11.03.2026

Finalmente una giuria onesta. Aurora Venturini e il successo di Las Primas

L’incredibile vita e la scrittura senza fiato di Aurora Venturini nel documentario “Beatriz Portinari”

«Ogni mattina Aurora Venturini prende il suo integratore vitaminico», racconta la voce fuori campo nel documentario Beatriz Portinari (2014), che indaga la figura della scrittrice argentina Aurora Venturini.

Nelle prime immagini, osserviamo la scrittrice novantaduenne seduta a tavola, mentre afferra due bottiglie d’acqua piene, le alza in avanti, poi in alto, infine le porta verso il petto, seguendo le indicazioni del suo fisioterapista. Poi si alza in piedi, con le mani sul tavolo, e inizia ad aprire alternativamente le gambe, contando fino ad otto. I suoi occhiali da vista dalla montatura fine, i capelli ben pettinati e un trucco leggero, che risalta sulle labbra lucide. Ogni tanto Aurora si volta verso la telecamera, con fare indispettito. «Mi state filmando?», chiede. Dice di odiare la tecnologia e di star aspettando il giorno giusto per rompere il suo computer. È da poco reduce da un grave incidente domestico che le ha provocato un coma di tre giorni. Per questo gli esercizi, lo sforzo per tornare a camminare. La vediamo poi avviarsi con la sua carrozzina a rotelle verso un’altra sala.
«Vai a scrivere, Aurora?», le chiedono.
«Certo che vado a scrivere», risponde, «Altrimenti che faccio? È l’unica cosa che so fare».

È con lo pseudonimo che dà il titolo al documentario, Beatriz Portinari, la musa di Dante, che Aurora Venturini presenta il suo manoscritto, Las Primas, e che le fa ottenere nel 2007 il premio Nueva Novela, ideato e organizzato dal giornale argentino Página/12. La giuria non aveva la minima idea che, dietro quel manoscritto, si nascondesse una persona così anziana. Quando la chiamano per rivelarle di essere tra le finaliste, Aurora dice che è molto importante che quell’opera vinca. «E sapete perché?», spiega al telefono, «Perché Las Primas sono io, è la mia famiglia. Noi non eravamo persone normali. In casa tutte le mie sorelle erano ritardate. E io compresa». 

Il premio Nueva Novela Aurora Venturini lo vince davvero, e davanti alla giuria, con il suo atteggiamento punk, come la ricorda la scrittrice Mariana Enriquez, lascia al pubblico un commento che si era tenuta dentro per un’intera vita: «Finalmente una giuria onesta». Aurora Venturini ha diritto a enunciare quel “finalmente”. Classe 1921, nata a La Plata (Argentina, a circa 60 km da Buenos Aires), Aurora Venturini riceve la prima vera riconoscenza letteraria a 85 anni, dopo oltre trenta opere pubblicate.

Militante peronista, durante i primi anni del governo lavora con Evita Perón nei centri di riabilitazione per bambini svantaggiati, e, in molte interviste, racconta di aver partecipato attivamente alle proteste tirando lei stessa molotov. Imprigionata nel 1955 in seguito alla Revolución Libertadora che pone fine al governo di Perón, è poi costretta all’esilio, in Europa. Aurora Venturini vive quindi dal 1955 al 1975 a Parigi, dove ha la possibilità di intrattenere relazioni culturali con personaggi quali Simone de Beauvoir e Jean-Paul Sartre, suo professore. Ma è in particolare dalla vittoria al premio Nueva Novela, trentadue anni dopo essere tornata in Argentina, che la scrittura di Aurora è arrivata a un pubblico sempre più vasto. Inoltre, sempre dal 2007, molti autori iniziano a indagare la sua personalità enigmatica e controversa, in particolare la scrittrice argentina Leila Guerriero, che nel suo testo pubblicato sulla rivista Gatopardo, A quien le teme Aurora Venturini (2012), ricostruisce la figura di Aurora, alternando scorci di interviste alla scrittrice platense e a familiari e amici che hanno avuto modo di conoscerla.

Guerriero inizia dalla storia del padre di Aurora, dandoci tre diverse versioni sulla sua vita. Prima Aurora parla di suo padre come un militante radicale detenuto negli anni ‘30 al carcere di Ushuaia. Poi come di un militante radicale mandato a lavorare a Ushuaia per spontanea volontà del proprio partito. Infine, come un uomo ossessionato dalle gare per i cavalli, che abbandona La Plata dopo aver perso tutto in una scommessa. Leila Guerriero termina così la descrizione sulla figura del padre della scrittrice: «Aurora Venturini non ha un padre: ha delle versioni». Allo stesso modo Aurora parla della figura di un certo fratello, per alcuni testimoni esistito davvero, per altri, come sua sorella Ofelia, mai nato. Anche in questo caso, ecco che troviamo altre versioni di Aurora Venturini, che modifica per ogni intervista rilasciata. Proseguendo nel testo del Gatopardo, la personalità di Aurora Venturini si evince in modo ancora più dettagliato. La scrittrice confessa che, per molti anni, nella casa di City Bell (La Plata), ha tenuto una collezione di 175 bambole. Tedesche, francesi, gitane, classiche, di cera, di tessuto. Le metteva fuori al sole, pettinava loro i capelli. Proseguendo, Aurora racconta:

«Pensavo che le bambole avessero dentro di loro lo spirito dei bambini scomparsi durante la dittatura […]. Poi, quando è finito il maledetto regime dei militari, mi sembrò che le bambole si fossero liberate dell’anima di quei bambini e che potevo ormai venderle. Col ricavato di quei soldi sono riuscita a dipingerci tutta casa.»

Come afferma Leila Guerriero, Aurora Venturini «poteva mummificare un bambino, avvolgendolo in sottili bende di terrore». Questa personalità misteriosa di Aurora non può che essere racchiusa nella sua opera maggiore, Las Primas, pubblicata in Italia da SUR nel 2022, col titolo Le cugine, nella traduzione di Francesca Lazzarato. La trama delle Cugine è costellata di personaggi che si muovono in uno spazio liminale tra il mostruoso e l’umano, che si scontrano con scene quali due aborti e un omicidio. La voce narrante è quella della protagonista Yuna, una piccola pittrice prodigio, che vive con una zia vergine, una madre docente, una sorella, Betina, costretta su una sedia a rotelle, e che sarà in seguito abusata dal professore di arte di Yuna. L’altro personaggio principale è la cugina Petra, affetta da nanismo, che fin da piccola si occupa del «lavoro più vecchio del mondo», come spiega lei, ossia si prostituisce. Potremmo mai aspettarci una trama diversa da una scrittrice che, nel documentario, descrive dettagliatamente a un prete, nel salotto di casa, la sua visita all’Inferno durante il periodo trascorso in coma? Da una scrittrice che parla della sua grande amica, il ragno Adriana, e di come le manca, dopo che è stata schiacciata su una pagina di un libro, mentre, come afferma Aurora, era concentrata nella lettura di una poesia? Ma la vera novità dell’opera risiede nella sua scrittura fluida, senza punteggiatura, che cresce in concomitanza allo sviluppo del vocabolario della piccola Yuna.

Scena tratta dal documentario

Yuna ha infatti convinzioni solide. Si rivolge a noi lettori con la massima onestà, dicendo che i punti la confondono, le fanno perdere il filo. Per questo evita di usarli,  per non rischiare di scordarsi quello che voleva veramente scrivere. «Ricordatevi che quando metto un punto devo fare una pausa e l’interno della mia testa si riempie di forme e di idee e che se continuassi a guardare il punto non mi uscirebbe fuori nulla», spiega nel romanzo. Inoltre, per ogni volta che usa una parola nuova, Yuna lo sottolinea, scrivendo letteralmente tra parentesi “(dizionario)”, come si può leggere in questo estratto di Las Primas:  «[…] y estaba elegantísima aunque mi capacidad introspectiva (diccionario) me advertía algo que a simple vista no se notaba». Il vocabolario del romanzo, quindi, si arricchisce col tempo, con pazienza, ha un suo carattere evolutivo, come la crescita di un qualsiasi essere umano. Da principio scarno, impossibilitato a camminare, si alimenta, si allunga, esattamente come un corpo. Acquista le caratteristiche e i tratti che lo rendono unico e diverso. Che rendono, infine, riconoscibile e unica la scrittura di Aurora Venturini.

Sebbene il documentario sia stato portato a termine, Aurora Venturini decide di interrompere le riprese durante la seconda settimana. Stanca delle telecamere, si presenta in molte scene restia e in disaccordo nel collaborare. I registi Agustina Massa e Fernando Krapp, con una scelta ingegnosa, hanno inserito la notizia dell’abbandono del progetto a metà documentario, rendendo ancora più interessante la sua figura e utilizzando materiale già registrato in precedenza. «Questa è l’ultima immagine che ci ha concesso Aurora Venturini», dicono. Perché Aurora Venturini può concedere di mostrarsi giusto per qualche secondo, poi, quando è stanca, può scegliere di cacciarti via. Di lasciarti con giusto una miriade di immagini: nani, ragni, bambole di pezza, carrozzine a rotelle, esorcismi. Di lasciarci con una scrittura senza punti, senza fiato. Un trasporto continuo che ti conduce esattamente dove vuole lei. Dove vuole Aurora Venturini:

«A volte mettevo punto o virgola per tirare il fiato ma mi conveniva comunicare a viva voce e in fretta per farmi capire e per evitare lacune silenziose che mettevano in evidenza la mia incapacità di comunicazione verbale perché mentre ascoltavo me stessa i rumori all’interno della testa e il sibilante fluire della parola mi confondevano e restava a bocca aperta pensando che esistevano parole grasse e parole magre, parole nere e parole bianche, parole folli e assennate, parole che dormivano nei dizionari e che nessuno usava.» (estratto da Le Cugine, SUR, 2022)

Foto di copertina: da Portal de Literatura

categorie
menu