28.07.2026

Ce ripigliamm’ tutt chill’ ch’è o’ νόστος. Sull’Odissea di Christopher Nolan

Dentro l’ultimo film del regista britannico, tra inclusione e assimilazione

Mi tocca contravvenire alla legge ferrea che regola la mia condotta sulla pagina e citare per una volta – ma giuro che mi emenderò quanto prima – il filosofo Slavoij Žižek, perché analogamente a quanto capitava a lui con Matrix ho avuto la sorte di assistere alla proiezione di Odissea in una condizione di assoluto privilegio, cioè seduto accanto a un perfetto idiota che mugolava di tenerezza a ogni inquadratura di Argo. E con lui l’intera sala. Il timbro generale di quelle esalazioni rapite mi informava, nella prima scena, che il pubblico non era tanto sconvolto dalla distruzione dei cuccioli che Eumeo lancia dalla scogliera, quanto ammaliato dalla cuteness irresistibile dell’unico che sopravvive perché scelto da Ulisse. Così ho visto tutto il film accompagnato da questo aggiornamento del coro tragico: il coro melico, checcariiiiiino.

Cosa «guarda» la gente quando va al cinema? Io non ne ho idea, ma credo che Christopher Nolan lo sappia perfettamente. Se c’è del «wokismo» (altro termine da cui emendarsi) nella sua Odissea, non sta nel casting, nella Circe femminista o nell’immagine del cavallo di Troia come peccato originale che scatenerà il collasso della civiltà dei palazzi, sta piuttosto nel rifiuto categorico (e istintivo per ognuno di noi) di pensare i greci – suggerimento di Roland Barthes – non per la loro «vicinanza» ma per la loro lontananza.

L’azzeramento delle distanze culturali si realizza nell’invito al «paziente» Ulisse della psicanalista Calipso, dopo una seduta di analisi lunga sette anni (siamo nei dintorni di quella che Freud chiama «analisi interminabile», e in particolare dove l’analisi stessa diventa la malattia): «Rinuncia al controllo». Ragazzi: devi rinunciare al controllo! In sala un acceso mormorio di approvazione. Psicanalisi & life coaching. Come se gli eroi omerici abbiano mai avuto il controllo su qualcosa. Quella di Ulisse (ricordiamolo con Erich R. Dodds, I greci e l’irrazionale, 1951) non è una civiltà della colpa, è una civiltà della vergogna. Paradossalmente più simile al Giappone di Ruth Benedict o alle nostre bolle social che ai rovelli interiori dell’eroe di Nolan. Una società in cui il massimo danno all’individuo è quello reputazionale. Non esiste il rimorso, ma il terrore della disapprovazione sociale, del giudizio della comunità (Ulisse-Ferragni, cavallo-pandoro e rito della tutina grigia per scrollarsi l’etichetta del reo). Ettore sa di non avere scampo contro Achille, ma non sopporterebbe di essere additato a codardo. La stessa ira di Achille nasce da un’offesa che è insopportabile perché inquina la sua immagine pubblica. E gli errori o le follie degli eroi non stanno nel regime della scelta, sono frutto di «accecamento»: la colpa è sempre «esterna».

L’Odisseo omerico intacca lievemente lo schema (controlla il cuore, ci dialoga), evadendo solo in minima parte dal perimetro della vergogna. Per questo dichiara il suo vero nome a Polifemo: atto che gli permette di riassumere su di sé la gloria pubblica e trasferire la vergogna sullo sconfitto. Nolan cassa tutta la parte sul nome (Odysseus/Outis, Nessuno) e fa scagliare a Ulisse una freccia contro il ciclope ormai vinto. È un gesto inconsulto, una concessione all’ira: adesso Ulisse è Mosè a Meriba, che colpisce la roccia col bastone invece di parlarci – non si esce dalla prospettiva giudaico-cristiana.

Davvero questa roba parla di noi? Di come siamo adesso? A me pare che nel suo tipico discorso monumentale “mi-prendo-troppo-sul-serio” Nolan proietti tutta la miopia di una civiltà della colpa che ancora non vuole arrendersi all’evidenza di essersi ritrasformata – per via tecnologica – in una civiltà della vergogna. Questa Odissea non porta Omero verso di noi, insiste invece sulla pia illusione che governa ogni film del suo autore, cioè che la crocifissione del Prometeo di turno rappresenti ancora, nel nostro tempo, un dilemma morale. E voi ci credete? Sic notus Ulixes?

Ad ogni modo, non possiamo imputare a Nolan il fatto che a forza di includere siamo diventati degli specialisti nell’esclusione dell’alterità. La sua lettura di Ulisse non è troppo diversa dall’attività dello scenografo cinquecentesco che rappresenta l’Atene classica come fosse Firenze o da Giotto che dipinge Gerusalemme con le fattezze un borgo medievale del nord Italia – poi ci indigniamo quando Donald Trump immagina Gaza come un resort all’americana, ma il principio che vige in ognuno di questi casi è lo stesso. Non inclusione: assimilazione. Siamo i Borg di Star Trek: «Noi siamo i Borg. Sarete assimilati. La resistenza è inutile». Certo, i Borg hanno un’onestà inarrivabile per noialtri, non vanno in giro per la galassia a proclamare «sarete inclusi».

Probabilmente è da queste parti che si gioca il nostro senso di colpa: magnifichiamo l’inclusione perché siamo capaci soltanto di assimilare. Del resto, perfino Omero ogni tanto attualizza (vedi carri, falangi, templi e pire funerarie), e noi giustamente come Orazio gli perdoniamo tutto. Quando il cinema di uno degli autori più celebrati al mondo – trasversalmente, da ogni genere di spettatore – si mette a discutere e geometrizzare la colpa in questa maniera grandiosa, io capisco che la colpa è diventata la grande finzione del nostro tempo. È più difficile assolvere Nolan dalle frasette scolastiche sul «crollo della civiltà del bronzo» e dalla pedanteria pressofusa dei suoi dialoghi che dal «peccato di assimilazione» che ci riguarda tutti. Non stiamo parlando di reato di leso-Omero o di minuzie filologiche che onestamente contano niente quando si tratta di realizzare un blockbuster. La Bradpitteide di Wolfgang Petersen, anche nota come Troy, con tutte le sue manovre a sconvolgere la lettera dell’Iliade e le massicce impennate hollywoodiane rimane un film più rispettoso di un contesto in cui la percezione della propria immagine pubblica assorbe quasi totalmente la psicologia dei personaggi (anche in Troy, però, vedi sensibili ritagli di assimilazione: Elena, per esempio, non partecipa all’esecrazione della vigliaccheria di Paride, ne celebra il risvolto romantico).

È anche ovvio che così, d’istinto, l’Ulisse pensoso/tormentato di Nolan non può non piacerci. Perché in fondo ci ricatta (dato che non sentiamo la colpa come lui, non soffriamo come lui, non andiamo in analisi: lui naufraga, noi scrolliamo). Così come nell’esibizione cute del cucciolo si mette a temperatura lo spettatore per la scena della morte di Argo, girata con tocco da maestro del patetico – lo sforzo terribile per un’ultima scodinzolata. Peccato solo che Nolan non riesca a connetterci emotivamente con le protagoniste femminili dei suoi film come fa coi cani da caccia. Dove Troy offre una lettura illuminista e laica di Omero (gli dèi non esistono, siamo noi che costruiamo mitologie, e chi crede – come Priamo – verrà distrutto da chi non crede), l’Odissea di Nolan è più confusa (il film inizia con la didascalia «A time of apparent magic», e che vuol dire?): va bene i mostri e l’ira di Poseidone, ma poi Atena è la proiezione da stress post traumatico di una troiana che Ulisse ha visto decapitare contemporaneamente alla statua della dea (Cassandra).

Odisseo (Matt Damon) e Atena (Zendaya Coleman) in una scena del film

Non che un film non possa risultare meraviglioso pur essendo ricattatorio (esiste una superba maestria del ricatto: Hamnet). E faccio un esempio stupidissimo sulla confusione: se prendo un verso qualsiasi della Commedia, metti «In exitu Israel de Aegypto» (Purg. II, 46), cioè Dante che manipola in chiave cristiana un racconto biblico, la tradizione arcinota dei quattro sensi di lettura funziona armonicamente: è il popolo che esce dalla schiavitù, l’Esodo (letterale), l’anima che esce dal peccato (allegorico), la conversione individuale (morale), il cammino per il paradiso (anagogico). Ma se sgravo pesante e dico: In exitu Israel de Aegypto propter velociraptorem salta tutto (però ci ho infilato un dinosauro, grande!).
Ecco, Nolan butta dentro al suo film così tanto materiale che i livelli di lettura invece di accordarsi confliggono. È un poker d’assi a cuori, quadri, coppe e bastoni, e se non vi basta: la quinta carta è una Pikachu Gold Star. Gli uomini per Circe sono tutti maiali, tutti tranne uno, che è stato trasformato in cervo, perché? Perché Ulisse, abbattendolo, scoprisse il sortilegio. E il body-horror dei maiali è il nostro velociraptor. Itaca è forse la parte peggiore. “Ce ripigliamm’ tutt chill’ ch’è o’ νόστος”, con Ulisse-Savastano che quando combatte e scaglia frecce pare uscito da Devil May Cry; io però da un film costato duecentocinquanta milioni di dollari mi aspetto che manipoli Omero soprattutto nelle zone a rischio noia, per esempio non somministrandomi ogni volta l’identica scena di fuga-alla-nave, e magari che non riduca i miei antenati troiani a mascherine-bersaglio o NPC di Call of Duty.

Quanto alla portante ideologica, non so quanti tra gli spettatori in sala abbiano recepito il twist sui Popoli del Mare e il legame significativo col collasso dell’età del bronzo, a meno che non abbiano letto il documentatissimo articolo di Lucio Di Gateano sul suo substack. Di Gaetano dice di aver sussultato sulla poltrona del cinema al momento della rivelazione, e capisco la sua goduria: i Popoli del Mare descritti dalle fonti egizie «posso essere stati, almeno in parte, gli stessi greci che a Troia hanno sconfitto gli ittiti» e con «Siete voi, il Popolo del Mare» Penelope, ormai consapevole, glielo conferma. Io al cinema non ho visto sussultare nessuno, a parte per le bordate del Dolby. Nolan, uno che ama profondere quintali di informazione nei suoi film, qui distribuisce più didascalie del solito, fino a metterne una in bocca a Ulisse, nel finale, che suona come uno scollato auto-recap: “Aho’ guardate che stiamo parlando del collasso dell’età del bronzo! Stiamo spiegando perché la scrittura conosciuta come Lineare B – il cui uso era strettamente contabile – scomparirà insieme ai palazzi!”.

Decisamente poco per lo spettatore con le gote rigate per la morte del puppy. È vero come dice Di Gaetano che il tardo bronzo era un’età iperconnessa – se mi si passa il termine – che il suo collasso è sistemico e la violazione dell’ospitalità rappresenta uno sfregio insanabile alle regole di quel mondo, ma nel film di Nolan la sostanza contestuale si adagia come una leggerissima patina (un paio di menzioni alle «rotte commerciali», una per la civiltà dei «palazzi») – cioè nel solito modo con cui il regista tratta l’informazione «culturale», che sia scientifica, storiografica o archeologica: la cannella di Starbucks.
Telemaco addirittura proclama: «Facciamo parte della più grande civiltà mai conosciuta», frase che gronda della consapevolezza-anacronistica-standard a cui ci hanno abituato le rivisitazioni omeriche: in Troy, Agamennone sosteneva che la Storia ricorda solo i vincitori, neanche fosse Erodoto e stesse inventando il concetto di Storia là per là. Il che forse spiega la scelta nolaniana di rappresentare Agamennone come un imponente guscio taciturno: fargli dire il minor numero di cazzate possibile (poi guardi gli aspiranti wanax odierni, da Trump in giù, e ti rendi conto che sono dei cazzari di prim’ordine che non chiudono mai la bocca e la «colpa» non la sentono neanche se gliela infili su per il culo).
Occorre rassegnarsi. Il «mondo contemporaneo» a cui Nolan vorrebbe avvicinare Omero non esiste più, e direi dalla fine degli anni Sessanta, per cui si potrebbe scomodare Ernesto De Martino e la «crisi della presenza», ma lasciamo stare: è il periodo in cui hanno inventato l’IMAX. Lo so: questo è un colpo basso. Eppure mi sembra evidente: c’è un boomer passatista dentro Christopher Nolan – un gelido boomer alle prese con giocattoli costosissimi, che infiniti sermoni adducono agli Achei.

Ma è coerente, almeno, quest’opera? Personalmente – stragi a parte – ho visto due sceneggiature diverse che coesistono con molta fatica: una sotto il segno di Circe (siete troppo persi: l’autorità divina, la restaurazione del nomos) e l’altra sotto quello di Calipso (devi perderti: il viaggio terapeutico della civiltà della colpa). Entrambe girano intorno all’idea di smarrimento e quando provano a convergere finiscono per fare a cazzotti. Ciononostante, Odissea si impone come il film giusto per richiamare le folle alla loro sete di cinema autoriale e gli «intellettuali» alla loro vocazione al commento, perché la cannella sul frappuccino è irresistibile, peggio del canto delle sirene.
E infatti ecco sul «Corriere della Sera» un articolo a firma di Giuseppe Girgenti e Mauro Crippa dove si sostiene – tra una capziosità e l’altra – che Sinone sarebbe un «personaggio inventato da Nolan», quando la fonte è Virgilio, Aen. II, 79-80: «Hoc primum; nec, si miserum Fortuna Sinonem / finxit, vanum etiam mendacemque improba finget». Che poi è lo stesso giro di esametri dove si immortala con disdoro l’astuzia dei greci e che insieme a «timeo Danaos et dona ferentes» è diventato proverbiale: «Accipe nunc Danaum insidias, et crimine ab uno / disce omnes».
Come si dice a Roma: manco a li cani, per restare in tema.

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