07.05.2026

Il coraggio di una pioniera del cinema femminile. Riscoprire Elvira Notari 

Intervista a Valerio Ciriaci, regista di "Elvira Notari. Oltre il silenzio"

In un’industria cinematografica dominata dagli uomini e nella quale le donne cercano di ritrovare uno spazio perduto, la figura di Elvira Notari, prima regista della storia del cinema italiano, appare oggi come un simbolo di resistenza, coraggio e determinazione. Nel documentario Elvira Notari. Oltre il silenzio la vita e le opere di una cineasta fondamentale riportano alla luce non solo la figura di una donna visionaria, ma una produttrice e un’autrice in grado di segnare un’epoca e che oggi più che mai ha bisogno di essere riscoperta. Ne abbiamo parlato col regista Valerio Ciriaci.

Come è avvenuto il tuo primo incontro con Elvira Notari e il suo cinema?
È successo a New York, nel 2022, la città dove vivevo prima di trasferirmi a San Francisco. Dopo Mister Wonderland, il mio film su Sylvester Zefferino Poli, un artigiano italiano emigrato negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento e poi diventato impresario teatrale, mi sono appassionato al tema del migrant cinema, cioè al rapporto tra cinema e migrazione, a come i film viaggiano e vengono recepiti lontano dal luogo in cui sono nati. Anche dopo aver finito quel film, ho continuato a fare ricerca. Mi interessava capire quali film attraversassero davvero l’oceano e che cosa si guardasse nei cinema delle Little Italy di inizio Novecento. Mi sono avvicinato alla storiografia sull’argomento, dalle ricerche di Vittorio Martinelli a quelle di Giorgio Bertellini e Giuliana Muscio, e mi ha sorpreso scoprire che accanto ai grandi kolossal muti di Torino e Roma, come Cabiria o Quo Vadis?, erano richiestissimi anche i film muti napoletani. Tra i titoli più richiesti c’erano proprio i film di Elvira Notari. E lì ho incontrato una figura straordinaria: la prima regista italiana. Ho cercato i film superstiti, ho letto tutto quello che riuscivo a trovare su di lei, e Rovine con vista. Alla ricerca del cinema perduto di Elvira Notari di Giuliana Bruno è stato un passaggio fondamentale. Da lì la curiosità è diventata una passione, poi un’idea, poi un soggetto. Ho bussato alla porta di Luce Cinecittà e tramite loro sono entrato in contatto con la produttrice napoletana Antonella Di Nocera, che da tempo aspettava il momento giusto per fare un film su Elvira. Da lì è cominciato tutto. Ho iniziato a contattare storici, archivisti e cineteche, e poi via via anche le artiste che in forme diverse stavano già lavorando sulla figura di Elvira. Da quel momento il progetto è cresciuto in modo molto organico. Come se questa storia stesse aspettando di riemergere.

Sì, perché Elvira Notari è stata in qualche modo cancellata dalla storia per lungo tempo, persino la sua famiglia non è mai stata capace di rivendicare la grandezza di questa regista.  Quali sono le ragioni di tale cancellazione e in che modo è stata riscoperta?
Le ragioni sono diverse. A monte c’è un discorso generale sul cinema muto, perché ne è andato perso circa il novanta per cento. Per molto tempo non lo si è considerato qualcosa da conservare. Le pellicole in nitrato erano fragili, infiammabili e facilmente deperibili, e per questo motivo moltissimo materiale è andato distrutto o è stato riciclato. Nel caso di Elvira si aggiungono poi motivi più specifici. C’è stato il fascismo, con una censura sempre più dura nei confronti del cinema napoletano, fino a spingerlo di fatto verso lo smantellamento. Un cinema così popolare, così legato al dialetto, ai vicoli della città, mal si conciliava con l’idea di identità nazionale che il regime stava cercando di imporre. Non andava bene un cinema che mostrasse la verità di Napoli, quindi anche la povertà, la violenza, il disordine della vita reale, mentre la propaganda voleva restituirne un’immagine ripulita e rassicurante. A questo si è aggiunto il disinteresse di una certa prima storiografia del dopoguerra, che ha a lungo snobbato non solo il suo cinema, ma in generale tutto il muto napoletano, giudicato troppo marginale. E infine c’è la dimensione familiare, che resta la più sfuggente e dolorosa. Il suo ritiro a Cava de’ Tirreni nel 1930, lontana da tutto e da tutti, sembra segnare anche una frattura privata. È possibile che la famiglia non abbia compreso fino in fondo l’importanza di quello che Elvira, e in parte anche loro insieme a lei, avevano costruito. E forse non ha avuto gli strumenti, o la volontà, per preservarne la memoria. Forse anche Elvira, a un certo punto, ha scelto di eclissarsi. Ma qui entriamo in una zona che resta opaca, e su cui si può solo avanzare ipotesi. Per la sua riscoperta bisogna invece aspettare la fine degli anni Settanta e poi il lavoro decisivo di studiose e studiosi come Vittorio Martinelli, Mario Franco, Giuliana Bruno, Enza Troianelli e altri. Da allora i pezzi sono stati ricomposti lentamente. È un mosaico che probabilmente resterà incompleto, ma forse è anche questo a rendere la sua storia così viva e così magnetica ancora oggi.

Elvira Notari

Di lei sono rimasti solo tre film e qualche fotografia. Come ha inciso la scarsità di materiale che la riguarda, sia cinematografico che biografico, sulla costruzione del tuo documentario?
Ha inciso moltissimo. Questa scarsità è stata la principale difficoltà, ma anche la ragione per cui il film ha preso proprio questa forma. Non volevo fare un documentario biografico in senso classico, perché semplicemente non c’erano i materiali per farlo in quel modo. Il film allora si è costruito a partire dal presente, dalla riscoperta di Elvira, dal modo in cui il suo cinema viene recuperato, studiato e riattivato oggi. Questo lavoro di tenere viva la sua memoria non riguarda solo gli studiosi di cinema. Coinvolge anche appassionati, operatori culturali e soprattutto artiste. Nel film, per esempio, diamo spazio ai lavori di Cristina Vatielli e Francesca Consonni, che attraversano le lacune della sua storia con linguaggi diversi e le trasformano in forme nuove di racconto. Mi interessava molto questo passaggio, perché nel caso di Elvira l’assenza non è solo un limite e spesso diventa anche uno spazio creativo. In mancanza di lettere, diari, interviste, e avendo a disposizione solo poche fotografie, quello che davvero ci resta sono i suoi film. Tre lungometraggi, due documentari brevi e diversi frammenti, 163 minuti in tutto. Per noi quello è il suo lascito, ma anche la sua voce. E non è poco. La struttura del film si è articolata, anche nel lavoro di montaggio che ho portato avanti con Francesca Sofia Allegra, attorno a questa filmografia superstite. Volevamo dare quanto più spazio possibile alle sue immagini, fare in modo che fosse il pubblico a innamorarsene direttamente. Allo stesso tempo non volevamo nascondere le lacune e le ferite del tempo. Anche quelle fanno parte della storia.

Pioniera del cinema femminile ma anche di un linguaggio che andava formandosi. Quali sono gli elementi cardine del suo cinema?
Elvira Notari è stata la prima regista donna italiana e una delle più prolifiche, ma secondo me c’è sempre un piccolo rischio nel fermarsi ai primati. Il punto non è solo che sia arrivata prima. Il punto è che era una grande regista. E che ci arriva senza formazione accademica, senza privilegi, partendo da una famiglia modesta, come il marito Nicola con cui fonda la Dora Film. Iniziano colorando pellicole e si fanno spazio poco alla volta nel panorama cinematografico napoletano, fino a competere con realtà molto più forti economicamente. Questo radicamento popolare è uno degli elementi chiave del suo cinema. Elvira cerca storie che vengono dal basso, storie che parlano alla gente, che attraversano il ventre di Napoli, che lasciano entrare il dialetto, la canzone e la vita popolare. Tutto questo influenza profondamente anche il suo linguaggio. Nei suoi film la finzione si intreccia spesso con scene dal vero girate nei vicoli, nelle piazze, durante le feste religiose. A tratti è un cinema che si fa quasi documentario, o perfino etnografico, in un’epoca in cui molti altri film preferivano restituire un’Italia da cartolina. Ma il suo sguardo non è mai paternalistico, né riduce quel mondo a semplice folklore. I Notari quel mondo lo conoscevano dall’interno, gli appartenevano. Ed è anche per questo che quei film hanno avuto un successo così forte, sia a Napoli sia tra gli emigrati italiani negli Stati Uniti. Non è un caso che il momento di massimo successo coincida con quel filone di film ispirati alla sceneggiata. Eppure i suoi film non si limitano a riprodurre una tradizione. ’A Santanotte e È Piccerella, i due lungometraggi superstiti, sono adattamenti di canzoni napoletane, ma dentro quel format fanno emergere personaggi femminili che non sono solo vittime o malafemmine, ma figure molto più complesse di quanto ci si aspetterebbe.

Nelle sue trame scopriamo figure femminili autonome, desiderose di libertà, che rovesciano gli stereotipi di genere: come era recepito questo aspetto del suo cinema e come è stato accolto nel presente, durante la sua riscoperta? Ha in qualche modo influenzato i movimenti femministi o ne è stata solo, inconsapevolmente, precorritrice?
La lettura femminista della sua opera è stata centrale nella riscoperta di Elvira, soprattutto a partire dagli anni Settanta, e continua ancora oggi a essere una delle chiavi di lettura più forti con cui il suo cinema viene guardato. È una prospettiva che ha avvicinato non solo nuove studiose, ma anche un pubblico più ampio, ben oltre i confini dell’accademia. I suoi film oggi vengono usati anche in contesti educativi per parlare di violenza di genere, di femminicidio, di rappresentazione della donna. Questo dice molto della loro forza e della loro attualità. Anche la sua storia personale, in fondo, ci parla ancora oggi. In un’epoca in cui una donna non poteva votare, non poteva firmare contratti, non poteva essere liberamente a capo di un’impresa, Elvira costruisce un percorso artistico e imprenditoriale fuori dagli schemi. E lo fa in un’industria che, proprio mentre si consolida economicamente, tende sempre più a diventare uno spazio dominato dagli uomini. Detto questo, in mancanza di testimonianze dirette, non sappiamo fino a che punto Elvira fosse consapevole della portata politica del suo lavoro, o di quanto quelle immagini potessero essere lette in chiave femminista. Ma forse, alla fine, questo conta fino a un certo punto. Come succede spesso con le figure storiche, il senso del loro lascito dipende anche dalle domande che il presente rivolge loro. Oggi riscopriamo Elvira non per trasformarla in un’eroina immobile o in una statua, ma perché nelle sue immagini e nella sua vicenda riconosciamo ancora battaglie aperte, forme di resistenza e contraddizioni che parlano alle donne di oggi.

Hai detto  che Elvira non poteva nemmeno firmare i contratti, questo perché nella società patriarcale in cui viveva doveva farlo per legge il marito. Come si concilia il desiderio di libertà di Elvira Notari, così come il suo estro creativo e le sue doti imprenditoriali, con l’epoca in cui è vissuta?
Elvira ha avuto la forza di uscire da uno spazio che la sua epoca avrebbe voluto assegnarle in modo quasi automatico: quello di moglie e madre, e basta. Anche dalle poche tracce che ci restano, si percepisce un’energia vitale fortissima che attraversa tutta la sua traiettoria. L’ingresso da outsider in un’industria nascente come il cinema, il passaggio dai lavori più artigianali ai cortometraggi, poi ai lungometraggi, poi ancora la scelta di distribuire i film negli Stati Uniti. Tutto questo mentre portava avanti una famiglia e cresceva i figli. Dietro ognuno di questi passaggi posso solo immaginare quanta fatica ci sia stata. Il finale della sua parabola racconta forse il prezzo di tutto questo. Il ritiro dal cinema nel 1930, la fine della Dora Film, l’allontanamento da Napoli e poi anche dalla famiglia, dicono molto del peso che deve aver portato sulle spalle. Degli ultimi sedici anni della sua vita sappiamo ancora pochissimo. E parte di ciò che sappiamo arriva anche da studi più recenti, in particolare dal lavoro di Patrizia Reso, e poi dal romanzo Elvira di Flavia Amabile, che ha contribuito a riaprire l’attenzione su alcuni aspetti della sua vicenda familiare. La storia della terza figlia, Maria, nata nel 1906 e affidata a un orfanotrofio, sembra aver avuto un ruolo importante nella frattura familiare. Qui però bisogna restare cauti, perché su questa parte della vita di Elvira sappiamo poco e il rischio di forzare le interpretazioni è sempre presente. Ma è possibile che, dopo anni passati a tenere insieme lavoro e famiglia a un certo punto quella forza si sia incrinata, e che proprio attorno alla vicenda di Maria si siano riaperte tensioni familiari mai davvero risolte. Anche il fatto che molte opere e molti documenti non siano stati preservati può forse essere letto dentro questa storia privata. Come se a un certo punto la memoria stessa fosse diventata troppo dolorosa da custodire. Ed è forse anche qui, tra quello che Elvira ha creato e quello che tutto questo le è costato, che la sua storia continua a parlarci in maniera così forte.

Elvira Notari

Come hai detto, i suoi film sono molto legati alla tradizione napoletana e alla canzone e per tanto amati sia a Napoli che fuori dalla nazione. Che ruolo hanno avuto per gli immigrati italiani all’estero?
Hanno avuto un ruolo enorme. Nei cinema delle Little Italies americane Elvira sbancava il botteghino. I suoi film attraversavano l’oceano insieme agli emigrati e diventavano un punto di riferimento per un pubblico che cercava sullo schermo un pezzo del mondo lasciato indietro. Le tracce di questo successo si vedono ancora nello spazio che i suoi film riuscivano a conquistarsi nei giornali dell’epoca. E non erano solo i napoletani ad andare a vederli. Proprio attraverso la canzone partenopea e la sceneggiata, questi film riuscivano a parlare anche a emigrati di altre regioni e agli italoamericani nati negli Stati Uniti. Erano talmente richiesti che i Notari aprirono una succursale della Dora Film a New York, la Dora Film of America, con sede a due passi da Times Square. È una cosa straordinaria, anche perché tutto questo accade senza che Elvira abbia mai messo piede negli Stati Uniti. Si racconta che temesse il viaggio per mare, eppure riuscì comunque a costruire un rapporto diretto con quel pubblico. E la storia non finisce lì. A metà degli anni Venti, la Dora Film of America comincia a raccogliere commissioni per realizzare brevi documentari nei paesi della Campania destinati agli emigrati nostalgici della propria terra. Quei film mostravano strade, volti, feste patronali. Erano vere e proprie cartoline in movimento. Alimentavano la nostalgia ma aiutavano anche a costruire una nuova identità italoamericana. È anche grazie a questo tipo di produzione che i Notari riescono a sopravvivere mentre a Napoli la censura si fa sempre più dura.

Una cesura che non poteva vedere di buon occhio le donne di Elvira, così come i temi trattati nei suoi film. Il fascismo ha avuto un ruolo nella cancellazione di Elvira Notari?
Sì, credo che il fascismo abbia avuto un ruolo decisivo, e non solo nella sua cancellazione successiva, ma già nel restringere concretamente lo spazio in cui il suo cinema poteva esistere. Il cinema di Elvira era troppo libero e troppo legato alla realtà di Napoli per conciliarsi con l’immagine ordinata e nazionale che il regime voleva imporre. Portava sullo schermo una verità sociale che il fascismo non voleva vedere. La censura fascista colpisce proprio quel mondo lì. Non solo perché è napoletano e periferico rispetto al nuovo asse romano dell’industria, ma perché porta sullo schermo una realtà che il regime voleva neutralizzare. Quando il fascismo spinge verso una centralizzazione produttiva e verso un modello di italianità più omogeneo, il cinema di Elvira diventa sempre più incompatibile con quel progetto. A questo si aggiungono le difficoltà economiche del passaggio al sonoro e il tutto porta alla fine della Dora Film nel 1930. Il fascismo ha contribuito a spezzare una traiettoria artistica e imprenditoriale e poi ha favorito quel lungo oscuramento della sua figura che solo molti decenni dopo si è cominciato davvero a contrastare.

Quale credi che sia, oggi, il lascito di Elvira?
Il suo lascito più vero, prima di tutto, sono i film che ci restano. Quei 163 minuti. La forza di immagini che ancora oggi sanno sorprendere, emozionare, ispirare. Già questo è tantissimo. Studiare il suo cinema, restaurarlo, proiettarlo, costruire retrospettive e rassegne attorno alla sua opera significa anche riparare, almeno in parte, all’ingiustizia di averla lasciata così a lungo ai margini. Il suo nome e la sua opera stanno finalmente uscendo dai confini specialistici e raggiungendo un pubblico più vasto. E questo può davvero influenzare nuove generazioni di registe e registi. È impressionante pensare che film di oltre cent’anni riescano ancora a trasmettere una sensazione di urgenza e di vicinanza che non sempre ritroviamo in autori coevi molto più presenti nei manuali di storia del cinema. E poi, paradossalmente, una parte del suo lascito sta anche nelle zone d’ombra: nel mistero, in tutto ciò che non sappiamo. Perché proprio lì si apre uno spazio di immaginazione e di creazione. Elvira continua a vivere anche così: non come un monumento chiuso, ma come una presenza ancora capace di parlarci.

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