«Nessuno può sfuggire al vuoto ed è confortante ricordarsi che va bene morire. Solo affrontando la mortalità possiamo smettere di ingannarci»
Si può raccontare la storia di una vita con un unico palcoscenico, con un solo fotogramma? Per la regista Chloé Zhao la risposta è sì, ma a una sola condizione: non avere altra via di fuga se non quella di addentrarsi più a fondo in sé stessi. Nel suo nuovo lungometraggio Hamnet, ambientato nell’Inghilterra del 1580, Zhao ripercorre l’incontro tra William Shakespeare, allora insegnante di latino in povertà, e Agnes, donna libera, intuitiva, radicata nella natura. Dalla loro relazione nasce una famiglia e, successivamente, una frattura irreversibile: la morte del figlio Hamnet, stroncato dalla peste a soli undici anni.
È da quella perdita che per Shakespeare prenderà forma la storia dell’Amleto, e che nel 2020 ispirerà la scrittrice irlandese Maggie O’Farrell a scrivere un romanzo, Hamnet, edito in Italia da Guanda, dopo aver realizzato quanto poco si sapesse della vita e della morte dell’unico figlio di Shakespeare, il cui nome era quasi identico a quello del personaggio della sua celebre opera teatrale. Qualche anno dopo, quel libro verrà letto dalla regista premio Oscar per Nomadland su suggerimento dello stesso Paul Mescal (che nel film interpreta William Shakespeare), e getterà le basi per un film che la stessa Zhao ha definito quasi viscerale. «Hamnet è entrato nella mia vita come un sussurro che si è trasformato in un uragano», ci ha spiegato durante il nostro incontro a Los Angeles. «Alla fine del viaggio ero diventata più sensibile. Avevo davvero provato cosa significa vivere nell’occhio del ciclone con il cuore aperto: la bellezza, il dolore, il brivido sull’orlo della distruzione e il silenzio».
Il risultato è un film che rifiuta di essere un costume drama tradizionale per diventare una riflessione sulla famiglia, sul lutto e sulla metamorfosi dell’arte. Chloé Zhao firma Hamnet come regista, co-sceneggiatrice, produttrice e montatrice, accanto a Steven Spielberg e Sam Mendes che hanno sostenuto il film come produttori. Tra gli interpreti Paul Mescal, candidato all’Oscar per Aftersun, Jessie Buckley, candidata all’Oscar per The Lost Daughter, che intepreta la moglie di Shakespeare, ribattezzata Agnes nel libro. Nel cast anche Emily Watson (Le onde del destino, Ubriaco d’amore), Joe Alwyn (The Brutalist, Kind of Kidness) e Jacobi Jupe.
Abbiamo incontrato la regista.

Chloé Zhao, quando ha letto il romanzo di O’Farrell ha sentito subito una connessione?
Sì, è stata un’esperienza molto coinvolgente e viscerale. Mi sembrava di leggere una poesia, che è il tipo di linguaggio cinematografico che amo. Mentre leggevo, vedevo immagini che si succedevano con un certo ritmo. Ho sentito che nel libro c’era un battito cardiaco che coincideva con il mio da regista. Sono sempre alla ricerca di storie che siano allo stesso tempo specifiche ma universali e questo libro lo è profondamente. Affronta temi come la morte, l’impermanenza e il dolore e il modo in cui l’atto creativo e l’immaginazione possono dare un senso alle sofferenze inevitabili della vita. Quando ti trovi davanti a un materiale così, è davvero oro.
In questo progetto ha ricoperto molti ruoli. Qual era la sua priorità come autrice?
Volevo abbandonare le convenzioni tipiche dei film in costume e creare invece un film sull’amore, sulla perdita e sul potere curativo dell’arte che fosse viscerale, crudo e riconoscibile. Maggie, la scrittrice del libro, si è immersa così profondamente in questo mondo da incarnare tutti i personaggi e collaborare con lei è stato fondamentale per me. Eravamo vere partner. Fin dalle prime conversazioni, l’intenzione era quella di tradurre fedelmente sullo schermo lo spirito del romanzo. Il film è sempre stato concepito come un’opera che potesse essere amata anche da chi aveva già amato il libro.
A proposito di Maggie O’Farrell, lei ha raccontato di aver provato una certa trepidazione nel passaggio al cinema. Com’è stata la vostra collaborazione?
È stato un esercizio molto interessante. Anche se lavoravamo in fusi orari diversi, la mia visione della struttura narrativa e dei personaggi ha contribuito a stimolare il processo di scrittura. Spesso le lasciavo messaggi su WhatsApp che aiutavano a ispirare revisioni e riscritture. In questo scambio continuo di pagine e idee, Hamnet ha iniziato a prendere la sua forma definitiva.

Desidera che il pubblico si identifichi con Agnes, interpretata da Jesse Buckley, e William, interpretato da Paul Mescal?
Il mio obiettivo è aprire i cuori del pubblico, ammorbidirli, permettere loro di provare le emozioni che attraversano questi personaggi. Se si lasciano trasportare dal film, hanno la possibilità di vivere una catarsi. Una volta attraversata quella catarsi, come i personaggi, possono forse trovare un significato in situazioni di vita difficili e diventare più completi attraverso l’esperienza della visione.
Perché Jessie Buckley era la scelta giusta per Agnes?
Jessie incarna Agnes. Ama la natura, ha una dimensione selvaggia ed è profondamente in sintonia con ciò che non è razionale. È leggermente mistica, crede nell’anima e negli spiriti ed è una persona molto premurosa, tutte qualità che emergono sullo schermo. Agnes cresce divisa tra due figure femminili: una “strega della foresta” e una donna rispettabile che va in chiesa. Jessie ha dentro di sé queste due energie in conflitto: la cacciatrice e l’addomesticatrice. Cercavo un’attrice che non avesse paura di attingere a forze archetipiche e che fosse disposta a un impegno fisico, psicologico ed emotivo profondo. Lei lo era.
Com’è stato invece lavorare con Paul Mescal?
Sapevo che questi personaggi sono archetipici, ma non potevo permettermi nulla di superficiale. Avevo bisogno di qualcuno disposto a entrare nelle parti più oscure, non solo di sé stesso, ma del maschile collettivo, senza paura. Le opere di Shakespeare sono senza tempo proprio perché non parlano solo della luce, ma anche delle ombre. In quelle ombre sono sepolte alcune delle nostre più grandi ispirazioni. Paul è stato disposto a lasciarsi attraversare da questo processo. Inoltre per me e Jessie, lui è stato in un certo senso il contenitore. Io sono molto caotica, anche Jessie a tratti e Paul teneva lo spazio. È una qualità che apprezzo molto ed è anche ciò che il maschile, nel suo senso più sano, dovrebbe fare.

Quanto discipline come filosofia e psicologia hanno influenzato questo film?
Molto, gran parte del lavoro deriva dalla tradizione junghiana. La nostra insegnante di recitazione, Kim Gillingham, era allieva di Marion Woodman, che a sua volta era studentessa di Carl Jung. Kim Gillingham insegna agli artisti a esplorare l’intersezione tra lavoro creativo e lavoro interiore. L’approccio di Kim fonde la psicologia junghiana con il lavoro somatico, respiratorio e simbolico, valorizzando i sogni come collaboratori creativi nel processo artistico. Una pratica simile è quella dell’“immaginazione attiva”, ma noi l’abbiamo adattata utilizzando i sogni. I sogni parlano la lingua della psiche: se si crea un contenitore sicuro e stabile, il materiale dell’inconscio può emergere lentamente, in modo naturale. Non si tratta di risultati immediati, ma di un processo che lavora sotto la superficie e che, col tempo, si manifesta sul set.
Si manifesta sia sul set che nella vita?
Credo che il sogno e l’immaginazione abbiano un ruolo fondamentale nella nostra vita. Passare metà del tempo a sognare non è un errore: c’è dentro un “succo profondo” che spesso dimentichiamo di esplorare. Lavorare con i sogni e con l’inconscio ci aiuta a collegarci con il materiale più profondo del film, così che ciò che emerge sullo schermo non sia solo recitazione, ma esperienza vera.
Pensa che questo sia il migliore metodo per gli attori?
Diciamo che non incoraggio il metodo attoriale classico, perché richiede che l’attore porti con sé tutte le emozioni del personaggio nel momento stesso in cui entra in scena: è un peso enorme e rischia di spegnere la spontaneità. Io voglio vedere anche l’attore oltre al personaggio, la sua presenza, la chimica con gli altri, la vita che porta dentro. Questo è ciò che rende il film vivo. Per questo sul set cerchiamo di creare contenitori di tempo e spazio: momenti in cui l’attore può prepararsi, respirare, entrare gradualmente nel personaggio. Spesso si tratta di piccoli gesti come lasciare che abbiano momenti per sé, far entrare persone o energie giuste sul set, che permettono di costruire una performance autentica.

Il film è attraversato da un rapporto molto forte con la natura. Girarlo ha cambiato il suo modo di viverla?
Alcuni dei nostri più grandi profeti sono andati nel deserto e sono tornati con messaggi che hanno cambiato il mondo. Credo che lì si trovi il divino e per divino intendo unità, onnipresenza, indifferenza. La natura non è solo pacifica: è anche violenta. Una foglia resiste finché può, poi si lascia andare. Con noi è lo stesso. Nessuno può sfuggire al vuoto ed è confortante ricordarsi che va bene lasciar andare, va bene morire, va bene quando l’amore non è permanente. Solo affrontando la mortalità possiamo smettere di ingannarci.
A proposito di questo tema, di recente si è formata come “death doula” per affrontare il suo rapporto complesso con la morte (Una doula della morte, o doula di fine vita, è una figura professionale non medica che fornisce sostegno emotivo, spirituale e fisico ai pazienti e alle famiglie durante il processo di morte, in modo simile a come una doula del parto assiste durante il parto, ndr). Cosa ha scoperto di questo percorso che l’ha aiutata nel girare il film?
Che gli animali affrontano la morte con una grande saggezza. Un elefante anziano, se può, si allontana per morire. Se viene attaccato, combatte. Gli esseri umani invece pensano spesso che tutto debba essere una lotta. Ho imparato che il corpo e la saggezza interna sanno quando e come accadono le cose. È un’esperienza estatica, come il parto: dolorosa ma anche meravigliosa. Durante le epidemie, il corpo è diventato qualcosa da temere, da allontanare. Ma in molte culture si restava accanto ai corpi dei propri cari. Hamnet nasce anche da questa perdita di ritualità.
Questa è la sua prima collaborazione con il direttore della fotografia Łukasz Żal. Come avete costruito il linguaggio visivo del film?
Ho adorato La zona di interesse. L’ho visto proprio mentre iniziavo a immaginare Hamnet e ho pensato subito: voglio che sia così. Poi ho guardato altri lavori di Łukasz, come Ida di Pawel Pawlikowski, e ho capito che non volevo più inseguire l’orizzonte. Per questo film volevo distillare tutto in un unico fotogramma, in un unico palcoscenico. Se fai questa scelta, non hai più vie di fuga. Puoi solo andare più in profondità in te stesso. Łukasz è la persona perfetta per contenere un mondo intero dentro un’immagine. Il suo sguardo non descrive: ascolta.

Il film parla anche dei modi differenti che hanno le persone di metabolizzare il lutto, gli artisti in questo senso, come nel caso di Shakespeare, lo rielaborano creando arte. Da artista è mai stato così anche per lei?
Sì, ma ho capito che non basta vivere intensamente il dolore o la tristezza e trasferirli nei personaggi o nella storia. I miei insegnanti, tra cui Kim appunto, mi hanno guidata a capire che c’è bisogno di un’alchimia interna. Shakespeare, ad esempio, al bordo di un fiume, alchimizzava la tensione dentro di sé. Io, come artista, devo trasformare dentro di me il dolore, non solo proiettarlo. Così posso garantire che i personaggi attraversino il lutto verso una catarsi naturale. Per questo, la scena finale del film, con le mani che raggiungono Hamlet sul palco, non era nel copione: è stata girata quattro giorni prima della fine delle riprese. Da quella energia, da quel potere vulcanico, si è arrivati a quell’epilogo. Purtroppo, dobbiamo fare anche molto lavoro interiore.
Alla fine di questo percorso, cosa le ha lasciato Hamnet?
Ho sentito nel mio corpo che l’amore non muore, ma si trasforma. Ho avuto paura della morte per tutta la vita e quindi anche dell’amore. Questo film nasce dal desiderio di disilludere quella paura. Viviamo tutti in una grande tensione. Ma se scegliamo di mantenere il cuore aperto e attraversare le fiamme, scopriamo che la metamorfosi è possibile. E spero che Hamnet possa ricordarcelo.