16.09.2025

Alpha. Il corpo come cassa di risonanza del dolore e del trauma

Il terzo lungometraggio di Julia Ducournau continua a indagare le metamorfosi umane, specchio di brutalità e paura immobilizzante

Essere divisivi nell’epoca dell’ipocrisia e del perbenismo mediatico è un’arte. Generare dibattito, una possibilità di riflessione collettiva. Lo sa bene Julia Ducournau che – come la collega Coralie Fargeat – realizza film che giocano con quei generi per convenzione attribuiti allo sguardo maschile. Ed è così che Palme d’Oro o corse all’Oscar sembrano essere il risultato di decisioni deliranti prese da artisti discutibili, abbagliati da una pochezza visiva resa spettacolare. Eppure, prima che ce ne si possa rendere conto, nascono delle vere e proprie mitologie di rottura che segnano l’arte cinematografica e puntano a riscriverne i canoni.

Il cinema di Julia Ducournau sa essere respingente perché non ha paura di mostrare la lacerazione della carne, di imbarazzare con una nudità che non ha nulla di provocante, indugia sulle sofferenze fisiche per trasmetterle allo spettatore. Si passa dal cannibalismo brutale, istinto primitivo dell’uomo, alla nascita di creature mostruose, metalliche e deformi, per arrivare allo sgretolamento dell’involucro palpabile dell’anima. È un’evoluzione che per arrivare al simbolico deve in primo luogo mostrare, e plasmare l’immagine affinché colpisca: con un continuo passaggio di stato della materia, da carne si diventa metallo, poi pietra ed infine polvere. La vita viene e la vita va lasciando il vuoto assordante della solitudine e dell’estraneità che rende tutti mostri pericolosi.

Alpha

Alpha, presentato in concorso al festival di Cannes 2025, attualmente in sala grazie a I Wonder Pictures, è forse il lavoro più intimo ed esistenziale di Ducournau. Alpha (Mélissa Boros) è una tredicenne cresciuta da un madre single (Golshifteh Farahani), medico instancabile che si prende cura dei malati terminali colpiti da un misterioso virus che pietrifica i contagiati. La ragazzina torna a casa da una festa con uno strano tatuaggio inciso sul braccio da un ago che potrebbe essere infetto. A complicare ancora di più la vita delle due è l’arrivo in casa dello zio di Alpha, Amin (Tahar Rahim), tossicodipendente impenitente che la sorella tenta di tenere in vita ad ogni costo. Nell’atmosfera soffocante di una realtà appesa al filo della speranza di sopravvivenza hanno luogo confronti generazionali, fomentati dalle paure e dalle antiche leggende berbere che narrano di venti rossi portatori di morte.

Julia Ducournau punta sulla risonanza della paura, che sia della morte, del contagio, della perdita, dell’incapacità del mantenere una promessa, di mostrarsi forte e razionale. La distopia di un mondo freddo e grigio in cui soffia un vento incessante e polveroso si sbriciola – come ciò che resta dei corpi dei contagiati dal virus – cedendo il passo al ritratto di un passato, gli anni Ottanta, cupo e doloroso i cui fantasmi restano vividi e incombenti. Il virus che si trasmette se si entra a contatto con il sangue e gli eroinomani accasciati agli angoli delle strade non lasciano dubbi, ma sguinzagliano la psicosi nelle persone rendendole peggiori: egoiste, crudeli e insensibili. Alpha viene isolata, bullizzata, allontanata dalla scuola che non vuole assumersi responsabilità, mentre Amin risorge tra un’overdose e l’altra, stanco di riaprire gli occhi e ritrovarsi nello stesso mondo che lo disprezza e non capisce o accetta il dolore viscerale che lo porta a farsi giorno dopo giorno. Spigoloso e ruvido è il dialogo tra i protagonisti, che si scontrano verbalmente e si stringono in abbracci disperati e concitati per aggrapparsi a ciò che resta di scheletri ambulanti che potrebbero non avere un futuro.

La regista, fedele alla sua poetica del mostrare, disegna crepe nei corpi, li buca, li lascia percorrere da gocce di sangue che prevedono morte e metamorfosi. Il suo obiettivo, lo ha dichiarato a Cannes, è quello di creare un legame organico tra personaggi e spettatori, quasi a renderli corresponsabili di ciò che succederà e che è mostrato dal punto di vista di Alpha in una sempre più serrata sovrapposizione della sua percezione infantile e di quella adolescenziale, a dimostrazione che nella sua vita ogni cosa ha una ciclicità tra apparizioni e sparizioni, presenze e assenze, piccole gioie – che sono in realtà sprazzi spasmodici di libertà conquistata andando contro le regole – e lunghissime sofferenze. Gli spunti di riflessione per Ducournau sono molteplici e per nulla mimetizzati come in Raw e Titane: si passa dal politico all’etico, dal sedimentarsi di una cultura della psicosi al deflagrare di una seconda ondata ancora più feroce che sommerge personaggi resistenti come il titanio, ma anche fragili come la polvere di marmo prodotta dallo scalpellino che cerca di studiarli anatomicamente. La grandiosità dell’esibizione dello splatter è ridotta al minimo, mentre a padroneggiare è lo squallore dell’involucro svuotato. Il ventre gonfio, schiacciato e abraso dal sudore e dal nastro da pacchi delle bende sudice di Alexia/Adrien, trova il suo corrispettivo iconografico nel corpo scheletrico e bucato di Amin, nel suo costato scosso dalle convulsioni dell’astinenza, placato solo dal torpore indolente di una dose calata troppo abbondantemente. Ancora una volta, dunque, sono i corpi a parlare, a contenere e ad amplificare il sentire delle perone che attaccano, sbranano e lacerano quando devono esporsi e mostrare le proprie fragilità. La domanda che persiste è il cosa ci sarà dopo per chi rimane, capace di sopravvivere al dolore, eppure schiacciato dal peso del compito di ristabilire un equilibrio: la speranza o una lacrima rossa come il vento delle leggende che fa provare pietà o forse invidia per chi, andandosene, ha trovato pace.

Alpha è dunque il film più controllato e maturo di Julia Ducournau, forse anche il più personale. Un’opera che la spinge a ripercorrere le croci dell’epoca di cui è figlia, una pellicola che si lascia alle spalle il pubblico sdegno e lavora su emozioni lontanissime dal disgusto, avvinghiate, al contrario, al cuore che pompa sangue e accelera il battito, scoprendosi, impensabilmente emozionato.

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