Cosa sappiamo della Corsica? Decisamente poco: ci andiamo in vacanza, ne parliamo per luoghi comuni e ignoriamo gran parte della sua storia e delle vicende politiche contemporanee. Per fortuna è l’arte a venirci in soccorso, in particolar modo il cinema. Se Frédéric Farrucci raccontava la malavita isolana ne Il mohicano, Thierry de Peretti aggiunge con il suo nuovo lungometraggio, À son image – ritratto di una fotografa, un tassello alla riflessione socio-politica avviata con Apache e Una vita violenta. Il film, rigoroso e distaccato, seppur figlio di un’urgenza che non abbandona il regista, dopo il passaggio alla Quinzaine des Cinéastes e al Bari International Film Festival arriva nelle sale italiane dal 28 agosto grazie a Kitchen Film.
Corsica, primi anni Duemila, Antonia (Clara Maria Laredo) dopo aver realizzato un servizio fotografico sulla spiaggia per due giovani sposi, perde la vita in un incidente d’auto. A partire dalle sue esequie si snoda il racconto della vita della giovane fotografa, narrato dalla voce dell’amico Simon che accanto a lei ha vissuto la Storia dell’isola, i movimenti indipendentisti, sfociati in terrorismo e criminalità.

Antonia a vent’anni lascia la famiglia per seguire il suo grande amore, Pascal (Louis Starace), futuro leader del Fronte di Liberazione Nazionale Còrso, e per coltivare la sua passione per la fotografia, arte a cui l’ha avvicinata il suo padrino Joseph (Thierry de Peretti), regalandole persino la sua prima macchina. Antonia sperimenta, soprattutto per esigenza, immortalando una quotidianità da inviare all’amato finito in carcere in seguito ad un’azione sovversiva finita male, e poi, sempre attendendolo, si specializza e finisce a lavorare per un giornale locale che, purtroppo, sembra non voler prendere posizione in merito alla lotta indipendentista. Il talento di Antonia cresce parallelamente alla sua esperienza di vita, il suo obiettivo diventa una lente di ingrandimento sulle ingiustizie, le violenze, i crimini commessi da chi, o ai danni di chi, come lei e Pascal crede in un ideale ed è disposto a rischiare per difenderlo. La Corsica prima, la Jugoslavia dopo, la giovane fotografa vuole mostrare la realtà che la circonda per quella che è, cruda, vera, ingiusta, facendosi però molti scrupoli sull’etica che il fotografo deve mantenere, rispettando il volere, prima di tutto, dei suoi soggetti.
Per tutto il film la prospettiva, giusta o sbagliata che sia, è quella di Antonia: i suoi scatti documentano il privato e il pubblico fino a farli convergere, creando così la testimonianza di un’intera generazione desiderosa di libertà, mentre la macchina da presa resta imparziale, a distanza. Thierry de Peretti, adattando il romanzo di Jerome Ferrari lascia che fluiscano i più disparati sentimenti che scuotono gli impulsivi militanti, non li interpreta, si limita ad intercettarli e a renderli evidenti agli occhi dello spettatore, mostrando come il tempo, le derive politiche, i massacri distruggano gli ideali e portino alla disillusione, allo sbando e all’autodistruzione. Antonia e le sue foto diventano il tramite per raccontare una condizione implacabile di sconfitta che porta alcuni al suicidio, altri al crimine, altri ancora al morire colpiti da una pallottola vagante senza neanche sapere esattamente il perché. La giovane protagonista, per prima, imparando a vivere la vita nelle sue contraddizioni, deve cambiare strada, scegliere il male minore per salvaguardare la propria incolumità con la consapevolezza di perdersi qualcosa per strada, che sia autenticità, coraggio, o impegno politico. Ciò che resta con l’avanzare degli anni e l’avvicinarsi del nuovo millennio è il sentimento di spaesamento di ragazzi diventati adulti che non si ritrovano più in ciò in cui credevano, sfibrati e distrutti da un lotta in cui si sono buttati a capofitto, perché rappresentava la migliore prospettiva (immagine, quella del titolo) a cui potevano aspirare, un fine in cui potevano credere per avere una vita migliore di quella dei loro genitori, i quali sostenevano che si potesse avere degli ideali anche senza rimetterci la pelle (rimanendo immobili e neutrali).
Ed è così che, tutto ad un tratto, anche la disgrazia capitata ad Antonia potrebbe assumere un significato differente, quale colpo di coda di un percorso tortuoso svanito nel nulla, nel salto nel vuoto di chi non ha trovato le risposte che cercava. Anche in questo caso, Peretti non dà risposte, o giudizi, abbozza, lascia alla sensibilità del pubblico il privilegio di interpretare, di aggiungere un’ ulteriore lente per indagare i fatti. Con uno stile documentaristico, arricchito da filmati di repertorio dei notiziari còrsi, la finzione di À son Image si mostra penetrante e tagliente, priva di ammiccamenti e strizzatine d’occhio, diretta ed eterna come un clic emesso da un dispositivo nella frazione di secondo che rende uno scatto immortale e perfettamente aderente all’immagine che vuole mostrare.