senso di ogni fotografia, perché, come rivela Coda, l’equilibrio sta proprio lì: «non nel mostrare tutto, ma nel scegliere come e quanto mostrare, lasciando allo spettatore la possibilità di entrare in relazione con ciò che vede.»



  1. Così scrive Casares, smascherando un desiderio comune spesso inconfessabile «tal vez siempre hemos querido que la persona amada tenga una existencia de fantasma.» ↩︎
  2.  Si rimanda a La camera chiara. Nota sulla fotografia di Roland Barthes. ↩︎
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