23.06.2026

Il Gruppo Immagine Varese e un’arte femminista in Laguna

Sulle tracce del collettivo lombardo femminista e la sua estetica del rifiuto

«Non posso partire che dal Magnificat di Claudio Monteverdi» – ha confidato Manuela Gandini – «per introdurre la figura di Milli, mia madre che, a quattordici anni, nel 1955, venne iscritta al Buon Pastore di Milano, un collegio di suore dalle credenze e dai modi medievali. Quando si chiuse il portone dietro di lei […] ricacciò in gola il magone, deglutì, respirò a fondo l’odore della comunità e della minestra, e si disse: “Va bene, appena potrò andrò sul tetto e mi ucciderò”. […] [Anni più tardi] la ragazza che voleva rivedere l’eterno, immergersi nei fatti del mondo e tornare convinta e consapevole più che mai, diventa peccatrice. Dopo i primi tentativi di dissuasione, le suore si fanno aggressive e la additano, la puniscono perché è stata tentata e perciò regredisce nella gerarchia della comunità. Il collegio – con le sue ragazze, le sue suore, la sua repressione e superstizione – rimarrà per sempre sotto la pelle dell’Emilia. Per uno strano destino, nella vita di mia madre santità e femminismo si toccano e si compenetrano»1.

La nuova edizione della Biennale d’Arte di Venezia traghetta con sé evocazioni, differenziazioni e richiami con quanto risulta ormai affidato alle memorie del tempo passato. Sulla scorta di un’energica e potente seconda ondata femminista, il 1978 vide approdare in Laguna i passi controcorrente di un collettivo, venutosi a formare appena quattro anni prima. «Non ricordiamo se in una giornata di sole o di pioggia, ma sicuramente in un momento di felicità»2, le ragazze del Gruppo Immagine Varese inaugurarono per l’arte una stagione vivace e nuova. Un itinerario estetico e sperimentale, decisamente acceso, si apprestava a investigare le istanze e criticità, che in toto stringevano (spesso sino al soffocamento) la condizione della donna all’interno di un contesto diffuso e assai sovente dato tristemente per scontato.

Milli Gandini (Varese, 1941-2017), Mariuccia Secol (Castellanza, 1929) e Mariella Tognola (Varese, 1951) danno così vita al collettivo lombardo avendo già profondamente sperimentato, nel più sommario quotidiano, le difficoltà di un’esistenza non certo a misura di donna. I loro passi, nel corso di un tempo dell’impegno e dell’arte da definirsi epico, incontreranno il sentire e la partecipazione di ulteriori sorelle e creative, unitesi passionalmente al collettivo per stagioni più o meno lunghe (tra coloro si annoverano Maria Grazia Sironi, Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti). Come ha scritto Massimiliano Ferrario in uno dei volumi dedicati al Gruppo:

«Il sodalizio, protagonista di una storia avvincente, che coniuga arte e lotta, creatività e dissenso, è annoverato tra i primi collettivi italiani composti da sole artiste che hanno animato l’acceso dibattito sociopolitico e culturale sviluppatosi nel solco dell’attivismo post-sessantottino, durante gli anni Settanta. Lo scenario, articolato e pregno di confronti febbrili, è quello di un decennio cruciale sia sul versante artistico stricto sensu, sia su quello dell’impegno sociopolitico, anche in materia di diritti e libertà civili: ambiti destinati a intrecciarsi in maniera sistematica. Alla compiuta affermazione di sperimentalismi, primariamente a trazione performativo-concettuale, proiettati verso quell’ideale che intende il fare artistico alla stregua di un’operazione di militanza critica e progettuale, agente entro i confini dello spazio sociale, si affianca la “seconda ondata femminista”, divenuta, proprio alla metà del decennio, movimento di massa.»

Una vera e propria estetica del rifiuto (come ha evidenziato Manuela Gandini, figlia di Milli) illuminerà la traiettoria di un percorso fulgente anche negli spazi dei Magazzini del sale alle Zattere per la trentottesima edizione della biennale veneziana. Invitate dall’allora presidente Carlo Ripa di Meana, le protagoniste del Gruppo Immagine varesino sceglieranno di condividere uno spazio tanto esteso chiamando, a loro volta, a raccolta la co-progettualità del collettivo femminista napoletano Donne/Immagine/Creatività. Come ha riportato Sergio Racanati, accogliendo il ricordo vivo di Mariuccia Secol e quanto riportato nella pubblicazione seguita al progetto veneziano:

«Il rapporto femminile tra la natura e la storia dell’arte è inesistente in modo diretto. La donna ha raffigurato nell’arte la natura, è stata [ovvero] il mezzo di comunicazione maschile, per questo […] nel settore circolare esterno alla mostra accumuliamo i soggetti della natura – mare, luna, rocce, sabbia, bacche, sole, alberi ripetuti infinitamente, legati al messaggio, che ci viene dal paleolitico, di una donna sconosciuta che scolpì nella roccia il suo colloquio con la luna rapportata al suo mestruo e alla sua creatività biologica.

Niente di artistico, tutto naturale anche ai giorni nostri.

L’abbiamo chiamata mostra storica.

Esterna a noi in quanto non-scelta ma circondante, avvolgente il momento interno e ancora presente nell’acqua maternale raccolta nel contenitore al centro dove i lavori di ognuna di noi si riflettono insieme. I lavori individuali sono sospesi a cupola sopra quest’acqua comune a riflettersi e riflettere, fermi a raccontarsi e già in volo senza destinazione precisa. Il distacco, invece, vuol essere preciso, distacco da una natura che è stata tutt’una con noi assoggettandoci all’unico ruolo del dare la vita agli altri privandoci della nostra.»

Dalla partecipazione a Spazio aperto in Laguna derivò un’estesa diffusione delle istanze e dei temi sociali a cui il collettivo femminista offriva un’attenzione e serrata. Dalla lotta passata per la carta stampata, sino alla presa in carico consapevole di un’estetica che si voleva intellettualmente libera e luminosamente indisciplinata, il Gruppo Immagine Varese segnò una nuova via possibile alla battaglia per i diritti e un cambio di rotta per il sistema arte stesso. La partecipazione alle riunioni femministe sull’autocoscienza, la collaborazione con il giornale indipendente e controcorrente Le Operaie della Casa, assieme alla più viva scesa in campo nelle piazze che rivendicavano nuove visioni e imprescindibili diritti, caratterizzarono l’itinerario di una vita nuova per le esponenti del nascente collettivo varesino. Così ha illuminato Laura Facchin in Da “Le Operaie della casa” a “Panorama”. Immagine attraverso la lente dei periodici:

«La presenza del Gruppo alla […] Biennale di Venezia, con l’installazione (Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura) – Dalla creatività femminile come maternità-natura al controllo (controruolo) della natura, testimoniò, anche dal punto del ritorno mediatico sulla carta stampata, la coerenza della presa di posizione finalizzata a restituire visibilità alla creatività […] varesina. Si trattò, in realtà, del primo evento, esclusivamente dedicato alla componente femminile del mondo dell’arte alla Biennale, di cui si occuparono i giornali […] precedendo di alcuni mesi la più nota rassegna Materializzazione del linguaggio, curata da Mirella Bentivoglio. Oltre […] il pezzo di Liliana Madeo, […] spicca […] l’articolo apparso su Panorama in cui l’intervista di Francesca Grazzini a Milli Gandini, […] accompagnata dalla foto a mezza pagina dell’opera presentata a Venezia, si inseriva in una più ampia riflessione critica sulla necessità per le artiste donne, di far seguire, a un periodo di rivendicazioni più o meno spontanee, e di manifestazioni organizzate, […] una nuova fase di “autocritica”, volta a far emergere la qualità delle proposte culturali e la professionalità, nel confronto aperto con gli ambienti della creatività, indipendentemente dal genere, temi sui quali le varesine si erano mosse con anticipo […] L’approdo [alla] notizia […] era stato raggiunto. Le componenti del Gruppo Femminista potevano […] orgogliosamente dichiarare di essersi appropriate di «tutti i mezzi del professionismo», preparandosi a nuove sfide, anche nel rapporto con la carta stampata.»

Manuela Gandini, nella prefazione del saggio La mamma è uscita, ricorda quella nuova stagione nuova:

«L’arte femminista non nasce da un’istanza estetica ma dal dolore, dal troncare il lamento secolare delle donne e da una volontà di equilibrio e di rinascita. […] Negli anni Settanta c’è un’accelerazione della storia. Il movimento studentesco ha già sovvertito le convenzioni e creato muovi immaginari; ma i mariti, pur essendo compagni, in casa continuano ad essere padroni e a esercitare la propria autorità maschilista e violenta. Il terreno di lotta per una rivoluzione completa è quello domestico […] il «personale che diventa politico» […] In una brevissima autobiografia (di due pagine) Milli dichiara: «È bello esprimersi, è bello lottare. Fare e lottare per cose che senti tue fino in fondo. Chiedere il resoconto di conti che hanno dovuto smembrare, facendo azioni disgreganti per sé, per tutte le donne venute prima e per quelle che sarebbero venute dopo; per gli amori finiti; per figli che non hanno capito e per quelli “non-nati”; per conquistare un’identità da sempre negata e immediatamente sottratta»

Una ricca esperienza di conoscenza, liberazione e dialogo ha profondamente caratterizzato un percorso d’arte femminista aperto alle sensazioni di un itinerario controcorrente. Tra gli slogan di piazza, i più gioiosi concerti, le pentole sigillate e la polvere concimata per scrivere di una rivendicazione, ecco il dipanarsi potente di un’estetica energica e destrutturante:

«Tra le opere più importanti di Milli, c’è la serie della polvere, ossia la casa lasciata sporca per settimane al fine di coltivar[la e] scriverci sopra, con le dita, slogan femministi. Sugli scaffali della libreria, sui vetri opachi, sul grande lampadario da cucina. Tutto avveniva all’interno, in una performance senza pubblico, durata il tempo necessario a creare lo sfondo per parole e simboli di protesta. […] I messaggi, che sono stati poi esposti in mostre di militanza, arrivavano direttamente da dentro casa, dal ventre della famiglia, dalle ferite della sottomissione secolare e dallo sgretolamento della tradizione patriarcale.»3

Il Gruppo Immagine Varese è rimasto fulgidamente e collettivamente attivo lungo le linee d’onda dei Settanta dirigendosi lungo le rotte di una sperimentazione per l’arte individuale in quegli anni Ottanta in cui «il sipario è calato. [Quando la] negazione, la restaurazione, il disinteresse del mercato dell’arte e i conflitti interni ai gruppi hanno determinato l’annichilimento di questa ondata di novità. […] Alcune artiste sono morte giovani di cancro, altre buttate giù da un grattacielo come Ana Mendieta o accoltellate come Francesca Alinovi, altre ancora hanno vissuto la damnatio memoriae deambulando nel mondo come fossero già morte»4.
Come hanno realizzato Milli Gandini e Mariuccia Secol tra gli appunti diventati in seguito un libro:   

«Negli anni Novanta, come sempre, sui movimenti, anche o soprattutto sui più significativi, subentrano misconoscimenti, silenzi, denigrazioni e il movimento femminista non è stato risparmiato. Succedeva alle donne stesse di essere sprezzanti nei suoi confronti. Parecchie di esse infatti, in occasioni varie, televisive ad esempio, iniziavano i loro interventi nei dibattiti con: «Io non sono femminista». Sì, il clima col passare degli anni diventava piuttosto sfavorevole al femminismo. Chi non aveva fatto la lotta e si trovava i risultati a portata di mano, nemmeno si accorgeva del valore dello stesso e della pratica politica che li aveva prodotti e neppure della sua importanza. Chi invece ne aveva acquisito i valori e lottato in nome di essi era in grado di ampliare gli orizzonti e di avere una visione nuova. Si sono susseguiti anni in cui la celebrazione dell’8 marzo, data simbolica per il femminismo, si esauriva in pizzeria o con le mimose.»

Le barierre (Barriere), Mostra alla Galleria Porta Ticinese di Milano nell’ambito dell’evento Mezzo Cielo, 21 aprile – 12 giugno 1978. A sinistra: opera di Mariuccia Secol, Le barierre (Barriere), sfilacciamento e filato 180 x 180 x 180 cm; a destra: Milli Gandini, punto croce. © Mariuccia Secol e Manuela Gandini. Per gentile concessione dell’archivio privato dell’artista. Foto: fotografo sconosciuto.

Incontrandosi abitualmente in una giornata, il giovedì, legata nel simbolo tanto al rosso sangue di una forza viva e pulsante, quanto alle creatività della lotta, che negli anni aveva motivato la marcia controcorrente delle Madri dal fazzoletto bianco di Plaza de Mayo, Milli e Mariuccia hanno a lungo ripercorso i Settanta, «riscrivendo la loro storia a mano su fogli leggeri come petali di ciliegio». 

Nel cinquantesimo anniversario dalla nascita del collettivo femminista varesino, l’Università degli Studi dell’Insubria, su progetto di ricerca e curatela dei professori Laura Facchin e Massimiliano Ferrario, ha inaugurato e dato corpo a un ciclo di seminari (svoltosi nelle giornate 7 e 8 marzo 2024), poi sfociato nella realizzazione di un ricco volume inedito e a più voci, incentrato sulle pratiche estetiche femministe per un periodo sostanziale che va dalla metà dell’Ottocento sino ai giorni nostri. Entro le maglie di un frastagliato presente, affidato alla violenza machista dei conflitti più sanguinosi, le pentole passate a fil di ferro e il sorriso figurato di Maria, che «scappa via dalla schiavitù del risotto»5, ritornano come il più spettrale e malinconico richiamo di quanto stoltamente abbiamo scelto di affidare al rischio di una allucinante regressione. Temibilmente all’incubo di un ovattato non ritorno.



A partire dal 12 giugno sino al 1 novembre 2026 il Muzeum Susch rende omaggio al percorso artistico di Mariuccia Secol con la prima grande retrospettiva dedicata. Per ulteriori informazioni utili si rimanda alla pagina ufficiale dell’istituzione elvetica.



In copertina: Il Gruppo Femminista “Immagine” di Varese (da sinistra: Secol, Cibaldi, Gandini, Sironi e Parrocchetti) con lo scultore Mauro Staccioli di fronte all’installazione Dalla creatività femminile come maternità-natura al controllo (controruolo) della natura, XXXVIII Biennale di Venezia (Spazio aperto, Magazzini del Sale alle Zattere, 15 luglio-15 agosto 1978). Foto: Archivio Secol.

  1. Manuela Gandini, Milli Gandini e l’estetica del rifiuto in: AA.VV., Laura Facchin, Massimiliano Ferrario (a cura di), Donna Arte Società. Pratiche estetiche femministe dalla metà dell’Ottocento a oggi, Ledizioni, Milano 2026. ↩︎
  2. Milli Gandini, Mariuccia Secol, La mamma è uscita. Una storia di arte e femminismo, DeriveApprodi, Bologna 2021. ↩︎
  3. Manuela Gandini, Milli Gandini e l’estetica del rifiuto in: AA.VV., Laura Facchin, Massimiliano Ferrario (a cura di), Donna Arte Società ↩︎
  4. Dalla prefazione di Manuela Gandini in: Milli Gandini, Mariuccia Secol, La mamma è uscita, ↩︎
  5. Dalla favola femminista intonata da Mariuccia Secol ↩︎

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